Quelli che “soffrire è patologico”

Pensieri e Parole
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Non è detto che i sintomi siano sempre legati alla malattia: in alcuni casi, sono vita.

 

Domanda: stiamo medicalizzando la normalità? Antefatto: la bibbia per la diagnosi dei disturbi mentali si chiama Dsm (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders). Un manuale stilato dall’associazione degli psichiatri americani, la cui comparsa risale al 1952.

Dopo un lavoro che ha interessato 1500 scienziati provenienti da 39 Paesi, oggi siamo arrivati alla quinta versione. Sono varie le differenze col tomo precedente. Di una se ne è discusso molto. È una differenza che colpisce.

Nell’ultimo aggiornamento il lutto, considerato come profonda sofferenza non patologica, viene inserito nei casi di Depressione Maggiore.

Esempio: se il signor Mario Rossi in passato affrontava il dolore della perdita senza farmaci, stando alla sacra scrittura della psichiatria adesso diventa un paziente a cui prescriverne.

Allo stesso modo di quella antica, la medicina moderna descrive il dolore come sintomo. La manifestazione di qualcosa che cambia nel nostro corpo o nella psiche. Un’alterazione che funziona da spia, perché dal sintomo si arriva alla diagnosi e dalla diagnosi alla cura. Sia che si tratti di dolore fisico che morale.

Insomma il dolore si soffre, lo si interroga e lo si combatte. Persiste, sfuma, va e spesso torna.

Nella storia del pensiero, poi, il dolore è una materia a parte. Come nella religione. Ci sono quelli che “se la nostra vita fosse senza dolore, a nessuno verrebbe in mente  di domandarsi perché il mondo esista e perché sia fatto proprio così, ma tutto ciò sarebbe ovvio.” In sintesi: menomale.

Quelli che il dolore è un mezzo perché, all’interno del viaggio chiamato vita, la sofferenza permette un riscatto dal peccato.

Diventa ponte verso la salvezza eterna. Il dolore non solo segue vie misteriose, ma anche infinite!

Viene da chiedersi: nel caso di dolore morale come si traccia il confine fra ciò che è normale o patologico? Che un lutto porti a un profondo malessere è chiaro anche a un bimbo. Triste condanna a un’ovvia parentesi di depressione. Che brutta parola, poi. Depressione è una parola che svia, fa pensare a qualcosa che avviene nel segno della sottrazione. E invece no. Straziante eccesso di emotività.

Risposta: per alcuni terapisti la psichiatria contemporanea non sarebbe in grado di riconoscere le complessità di ciò che è normale. Da qui l’abbondanza di farmaci per governare fenomeni che devono ascriversi, invece, all’ordinario. Molti di questi medici, nei propri articoli, fanno riferimento ai guadagni delle case farmaceutiche. Al possibile mercato di patologie nulle. In sintesi: la teoria di una bolla speculativa che sta diventando sempre più gonfia.

Conclusione: stiamo medicalizzando la normalità è una domanda spinosa. In più parlare di normalità porta con se un rischio. Come “naturale”, anche “normale” significa poco. Normale è un contenitore vuoto che ogni cultura riempie a modo suo. Ma in questo caso, il suo contrario è patologico. Quindi il senso è circoscritto.

Se dovessi azzardare una risposta: i nostri sintomi non sono sempre legati a una malattia. Esistono i sintomi di vita. Semplici, comuni e tremendi. Domanda: bisognerà farcene una ragione?

 

PS: Approfitto di questo spazio per segnalarvi un evento importante.

In questo momento così difficile per Valentino Zeichen, Fazi Editore ha pensato di organizzare un incontro sulla sua opera. Angelo Bucarelli, Filippo La Porta e Giorgio Patrizi parleranno della sua produzione poetica e del romanzo La sumera; mentre Luigi Lo Cascio e Piera degli Esposti leggeranno brani tratti dal romanzo e alcune poesie.

L’incontro sarà domani, venerdì 6 maggio, alle 18.30, presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (ingresso da via Gramsci 73).

Vuole essere soprattutto un’occasione per dare un aiuto concreto. Per coprire i costi della lunga riabilitazione alla quale Zeichen dovrà sottoporsi. Per questo, l’intero incasso derivante dalla vendita dei libri sarà interamente devoluto alla figlia Marta.

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