Quello che chiedo alla Leopolda di Renzi

Leopolda 2015
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Bisogna collocare il Pd nella nuova stagione conciliando convivenza e democrazia

Quando ogni cosa si muove non ha senso ancorarsi nei vecchi porti. Oggi alle spalle abbiamo la recessione più lunga della nostra vita che si mescola a un assalto ai principi di tolleranza e libertà. Dinanzi a questa scena la sinistra in Europa parla lingue diverse e mostra un ritardo di vocabolario e missione. Quando ogni cosa si muove non ha senso ancorarsi nei vecchi porti.

Oggi alle spalle abbiamo la recessione più lunga della nostra vita che si mescola a un assalto ai principi di tolleranza e libertà. Dinanzi a questa scena la sinistra in Europa parla lingue diverse e mostra un ritardo di vocabolario e missione. Per la nostra cultura la prova è mettere la persona di nuovo al centro dell’economia, rigenerare la democrazia in un tempo dove meno cittadini vanno al seggio perché convinti che chi decide sulla loro vita sta altrove. Ma sopra a tutto si impone la sfida a sconfiggere Daesh e insieme scardinare la doppia morale dell’Occidente, quella che difende i diritti umani solo quando non fanno a pugni coi nostri interessi. In Italia per riuscirci dobbiamo ricostruire ragioni e alleanze di un centrosinistra vincente. Dopo Parigi qualunque teoria sulla guerra di religione sembra spazzata via.

Come fuori dalla storia è chiunque coltivi l’odio verso l’Islam. Milioni di islamici studiano o lavorano qui. Abitano le nostre città. Da molti anni, secoli se guardiano ai Balcani, sono una parte di noi. Ciò che serve adesso è ciò che finora è mancato, una strategia dell’Europa e di una coalizione larga che nella lotta al terrorismo islamista coinvolga la maggioranza del mondo arabo e mobiliti le nostre comunità musulmane. Imputare all’Occidente le radici di questa guerra del terrore è un abbaglio. Altrettanto sbagliato è rimuovere gli errori che l’Occidente ha commesso, da ultimo sul terreno iracheno e libico. Oggi la premessa è dire contro chi e cosa ci battiamo. La risposta è lo Stato Islamico che punta a rafforzarsi in una terra a cavallo tra due stati falliti come la Siria e l’Iraq. La prima conseguenza per l’Europa è definire il quadro delle alleanze. Putin, Erdogan o Assad non sono e mai saranno modelli, ma neppure possono farsi a giorni alterni compagni di strada o avversari da abbattere. Questo vuol dire rivedere le sanzioni verso Mosca e operare in Siria per un fronte che escluda la conferma di quel regime ma senza privarsi delle forze che lo sostengono.

Quanto alla Libia, l’Italia deve dirsi pronta a fornire mezzi e risorse per la sua pacificazione, ma assieme a una guida politica e diplomatica autorevole e riconosciuta in primo luogo dagli attori di quel Paese. La prova, giorno dopo giorno, è alzare lo sguardo sul mondo, sui drammi di popoli privati della speranza. E’ la leva che ci ha smosso nell‘iniziativa parlamentare presa a settembre quando abbiamo chiesto al governo di farsi promotore di corridoi umanitari per chi fugge da guerra e persecuzioni. Lo abbiamo fatto perché a metà agosto l’immagine di Aylan ha turbato ogni coscienza, ma dopo quella tragedia altre ottanta creature hanno intrapreso lo stesso viaggio senza toccare mai la riva. La pace e la guerra, quindi, una volta di più sono il discrimine in grado di rilanciare l’integrazione dell’Europa. Di ridarle una vocazione, come fu a metà dell’ultimo secolo. L’altra chiave per capire il futuro del continente è nella risposta alla fine di un ciclo storico dell’economia che ha alimentato la crisi di questi anni. All’ultima nostra direzione, il premier ha parlato di un nuovo umanesimo. Il concetto è ambizioso almeno se pensiamo che quello classico ha battezzato l’era moderna. Anche per questo l’espressione non va banalizzata come negli anni è accaduto col termine riformismo. Cosa vuol dire? Che l’umanesimo civile non ha mai separato il mercato dai bisogni.

