Quell’illusione ottica della destra a Milano

Amministrative
Il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini con il candidato sindaco di Milano per il centrodestra, Stefano Parisi, nella sede del Carroccio a Milano, 18 febbraio 2016.
ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

Salvini sembra essersi defilato dalla campagna milanese per concentrarsi sui luoghi del disagio, a partire da Roma. Ma la svolta moderata del centrodestra potrebbe rivelarsi solo un make-up elettorale. Con effetti devastanti per la città

L’immagine di Matteo Salvini che arringa il popolo della destra romana sulla terrazza del Pincio con alle spalle il Cupolone di San Pietro, oltre che stonata, è anche simbolica. Il leader della Lega ha capito che le sue invettive fanno presa più sui cittadini della Capitale che su quelli della sua città natale. Se togliamo quelli che il suo spin doctor ha ribattezzato gli “aperiselfie” milanesi (un giro tra i pub del capoluogo lombardo per raccattare i voti dei più giovani in cui non parla di politica ma, appunto, si presta agli autoscatti della generazione 2.0) e qualche incontro risalente ormai a un mese fa, il “felpato” si è defilato dalla campagna elettorale milanese, lasciando campo libero al candidato Stefano Parisi.

Il ragionamento, in effetti, non fa una piega. Le soluzioni, facili e impraticabili, proposte dal capo del Carroccio, fanno presa sui cittadini più in difficoltà. Là dove c’è più disagio, Salvini annusa terreno fertile per andare a lucrare voti. Oggi come oggi, è inutile negarlo, Roma sta attraversando uno dei periodi più bui della sua storia dal punto di vista amministrativo. Il che si ripercuote sull’umore, sulle attitudini dei suoi cittadini, molto più predisposti ad accogliere le idee drastiche e populiste del Salvini di turno. Milano, al contrario, è una città in piena ripartenza economica e sociale. La maggior parte dei cittadini è soddisfatta dell’operato di Pisapia e qui le “ruspe” salviniane se le bevono in pochi.

D’altronde, lo stesso discorso vale per il Movimento 5 Stelle, che a Roma tutti i sondaggi danno in testa al primo turno, mentre a Milano il ballottaggio rimane e rimarrà solo una chimera.

L’antidoto trovato dalla destra è stato quello di candidare e affidare la campagna elettorale ad un profilo apparentemente moderno e moderato come quello di Stefano Parisi. I grillini, dal canto loro, un profilo di questo tipo non ce l’hanno e quindi l’operazione non è stata neppure pensata. Se la vogliamo vedere in positivo, il merito dell’amministrazione di centrosinistra, alla luce di tutto questo, è stato quello di aver lasciato un’eredità di governo tale da aver costretto il campo avversario ad evolvere in questo senso, nella direzione – come si diceva qualche anno fa – di una destra “normale”.

E i risultati (virtuali) sembrano premiare la strategia. Molti sondaggi (non tutti, per la verità) danno ormai un testa a testa tra Sala e Parisi. Il problema, e ci auguriamo che i milanesi non lo debbano mai verificare sulla propria pelle, è che questa evoluzione potrebbe rimanere, appunto, solo una strategia. Un make-up da campagna elettorale, una “ripulita” di facciata per convincere i cittadini che gli estremismi sono stati fatti fuori e che il centrodestra è pronto per governare la città con equilibrio e saggezza. L’arruolamento in corsa di Passera (dopo gli scambi al vetriolo con lo stesso Salvini nei mesi scorsi) sembra confermare questa tesi. Ma se a giugno il leader della Lega dovesse alzarsi della panchina ed entrare in campo, decidendo di mettere le sue mani sulla città e assumendo il ruolo di leader sostanziale della coalizione? Se decidesse di applicare in Comune il modello Regione Lombardia con la vergognosa spartizione di poltrone messa in atto da Maroni? I risultati potrebbero essere devastanti. Non tanto per il futuro del centrodestra, di cui francamente ci interessa poco, quanto più per il futuro di Milano.

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