Quell’odio che mina le basi della democrazia

Pensieri e Parole
pensieri_e_parole

Non stiamo sottovalutando la forza dell’odio, individuale e collettivo?

 

Stavo raggiungendo la stazione in taxi. Scattato il verde, siamo stati bloccati dalla fila di macchine che venivano da destra. Il tassista ha urlato alla signora dentro la Panda di farsi avanti. Bastava avanzare un metro e ci avrebbe permesso di superare l’ingorgo. Lei non ha fatto storie.

Bene, ho pensato. Questo prima di ascoltare tutti gli anatemi che il tassista le ha rivolto, con la voce  mpastata e qualche colpo di tosse grassa. Eppure ci dev’essere una preistoria della vita nel traffico in cui la gente era meno esasperata. Fiduciosa verso gli altri e pronta a mantenere la calma.

È che col passare del tempo, l’anarchia ha generato intolleranza e l’intolleranza la rabbia. A volte, poi, si è stiracchiata in un sentimento di odio.

Arrivata a Termini, dopo essermi beccata lo sterminato monologo su scelleratezza e improntitudine degli automobilisti romani, ho sentito crescere in me un senso di irritazione. Ce l’avevo con la signora nella Panda? O con la logorrea del tassista? Ma non era questo il punto.

Gli uomini sono più propensi all’odio che all’amore. Nel suo Die Antwort der Liebe, Erich Fromm arriva a questa conclusione. Dopo l’assunto iniziale, il sociologo tedesco suddivide l’odio in due categorie. L’odio determinato dal carattere e quello reattivo.

Per alcuni la capacità di odiare nasce da una predisposizione, una sorta di tendenza naturale a essere ostili. Per altri, i più docili, l’odio è istigato dall’impotenza. È risposta immediata alla frustrazione, data dall’incapacità di cambiamento di ciò che è ingiusto o doloroso. La differenza sostanziale è che per i primi odiare porta con sé un senso di soddisfazione, per i secondi è solo conseguenza inevitabile che non produce sollievo.

Mentre la rabbia, quando è ben canalizzata, finisce per diventare un sentimento positivo e cioè il motore che guida la reazione, l’odio – a meno che non si faccia parte della prima schiera – non ha in sé alcuna forza rigenerante. In termini di consolazione privata, è una falsa pista. Un vicolo cieco che non porta a nulla. In termini più vasti – storici, sociali e politici – le conseguenze dell’odio sono talmente palesi che non meritano di essere discusse.

Anche nel caso di odio verso una persona, o una categoria di, i sociologi parlano di “oggetto odiato.” Questo perché il disprezzo violento conduce a considerare un nostro simile come un oggetto. Chi odia è incapace di provare empatia verso il bersaglio della propria avversione. E fa del bersaglio una cosa, anche se è un uomo.

Chi odia sente che è giusto distruggere ciò che odia, al di là di ogni dettame morale. Spesso chi assiste, sgomento, considera il gesto nato dall’odio come il gesto di un folle.

Se un cittadino uccide il politico che porta avanti idee diverse dalle sue, come è accaduto alla deputata labourista Jo Cox, si pensa all’atto di uno squilibrato. Come è giusto che sia, certo, ma a patto di non relativizzare sempre. Nessun umano è un’isola, scriveva John Donne, bensì un pezzo di continente e una parte del tutto.

Mi chiedo: non staremo compiendo l’azzardo di sottovalutare la forza dell’odio? E non sarà il caso di considerare i comportamenti del singolo anche nel contesto di tutti?

Siamo figli di una politica che non solo ammicca all’odio, ma che a volte lo istiga.

Che cementifica l’appartenenza di alcuni perché diversi dagli altri. Che fa degli altri di turno il nemico da abbattere. Una politica che alza i toni per diminuire il livello di discussione. Che non considera l’odio come umana conseguenza alla frustrazione, da monitorare e correggere. Ma che alimenta silenziosa il fuoco del disprezzo, in caso serva a guadagnare consensi.

Siamo figli di una politica spesso troppo divisiva, violenta e irresponsabile.

Ma il fatto è che in un’epoca così inquieta a livello religioso ed economico, correre il rischio di indebolire i principi della democrazia è un lusso che non possiamo permetterci. E per principi, intendo soprattutto la capacità di vedere noi stessi insieme agli altri. Di immaginare le reciproche capacità di pensiero ed emozione di chi appartiene a categorie lontane dalle nostre.

La salute di una democrazia passa da questo via.

E qualsiasi forma di odio non fa che minarne le basi.

Vedi anche

Altri articoli