Quell’assalto al ministro iniziato (guarda caso) nel giorno della Leopolda

Dal giornale
Il ministro delle riforme Maria Elena Boschi durante il suo intervento alla sesta edizione della Leopolda, Firenze, 12 dicembre 2015.
ANSA/MAURIZIO DEGL INNOCENTI

All’inizio la vicenda delle quattro banche era sotto tono. Poi via alle calunnie

Il 22 novembre il governo vara il cosiddetto “decreto salva-banche” (che in realtà salva un milione di risparmiatori, 200.000 piccole e medie imprese e 7000 lavoratori) e i giornali l’indomani danno la notizia senza particolare risalto: “Salvataggio per 4 banche, tasse rinviate” è il titolo del taglio basso del Corriere; Repubblica ha uno strillo: “Sì del governo al salvataggio di 4 banche”; il Giornale e il Sole-24 Ore non mettono neppure la notizia in prima pagina.

L’indomani il quotidiano diretto da Sallusti recupera il ‘buco’ pubblicando in prima una dichiarazione entusiasta di Ennio Doris: “Un dovere morale salvare i correntisti ed evitare il panico”, mentre il giornale di Confindustria titola a centro pagina: “Piazza Affari promuove il piano salva-banche” (e il commento recita: “Un sacrificio (alto) ma necessario”). Sugli altri quotidiani del “salvabanche” non c’è già più traccia. Tornerà, drammaticamente, sulle prime pagine soltanto due settimane dopo, all’indomani del suicidio del pensionato di Civitavecchia. È con questa tragedia che si verifica il primo salto di qualità: i riflettori dei media si accendono sul governo, le opposizioni si lanciano a testa bassa contro Renzi (che Salvini addirittura accusa di essere il responsabile di un “suicidio di Stato”) e, per fornire benzina alla polemica politica, il merito del provvedimento scompare del tutto e in primo piano balza la questione dei risarcimenti agli investitori – che tutti erroneamente chiamano “risparmiatori” – che sarebbero stati truffati. Quanti sono? Per alcuni giorni si parla di “almeno centomila” ridotti in bancarotta, che salgono a 150.000 nel delirio di Salvini: ci vorrà una settimana perché i giornali comincino a scrivere la verità (sono meno di 10.000).

In ogni caso di Maria Elena Boschi, in rapporto al decreto e alle sue conseguenze, non c’è traccia sui quotidiani: salvo il sempre vigile Fatto, che il 23 novembre aveva titolato “Il governo ‘resuscita’ 4 banche: c’è anche quella di papà Boschi”, il ministro delle Riforme fino a venerdì 11 dicembre semplicemente non esiste. E che cosa succede l’11 dicembre? Comincia la Leopolda. È il Natale del renzismo, la grande festa identitaria, il palcoscenico della giovane sinistra di governo: e la “madrina” – o per meglio dire l’infaticabile organizzatrice – è Maria Elena Boschi. La quale ha due difetti imperdonabili: è l’icona del governo, e (anche se a lei non piace il termine) è una gran secchiona. Bellezza, potere ed efficienza non possono coesistere impunemente in una sola persona. Per dare una bella bastonata a Renzi e offuscare la sua festa che c’è di meglio che buttare la Boschi nella macchina del fango? È questo il secondo salto di qualità. L’idea viene a Roberto Saviano, che proprio l’11 dicembre apre il fuoco. Vorrebbe scrivere su Repubblica, ma la sua intemerata appare troppo violenta e ingiustificata per poter apparire su un giornale rispettabile. Saviano allora lancia la bomboletta puzzolente sul Post: s’inventa un inesistente conflitto d’interessi (la famiglia Boschi non possiede Banca Etruria ed è tra le vittime, per dir così, del governo: il padre ha perso il posto di vicepresidente e la figlia, con i fratelli, ha visto ridotto a zero il valore della azioni possedute) e intima al ministro di dimettersi, per lanciarsi poi, forse deluso perché in passato il governo non ha ascoltato i suoi disinteressati consigli, in un’invettiva generale contro il renzismo.

