Questa nostra rete idrica

Ambiente
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Anche Firenze tra le città vittima del fenomeno dei ‘sinkholes’, ovvero delle voragini che si formano prevalentemente a causa del maltempo

Nel lungo elenco delle città martiri per eventi che la comunità scientifica internazionale definisce simpaticamente “sinkholes” ma indicano aperture improvvise di voragini e sprofondamenti nelle strade urbane causa dissesti geoidrogeologici o rotture di nonni e bisnonni tubi che reggono a fatica il superamento dell’età media di resistenza, ieri è entrata Firenze.

Dopo gli ultimi casi tra Napoli e Milano, Roma e Cagliari, Palermo e Messina, ha fatto il giro del mondo lo spettacolare collasso di duecento metri per sette di larghezza e tre e mezzo di profondità del bel Lungarno Torrigiani, affacciato tra Ponte Vecchio e Ponte alle Grazie, la Firenze da cartolina, il Made in Italy nel mondo. Nessuno, per fortuna, è rimasto coinvolto, ma una ventina di auto in sosta sono sprofondate dopo la rottura del tubo dell’acquedotto di 70 centimetri di diametro.

Dario Nardella ha chiesto lo stato di calamità e la Procura ha aperto un’inchiesta. Facile, fin troppo, polemizzare o buttarla in demagogia. Sappiamo che molti servizi fondamentali scorrono sotto i nostri piedi, nell’underground cittadino che ospita reti di acquedotto, fognature, gas, cavi elettrici e anche cavità naturali, cunicoli archeologici, fratture, tratti in condizioni di vario stress dovuti all’erosione delle piogge e a sollecitazioni meccaniche da traffico o cantieri. Il crollo di Firenze è l’ultimo segnale dell’urgenza di un lavoro enorme per il quale occorre investire molte risorse, in modo costante e anticiclico nel monitoraggio e nell’efficienza soprattutto delle tubazioni dell’acqua. Perché è qui la nostra eredità che ci vede ultimi della fila in Europa.

La nostra rete idrica complessivamente si estende per 340.000 chilometri, ma di questi ben 170.000 sarebbero tubi da rottamare e sostituire perché vetusti. Servirebbero posare oltre 50.000 chilometri di nuove reti, 30.000 per l’acqua e 21.000 per le fognature, come rilevano studi recenti e accurati (Alessandro Marangoni, Athesis-Bocconi). La rete idrica fiorentina è una delle più antiche d’Italia, risale a fine Ottocento ed è lunga 1.168 km ai quali ne vanno aggiunti altri 827 km di fognatura. Per poco meno di un terzo è fatta di tubi con una anzianità di servizio che supera i 50-60 anni di vita, si estendono per una lunghezza di circa 300 chilometri, con varie dimensioni, posati sotto vie e piazze o accanto a storici palazzi, risalenti in alcuni tratti persino agli investimenti di Firenze Capitale.

Si tratta di condotte in ghisa grigia, materiale per nulla elastico e ormai fragilissimo e facile a lesionarsi per sbalzi termici o eccessivi carichi di traffico, per cedimenti strutturali del terreno. Non è un caso se negli ultimi anni la media degli interventi delle squadre di Publiacqua, l’azienda dei sindaci che gestisce 49 Comuni, nella sola Firenze, è stata di circa 5.000 l’anno per le più diverse emergenze nella rete, in una corsa contro il tempo per tappare falle improvvise, sostituire, riparare, modernizzare il patrimonio di tubi ereditato. È questa una delle opere di pubblica utilità nazionale che va garantita con investimenti importanti in un Paese che conta circa 9 milioni di italiani che nel centro-sud hanno ancora problemi di quantità e qualità di acqua al rubinetto, e la nostra rete è la più colabrodo d’Europa con perdite inaccettabili in media nazionale del 37%, che salgono al 100% al Sud dove, per erogare 100 litri di acqua è necessario prelevarne 198 (nell’Italia centrale 170, nell’Italia nord-orientale 164 e nell’Italia nord-occidentale 138).

La quantità di tubi bucherellati però è sempre direttamente proporzionale al livello degli investimenti, delle manutenzioni e sostituzioni, delle tariffe (unica leva finanziaria dalla legge Galli del 1994) e della presenza ed efficienza di aziende industriali. Si può avviare un piano di investimenti nell’idrico a lungo termine. A fronte di un fabbisogno certificato dai sindaci italiani nei piani di ambito di 65 miliardi di euro, oggi le 250 aziende più grandi, nel centronord dell’Italia, con le tariffe attuali investono in media ogni anno 34 euro ad abitante che crollano per le gestioni comunali ad appena 10 euro. La differenza con l’area Ue è abissale: 80 euro in Germania, 88 in Francia, 102 in Gran Bretagna, 129 in Danimarca. La nostra bolletta, del resto, è pari a 160 l’anno in media per consumi medi di circa 100 metri cubi l’anno, tre o quattro volte più bassa di tutti i 28 partner europei. Imparagonabili ai 700 euro di una famiglia media tedesca, inglese o francese o ai 900 della famiglia olandese. Siamo a fondo classifica con Romania e Bulgaria, più bassi persino della Grecia. Senza considerare che la parola bolletta è ancora sconosciuta in gran parte della Sicilia o della Calabria.

Come se ne esce? Basterebbero 20 euro l’anno in più in tariffa per garantire un paio di miliardi in più l’anno di opere fondamentali. Basterebbe spendere i miliardi inviati al Sud negli ultimi 15 anni per invertire il trend. Basterebbe occuparsene ogni giorno.

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