Questa di Maria Rosa è una storia vera, di coraggio e riscatto

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La diciassettenne rifiutò il matrimonio riparatore e denunciò lo stupro. Trent ’anni prima che il caso di Franca Viola aprisse gli occhi all’Italia

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto. Canto il coraggio e la sofferenza delle donne, canto il riscatto, canto il cambiamento. Canto la nascita e la rinascita. Canto la Sicilia, canto l’Italia. Canto i diritti, tutti i diritti e quelli delle donne ancor più offesi perché infinitamente e quotidianamente sottovalutati. Canto Cinisi, terra di riscatto. Canto il sogno e canto il realismo crudo. Canto il passato, il presente e il futuro, canto tre donne, Maria Rosa, Vera e Francesca. Maria Rosa guarda suo padre e sua madre, gli occhi di uno e gli occhi dell’altra. «No, no me lo sposo, piuttosto lo denuncio».

Suo padre ha gli occhi bassi non per paura ma per rabbia, ha le mani callose e forti da contadino, sua madre invece la guarda in faccia e pensa a tutto quel che potrebbe accadere e accadrà, a ciò a cui andranno incontro, alla rovina, alla reputazione di quella figlia così bella e così fiera. Ma è tutto un attimo, il padre risponde «Figlia mia, non ti preoccupare, non te lo sposi e non lo denunci, lo denunciamo». È il 1939 e siamo a Cinisi, è l’Italia fascista della famiglia e dei figli come regalo alla patria, in Sicilia ancor di più.

Non soffia solo lo scirocco lungo lo stradone centrale del paese, periferia sconosciuta di una nazione giovane, soffia il vento di una guerra terribile che si sta abbattendo. Maria Rosa ha 17 anni, è stata rapita di sera da un ragazzotto che lavorava nelle terre con suo padre, aiutato dai suoi fratelli, dentro casa, sotto gli occhi di padre, madre e fratellini. Accadeva, volente o nolente la donna. Donna? Spesso erano poco più che bambine.

Volente o nolente poi se lo doveva sposare per “riparare”, perché era stata violata. Riparare lei, come se sua fosse la colpa, strano mondo in cui si è ree di un torto subìto. Si chiamava e si chiama stupro, si chiamava e si chiama matrimonio riparatore, non è il passato scomparso ma è il presente che fa più paura alle nostre porte, visto che la Turchia lo stava quasi riproponendo, passando in pochi anni dalla civiltà a quella barbarie che ha come primo indicatore il ruolo delle donne. Maria Rosa è stata educata come persona, inusuale per una famiglia di contadini nella Sicilia di allora, e come persona la guarda negli occhi suo padre. Denunciarono, i tre finirono in galera, ci fu lo scandalo che doveva esserci, tutta famiglia ne soffrì. Maria Rosa fu spedita a Partinico, suo padre la fece studiare fin quasi alla laurea, ci fu la guerra, venne la pace, i fatti furono un ricordo dell’anima ma non della vita.

Ci sono 40,8 chilometri e 30 anni tra la denuncia di Maria Rosa nel 1939 e quella più nota di Franca Viola ad Alcamo alla fine degli anni ’60. Quella che condusse dritta l’Italia verso i diritti delle donne, anche se con i tempi che conosciamo: solo il 5 settembre del 1981 sono stati aboliti il delitto d’onore e il matrimonio riparatore dai codici di legge. 42 anni dopo la denuncia sconosciuta di Maria Rosa e circa 15 anni dopo quella di Franca Viola.

Maria Rosa Vitale, proprio negli anni in cui Franca Viola ripeteva i suoi stessi passi e i suoi stessi tormenti, era segretaria nella scuola di Cinisi, non si era sposata ma era donna attiva e presente nella società e nella politica, fu la prima donna consigliera comunale e poi assessora a Cinisi, dove era tornata a vivere, fino a quando fu protagonista di un nuovo atto di rivolta, tale può essere l’amore corrisposto con un uomo separato ma non divorziato, il preside della scuola dove lavora, sono gli anni ’60 e il divorzio ancora non c’è.