La bomboletta puzzolente deflagra nelle redazioni dei giornali della destra berlusconiana e grillina (Repubblica si limita ad un trafiletto a pagina 9), e Saviano diventa il nuovo eroe dell’antirenzismo militante. Contro Maria Elena Boschi si scatena la caccia grossa, e la sua mancata presenza alla Leopolda venerdì sera – un errore, sebbene motivato dalla necessità di seguire a Roma la legge di stabilità insieme con Padoan – diventa la prova della sua colpevolezza. Il 12 dicembre il Fatto spara in prima pagina: “Salvate il soldato Boschi. Sempre più in difficoltà per il padre coinvolto nel crac aretino”. Marco Travaglio la rimprovera di aver partecipato alla presentazione del libro di Bruno Vespa, mentre un’intera pagina è dedicata alla “storia del papà perbene sanzionato da Bankitalia”, indicato senza ombra d’ironia come “il latifondista di Arezzo”.

Domenica il Fatto torna alla carica, coinvolgendo anche il premier: “Papà Renzi & papà Boschi, tutti Banca Etruria e famiglia”, inventandosi una rete d’interessi che, alla prova dei fatti, si riduce ad una consulenza data da Tiziano Renzi (per meno di 4000 euro) ad un centro commerciale nella cui proprietà figura anche l’ex presidente di Banca Etruria. All’interno, un esplosione di fuochi d’artificio: “Leopolda senza gloria: festa mesta per la Boschi”, “Saviano, la Boschi e il tradimento dei chierici servi”, “Speranza fa l’anti-Renzi ma su Boschi nessuno fiata”. Intanto anche Maurizio Belpietro s’è accorto della Boschi e Libero pubblica in prima pagina una grande foto: “Scena muta del ministro: uccel di Boschi sul caso Etruria”. L’editoriale ripropone la versione savianesca del conflitto d’interessi. Da lunedì a oggi, il crescendo è inarrestabile: “Affari da papà (Renzi e Boschi): Le relazioni pericolose dei genitori di governo” (14 dicembre, Libero), “Avevamo una banca” (15 dicembre, il Fatto), “Ero in aula: così la Boschi mentì” (15 dicembre, Libero, sull’assenza del ministro dalla serata inaugurale della Leopolda), “Due anni fa si sarebbe dimessa” (15 dicembre, Libero, a proposito delle dichiarazioni della Boschi sul ministro Cancellieri, caso che come tutti sanno non c’entra nulla), “Così Renzi salvò papà Boschi”(16 dicembre, Libero, a proposito di un articolo, contenuto in un altro decreto, che equipara le azioni di risarcimento verso le banche a quelle verso le altre società), “La vera ossessione del premier: l’avviso di garanzia a Boschi senior” (16 dicembre, Libero), “BoschiLotti-Renzi: tre famiglie fra mutui, favori e potere” (17 dicembre, il Giornale), “Ma papà ti manda sola?” (17 dicembre, il Fatto), “La Boschi ha votato il salvapapà” (17 dicembre, Libero).

Alla campagna si uniscono entusiasti i talk show di tutte le reti e di tutte le ore: martedì scorso Ballarò e DiMartedì si dedicano all’unisono a gettare fango sul ministro e sul presidente del Consiglio, mercoledì tocca alla Gabbia, giovedì Piazzapulita intitola la puntata: “La giaguara”. Il danno di immagine è compiuto, la macchina del fango ha ottenuto il suo risultato: la campagna contro la Boschi è un esempio perfetto di character assassination, cioè di distruzione sistematica di una persona, della sua famiglia e della sua onorabilità. I fatti scompaiono, vengono sminuzzati in slogan privi di senso, le responsabilità sono spinte nell’ombra, la polemica politica esibisce il suo volto selvaggio e l’accanimento personale offusca ogni altro aspetto della questione. Naturalmente, la strumentalità e la violenza dell’attacco al ministro Boschi hanno anche l’effetto contrario: una parte di opinione pubblica uscirà da questa vicenda con la convinzione che sia stata vittima innocente di una partita politica giocata senza scrupoli. Ma in un paese malato di antipolitica e spesso offuscato dalla rabbia il terreno è fertilissimo per campagne di questo genere. Calunniate, calunniate, qualcosa resterà: lo diceva già Plutarco.

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