Effetto Trump. Quella cattiva ricetta economica

Usa2016
Donald Trump.  (ANSA/AP Photo/ Evan Vucci) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]

Trump rappresenta l’America nostalgica e isolazionista, che non ha voglia di investire nella cooperazione internazionale

Poche volte nella storia americana l’elezione di un presidente ha generato altrettanta incertezza di quanta ne sta creando la vittoria di Trump, soprattutto sui temi dell’economia. Egli ha vinto con i voti di chi è stato escluso dai vantaggi della globalizzazione, ma anche di chi s’identifica nei valori della destra tradizionale del Partito Repubblicano, cioè la supremazia americana e l’avversione per l’iniziativa pubblica e le imposte. Trump rappresenta l’America nostalgica e isolazionista, che non ha voglia di investire nella cooperazione internazionale. Da oggi, il progetto d’integrazione Europea perde l’attivo sostegno della presidenza USA che, con Obama, ha sempre ammonito i governi europei sulla necessità di guardare oltre gli egoismi nazionali e di perseguire un disegno d’integrazione e di cooperazione internazionale.

Tutto ciò richiede una seria autocritica per il Partito Democratico e, di riflesso, per la sinistra europea. Invece che accusare la destra di populismo, occorre rimboccarsi le maniche per trovare politiche credibili che consentano di conciliare la crescita, l’innovazione tecnologica e l’equità. Ma sarebbe un grave errore pensare che basti un Bernie Sanders o un Jeremy Corbyn a sconfiggere i demagoghi che cavalcano la rabbia degli elettori senza avere proposte coerenti e produttive. Il programma di Trump è un misto di dirigismo e disprezzo per la regolazione e l’assistenza.

Sono obiettivi contraddittori sia sul piano del consenso che su quello, più prosaico, della finanza pubblica. Trump vuole, allo stesso tempo, fare un grande piano d’investimenti pubblici per dare lavoro agli americani, ma anche ridurre drasticamente le tasse ai ricchi e le imprese (riduzione dell’aliquota massima sui redditi personali dal 39,6 al 25% e delle imposte societarie dal 35 al 15%).

Questa politica porterebbe il debito pubblico a livelli intollerabili, anche perché egli non sarà in grado di contenere le spese che più influiscono sul bilancio federale, cioè i programmi sanitari per poveri e anziani e i sussidi ai disoccupati. È probabile che egli dovrà fare marcia indietro di fronte a un Congresso che, pur essendo compattamente repubblicano, è ideologicamente avverso alla spesa in disavanzo. Il punto più qualificante del messaggio di Trump è il protezionismo. Egli ha promesso di fermare l’ondata migratoria dal Messico e la deportazione dei migranti clandestini.

 

Vorrebbe cambiare il trattato di libero scambio Nord-Americano (il NAFTA) per fermare l’emorragia di posti di lavoro che subisce l’industria automobilistica e tessile. Anche queste sono promesse che si scontreranno, molto probabilmente, con la dura realtà dei fatti. L’immigrazione dal Messico è trainata dalla domanda di lavoro per posizioni poco qualificate, alla quale non corrisponde un’offerta di lavoratori nativi. Un blocco dell’immigrazione, oltre che impossibile in pratica, sarebbe molto negativa per il settore dei servizi e l’agricoltura. Il NAFTA è nato nel 1994 grazie a una scelta politica coraggiosa condivisa da democratici e repubblicani, intenzionati a creare una grande area di libero scambio Nord-Americana, aiutare il Messico a dotarsi di un’industria manifatturiera competitiva e contenere i flussi migratori.

L’accordo ha generato miliardi d’investimenti diretti trans-frontalieri, ma ha anche messo a rischio l’industria USA, perché i salari medi dei lavoratori messicani sono una frazione di quelli USA. I critici affermano che, come conseguenza del NAFTA, il settore automobilistico statunitense ha perso circa 600.000 posti di lavoro negli ultimi ve n t ’anni, ma si tratta di un’affermazione in gran parte esagerata.

Già prima del ’94, l’industria dell’auto soffriva di una gravissima crisi di competitività e la scelta di formare un mercato Nord-Americano integrato ha accresciuto la competitività dell’industria americana nei confronti dei concorrenti asiatici (Cina e Giappone), grazie a una fitta rete di contratti di fornitura di parti di prodotto finito tra i paesi dell’are a. Non sarà una revisione dei trattati commerciali a riportare il settore automobilistico USA ai livelli degli anni 70, quando la Cina era irrilevante e le fabbriche poco automatizzate.

Le promesse di Trump si scontreranno con le resistenze di un’industria americana intensamente integrata con il resto del mondo, che avrebbe tutto da perdere (anche in termini di posti di lavoro) da una politica commerciale pro tezionista. Di fronte a queste inevitabili contraddizioni e incongruenze, la politica di Trump perderà per strada molti pezzi del suo programma, soprattutto quelli che avevano richiamato l’attenzione degli elettori.

Egli si limiterà a demolire ciò che Obama ha faticosamente cercato di fare in questi ultimi 8 anni, cioè diffondere l’assicurazione sanitaria con un misto di incentivi e sanzioni, incrementare le detrazioni fiscali per i lavoratori più poveri, aumentare le aliquote sui redditi elevati per finanziare i programmi di spesa e di investimenti pubblici, combattere l’inquinamento e i gas serra e, infine, sottoporre il sistema finanziario ad una regolazione più incisiva. Si dirà (e si è detto) che queste politiche sono state troppo timide e, in parte, poco efficaci (soprattutto nel caso della riforma sanitaria), ma io credo che nel corso dei prossimi anni ricorderemo con rimpianto i benefici di una presidenza democratica che, con tutti i suoi limiti, ha consentito agli USA di crescere a tassi superiori a quelli europei, dimezzare il tasso di disoccupazione e contenere le disuguaglianze prodotte dalla globalizzazione.

Se ne accorgeranno anche coloro che (incredibilmente) vedono nella vittoria di Trump la sconfitta del Neo-Liberismo o l’occasione per cavalcare cinicamente le insoddisfazioni dei cittadini sparando a caso sulle istituzioni e senza avere alcuna idea sulla direzione di marcia.

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