È la stessa Cinisi in cui da lì a 15 anni un gruppo di giovani fonderà una radio, Radio Aut. Peppino Impastato ha i calzoncini corti quando un nuovo scandalo intorno a quella donna indipendente esplode ancora. Ed è sempre lo stesso stradone che attraversa e spacca in due il paese. Vanno a vivere insieme a Palermo e da quell’amore arriverà una figlia non cercata, Vera. Vera Abbate, archeologa, oggi è consigliera comunale del Pd proprio a Cinisi, mamma di tre figli, non sapeva nulla di questa storia, non sapeva da dove derivasse tutto il coraggio di quella mamma adorata, oggi morta, che le ripeteva da mattino a sera «devi credere in te stessa, figlia mia, nulla ti è impossibile ricordatelo, sarai spesso sola e dovrai ricordartelo soprattutto allora, di difenderti e di difendere quello in cui credi e vuoi diventare e fare».

Fino a quando un giorno bussano alla porta di Vera i ragazzi di un giornale locale, «Vera possiamo farti un’intervista su tua madre?», certo, crede che si parlerà della prima assessora donna di Cinisi e invece si parlerà della prima donna che in Italia denunciò uno stupro e rinunciò al matrimonio riparatore, no, non Franca Viola, sua madre. Glielo conferma lo zio, il fratello ancora vivo di sua mamma, e gliela racconta tutta quella storia «che tanto ci fece soffrire, ma che tanto ha inciso nella nostra storia».

La storia di quella famiglia è la storia dell’Italia intera, della Sicilia, la storia dei diritti delle donne sovrapposta al cammino civile di una nazione, che non lo ricorda nemmeno il nome di Maria Rosa, ma non si stupirà più di tanto perché il dna del coraggio spesso reca le sembianze del genere per nulla debole, tra queste strade accecate di troppa luce o di troppo buio.

La sua storia la racconta pubblicamente in un monologo un’altra donna di Cinisi, Francesca Randazzo, che di Radio Aut era parte e da sempre racconta e si batte per i diritti delle donne. Vera non sa perché sua madre non ha mai reso pubblica la sua storia, nemmeno quando un’altra ragazzina siciliana negli anni ’60 fece lo stesso gesto con più clamore, ma era già un’altra Italia, quella della tv e del boom economico, della speranza e della voglia di fare e di cambiare. Non sa perché non ne ha mai voluto parlare con lei, unica figlia amatissima.

Forse perché per Maria Rosa la sua era la storia di una normale donna con un normale gesto in un paese normale. Beato il paese che non ha bisogno di eroi? Vera mi racconta questa storia e non posso fare a meno di ricordarle che lei stessa, Vera, è stata oggetto di insulti sessisti durante la sua attività politica, non molto tempo fa. Che accade tutti i giorni, e lo sappiamo e vediamo. Che non siamo affatto un paese messo in sicurezza sui diritti delle donne, su cui si fa poco e si fa male. Non abbiamo più il matrimonio riparatore ma abbiamo troppi matrimoni assassini. Abbiamo una scuola che, nonostante i propositi, dobbiamo mettere ancora in cammino verso una vera educazione al rispetto delle differenze di genere. Abbiamo il racconto proprietario, il racconto banale esteriore, il racconto non equo sulle donne. E il racconto rivela che più di cento passi devono ancora farsi tra Cinisi e l’Italia intera per i diritti delle donne, sottovalutati e non ancora riconosciuti.

Passi su strade insanguinate di un sangue e di una violenza che non si lava con le ipocrisie di un paese ignaro e connivente, milioni di passi ancora verso la normalità della non discriminazione quotidiana. Passi piccoli e grandi come riscrivere la Costituzione per metterci noi donne e a talune lo dobbiamo financo spiegare. Ci vuole coraggio per cambiare, si paga un prezzo, ma bisogna pagarlo. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesi e, l’audaci imprese io canto. Canto il coraggio e la sofferenza delle donne, le nostre nonne, le nostre madri, noi e quelle che crescono, canto il riscatto, canto il cambiamento. Canto la battaglia quotidiana e la canto oggi, 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

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