Quello scatto che accusa

Immigrazione
epa04910442 A picture of Turkish gendarmerie carrying the body of a child at the beach of Bodrum, Turkey dominates the front pages of British newspapers in London, Britain, 03 September 2015. Photos of the body of the three-year-old Kurdish boy from northern Syria who washed up on the shores of the Turkish resort town of Bodrum after an accident while his family tried to flee to Europe, has sparked shock and outrage.  EPA/ANDY RAIN

Nei camion, sulle spiagge e nel mare dove oggi si muore, l’Europa non deve spirare i suoi ultimi fiati ma deve nascere come realtà politica che vuole e sa avere un ruolo nel Mediterraneo

L’immagine della morte, violenta e di massa, sembra essere divenuta una consuetudine cui la società contemporanea sta pericolosamente abituandosi. All’origine vi è una cultura della rappresentazione tesa all’estremo, in cui tutte le immagini parlano di una realtà e sembra non ci riguardino più direttamente, per quanto esse possano risultare evocative, impressionanti o commoventi. L’effetto sterilizzazione/ assuefazione che i mezzi di comunicazione di massa producono è un effetto collaterale della smaterializzazione dell’esperienza propria dell’epoca digitale.

Certo, la rimozione della morte nella società occidentale non è un fenomeno di oggi, ma forse stiamo assistendo al verificarsi di un salto di qualità rispetto al passato: più la morte è esibita nelle sue forme più atroci, più sembra smettere di appartenere allo spettro delle nostre possibili esperienze quotidiane. Le migliaia di profughi in fuga dalle guerre morti affogati nel Mediterraneo scuotono come un giallo estivo, e hanno la stessa durata emotiva Le esecuzioni raccapriccianti filmate dall’Isis, da un lato hanno bisogno di rappresentare un orrore sempre più “inguardabile” per forare il cristallo antiproiettile dell’abitudine, dall’altro ottengono un agghiacciante effetto di normalizzazione dell’orrore stesso, il cui esito ultimo è l’insignificanza totale della vita dell’individuo. Si possono leggere qui delle analogie con gli aspetti più turpi del nazismo.

Gli sgozzamenti di massa, i roghi umani e gli affogamenti suscitano moti di riprovazione e indignazione, ma non riescono a superare la soglia dell’empatia o della compassione nel senso proprio: le immagini della morte sono state via via svuotate di senso, al punto che è il valore stesso della vita umana a risultare ormai quasi impalpabile. Questo è anche il frutto avvelenato della perdita del senso di comunità, del prevalere di un’ottica che privilegia l’interesse singolo o di gruppi a danno di un valore superiore qual è il bene comune. Il corpo esanime di un bambino innocente steso in riva al mare – lui sì vero martire – grida in faccia a Occidente e Oriente l’accusa di aver tradito le radici e il concetto stesso di civiltà.

Egli giace anche quale simbolo di un’incapacità cui non possiamo rassegnarci: quella di fornire soluzioni di sistema, necessariamente complesse, ai problemi attuali della società internazionale. Papa Francesco, nella sua ultima enciclica, con lucidità afferma che “la frammentazione del sapere [..] spesso conduce a perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte ampio, senso che diventa irrilevante. Questo stesso fatto impedisce di individuare vie adeguate per risolvere i problemi più complessi del mondo attuale”.

La politica dell’Unione europea rispecchia questa crisi della società. L’incompleta costruzione di un senso comune europeo, la sua attuale corrosione e il contestuale rialzarsi dei muri di sospetto e sfiducia, stanno conducendo il continente a chiudersi all’interno dei vecchi confini nazionali e a individuare un pericolo esterno che, alla prova dei fatti, nessuno sta nemmeno provando a disinnescare concretamente. Il vero pericolo è che, resi indifferenti alla morte e insensibili ai valori, prevalga l’idea che il muro sia la soluzione.

Chi se ne fa fautore si assume la responsabilità di indicare una soluzione falsa e rischiosissima, perché conduce a contrapposizioni difficilmente controllabili e dunque ad esiti imprevedibili. Riaffermare che tutti gli esseri umani sono uguali e che salvare vite umane è un dovere, non significa essere buonisti, come dicono alcuni torcendo la bocca. Oltre ad essere il riconoscimento di un valore e l’antidoto al culto della morte, è il caposaldo su cui gettare le basi, inevitabilmente politiche, per guidare il cambiamento epocale che sta coinvolgendo prima di tutto le zone di guerra e, sempre di più, il nostro continente. Spetta alla politica evitare il formarsi di zone d’incoscienza, di aree moralmente grigie, in cui l’emotività, la commozione e la paura si intrecciano e si confondono. Se ancora la politica ha un ruolo, questo deve essere di guida, non di mosca cocchiera, e se un errore ha da essere evitato è quello di scambiare la cronaca con la storia.

Nei camion, sulle spiagge e nel mare dove oggi si muore, l’Europa non deve spirare i suoi ultimi fiati ma deve nascere come realtà politica che vuole e sa avere un ruolo nel Mediterraneo. Nei Balcani dopo la guerra, con l’accordo sul nucleare iraniano, l’Europa ha mostrato che stabilità e prospettive di sviluppo sono obiettivi possibili. Ora si tratta di essere all’altezza di questo nuovo difficilissimo compito, che consiste nell’affrontare l’emergenza e nel cominciare a costruire da subito l’alternativa, sapendo che non saremo mai in grado di fermare i profughi, perché non c’è slogan né muro che possa fermare la disperazione umana. E qualsiasi altra soluzione significherebbe rinunciare ai principi fondanti dell’Europa, umanistica e giudaicocristiana, la cui sintesi è nella domanda: “quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?”

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