Questi partiti non ci servono

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Bauman ha descritto l’orizzonte di incertezze e di paure che segna il mondo occidentale, dopo la fine delle «grandi narrazioni»

Da anni si parla della crisi dei partiti. Un recente sondaggio ci dice che metà degli italiani gradirebbe una democrazia senza partiti, come se si potesse in una società complessa fare a meno della rappresentanza e della mediazione. Quando Adriano Olivetti scrisse nel 1949 Democrazia senza partiti intendeva restituire alla politica una dimensione collettiva e umana: «non chiedete nulla, ma unicamente che la libertà che lo Stato e i partiti vi riconoscono a parole – quella di scegliervi i vostri rappresentanti – non sia una mistificazione. Il mandato politico, nella sua vera essenza, è soltanto un atto di fiducia degli uomini in un uomo».

Quella di Olivetti era «una difesa appassionata di una dignità che la politica non può abbandonare, e che trova il suo alimento in grandi idealità, in passioni profonde, in opportunità concrete perché la persona riesca a esprimersi pienamente come cittadino».

Oggi le grandi idealità e le passioni profonde si sono perdute, perché si vive in una «società liquida», frutto del declino della modernità. Zygmunt Bauman ci ha fatto conoscere questa «società liquido-moderna di consumatori», evitando di esaltarne i vuoti simulacri e mantenendo quella consistenza del dubbio che emana da un genuino sguardo filosofico.

Bauman ha descritto l’orizzonte di incertezze e di paure che segna il mondo occidentale, dopo la fine delle «grandi narrazioni», della fede in una salvezza ultraterrena o in un riscatto rivoluzionario. E ci ha fatto capire che le paure generano indignazione, risentimento, odio, un individualismo sfrenato che dissolve la comunità sociale. Ma, come ha ricordato Umberto Eco il 29 maggio 2015 in una delle sue “bustine”, non basta citare Bauman per comprendere i fenomeni del nostro tempo: «c’è un modo per sopravvivere alla liquidità»?

C’è, ed è rendersi appunto conto che si vive in una società liquida che richiede, per essere capita e forse superata, nuovi strumenti. Ma il guaio è che la politica e in gran parte l’intellighenzia non hanno ancora compreso la portata del fenomeno. Bauman rimane per ora una “vox clamantis in deserto”». Da questo deserto dobbiamo tentare di uscire. Magari facendo tesoro di tutte le forme di associazionismo che vivono nella «società liquida».

Sostituendo l’idea rigida di partito a quella di una rete nella quale convivano autonomia e pluralismo, accordi funzionali a un programma, che abbia pochi e chiari punti fermi, e accordi flessibili per far convergere le più diverse posizioni sociali e costruire quell’egemonia culturale così ben descritta da Antonio Gramsci, e da Bauman, che di Gramsci fu un ammiratore. Senza dimenticare che la definizione di progetti collettivi richiede sempre un gesto morale. Perché, come ricorda Bauman, l’atto morale ci permette di incontrare l’altro non come una maschera, ma come un volto, nella sua vera identità e non nel ruolo che ricopre. E soltanto «un atto di fiducia degli uomini in un uomo» può far rinascere una democrazia che viva nella dignità delle relazioni sociali. E di riconoscere una missione e un orizzonte verso il quale incamminarsi, insieme.

 

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