Esattamente ciò che l’ultimo capitalismo ha voluto fare riducendo l’etica a un profitto slegato dal destino dei singoli. E’ accaduto così che da vizio la diseguaglianza sia divenuta virtù si hanno questa potenza: cambiando la vita di milioni di persone cambiano il loro modo di pensare e spesso l’idea su chi li possa rappresentare. La realtà è che da un passaggio simile non si uscirà col mondo di prima ma immaginando altri diritti, doveri, capacità. Mettiamola così: questo è il tempo di un’economia ambiziosa. Serve uno Stato che riscopra cos’è una politica industriale fondata su traguardi da superare nei prossimi cinque e dieci anni. Bisogna che la politica – non i tecnici o le burocrazie, la politica – descriva l’Italia che sarà alla metà del nuovo secolo perché, bene o male, è lì che vivrà la generazione nuova. Per farlo va riscoperto il valore del lavoro. Serve un modello contrattuale e di rappresentanza in un mercato diverso dal passato ma dove diritti e dignità della persona restano principi irrinunciabili. Sono i temi che più hanno a che fare con l’avvenire della democrazia. Se è vero che il potere si è confinato in una aristocrazia della ricchezza altrettanto vero è che il fenomeno ha riguardato l’economia, la socialità, ma insieme partiti sempre più rinchiusi nel perimetro del privilegio. Partiti sterili e decadenti, incapaci di contatti con l’esterno, di generosità, di gratuità. Questa è esattamente la sfida che la sinistra ha davanti: rivendicare una società che si organizza, che non si riduce a somma di singoli. Le difficoltà di sindacati e forze politiche, le urne disertate ci parlano di questo. Di una comunità meno capace a organizzare le speranze in un conflitto regolato che è l’anima della democrazia. Si può anche dire in altro modo: isolare le persone, nel lavoro, nei consumi, nelle relazioni tra loro, sarebbe l’ultima vittoria della destra. E questo perché la sinistra senza popolo non vive, ma quel popolo adesso è in parte disperso e a ridargli speranza non basta il Pd com’è. Servono umiltà e il coraggio di rovesciare un tavolo dove anche noi ci siamo accomodati con qualche conforto. In questo la data delle prossime amministrative è una diga.

Come tutti, vedo ostacoli e divisioni, ma nelle città dove si vota si deve dedicare ogni risorsa a costruire un centrosinistra di governo. Da subito o nei ballottaggi perché sarà quella la condizione del successo nella sfida per il governo del Paese. Fuori dal Pd non ci sono i barbari ma forze con le quali è giusto confrontarsi e costruire alleanze sul merito. A quelle forze – prima tra tutte Sinistra Italiana – diciamo che i democratici non sono l’avversario ma la garanzia per vincere assieme. La condizione del Partito Democratico è figlia di tutto questo. Pensare che il calo degli iscritti e la chiusura dei circoli sia frutto di limiti locali è una fuga dalla responsabilità. Sta crollando un modello che ha retto per decenni e che le sole primarie non sanno più compensare. In assenza di una nuova ragione e forma della condivisione si torna a quel notabilato che ha preceduto l’avvento dei partiti e delle loro culture. È una regressione che ha due conseguenze. La prima è il ritorno a un accesso patrimoniale alle cariche elettive, nel senso che un seggio al comune, alla regione o in Parlamento costa sempre di più perché è una delle ultime chance di mobilità sociale. La seconda è nel formarsi di filiere che al notabile si votano come a un signore. Siamo oltre il correntismo. Se guardo al partito di adesso vedo il prevalere di cordate tenute assieme dalla tutela di carriere protette. In questo c’è qualcosa di feudale ma soprattutto vi è la rinuncia all’autonomia di ciascuno. Se accade è logico che i luoghi del confronto perdano di senso perché non si risponde più a una passione collettiva, ma al controllo di tessere e consenso sotto il tallone di un capo. Pensare che durezza e complessità di questi problemi dipendano dal doppio incarico di segretario e premier può consolare ma non convince. Al congresso mi sono battuto per una distinzione di quei ruoli. Ha prevalso una linea diversa. Continuo a credere che sarebbe meglio ripensarci, ma davanti al quadro che vedo non mi pare ci si possa fermare a questo.

Io a Renzi chiedo di guardare negli occhi il rischio di una dissoluzione del partito. Qua non c’è qualche vite da stringere o allentare. Qua si tratta di ripensare l’edificio. Come lo abbiamo costruito, arredato, come lo stiamo organizzando, come formiamo e valutiamo una classe dirigente. Soprattutto si tratta di capire quale legame c’è tra le difficoltà del Pd e una crisi della democrazia che si manifesta fuori e oltre i confini di un singolo partito, per quanto grande come il nostro. È nell’insieme di questi temi la ragione di ciò che abbiamo detto e provato a fare negli ultimi mesi. La spinta a un ciclo di seminari per scavare le fondamenta di un nuovo pensiero sull’economia.

Il confronto con personalità diverse sul pontificato di Francesco. Sino a ragionare sull’impatto delle stragi di Parigi. Per questi motivi tutto ci serve meno una sinistra che si accomoda in attesa di tempi migliori. Questo è il nostro tempo e la sola cosa giusta è aggredirlo con un punto di vista autonomo. Lo stiamo facendo in un modo diverso da ieri, mescolando voci e percorsi di chi il Pd lo vive dall’interno. Provando a cogliere la quota di vero che c’è nelle ragioni degli altri e rigettando un omologarsi del dire e del pensare che porta a smarrire il valore di noi. In questo senso l’incontro di Roma il 12 dicembre è una tappa, tra le altre, che deve aiutarci a camminare nella direzione giusta. Ecco, questo a me pare il nodo vero. Come collochiamo il disegno del Partito Democratico dentro una nuova stagione dell’Italia e dell’Europa dove si intrecciano il mondo, la convivenza, il respiro della democrazia, e poi le forme della cittadinanza e della partecipazione in una sfera del pubblico. Vedo, leggo, richieste di un rimpasto nel governo o nei vertici del partito. Ma davvero pensiamo possa bastare un maquillage? Forse no. Forse dovremmo misurarci tutti con la portata del problema e uscire, per una volta, dalle nostre corazze. Con questo spirito al segretario mi permetto di avanzare una proposta. Convochi lui un congresso con un unico tema. Un congresso interamente dedicato al partito e alla risposta che dobbiamo alla crisi della democrazia. Penso a un congresso da tenere nei primi mesi dell’anno che non preveda la scelta di una nuova leadership rispettando per quella la scadenza del 2017.

Un appuntamento centrato sulle idee che ci sono mancate in questi anni e su una riscrittura radicale della missione che affidiamo alla nostra presenza organizzata nel Paese. Facciamo questa discussione con chi può aiutarci a scoprire gli anticorpi che servono a sconfiggere la malattia. Perché il Pd è un organismo malato. Non siamo alle prese con una crisi di crescita, ma con uno scadimento di stili e comportamenti e col ritorno talvolta prepotente di una mai sanata questione morale. Sento che da soli questo scoglio non possiamo superarlo. Non rinnoveremo il partito sollevandoci per i capelli come il barone di Munchausen. La crisi è penetrata in profondità e a noi serve il confronto con altri pezzi della società. Movimenti, associazioni, saperi sparsi. Dovremmo chiedere a chi ne sa di più cosa vuol dire attrezzare spazi e luoghi dove la politica si possa agire. Potremmo scoprire che la voglia di discutere, condividere, appassionarsi, è molto più forte di ogni retorica dell’antipolitica. Dovremmo bussare alle porte della cultura, alta o meno che sia, e dire “scusate il ritardo, ma avete un’idea su come ridare senso a chi esce di casa nel nome di una buona causa?”. Caro Segretario, auguri sinceri per la tua Leopolda. “Terra degli uomini” è il titolo che hai scelto. Il romanzo, se da lì hai preso spunto, fu scritto durante la convalescenza a cui fu costretto de Saint-Exupery dopo un incidente aereo sul deserto libico.

Ecco, fai conto che il Pd sia – e nei fatti lo è – il tuo e il nostro aeroplano. Ripariamolo bene – presto e bene – se domani vogliamo viaggiare sicuri in una terra che per fortuna, ieri come oggi e come sempre, è popolata di donne e uomini fatti di carne, ossa e passioni.

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