Quel No che spacca la destra

Referendum
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Quella che spacca la destra italiana è infatti una divisione strategica, sul futuro, ma al tempo stesso – ciò che forse è persino più grave – una rottura sul passato, quindi identitaria e simbolica

L’idea che sul destino del bicameralismo perfetto si stia spaccando il paese appare piuttosto improbabile, per il merito della questione e anche per il grado di coinvolgimento che i problemi istituzionali in generale suscitano abitualmente tra gli italiani. È insomma un legittimo argomento di polemica, che non appare al momento suffragato da fatti (non risulta siano ancora scoppiate risse nei bar tra tifosi del Bundesrat e sostenitori della navetta).

In compenso, è un fatto che il referendum sta spaccando la destra. Il lancio del comitato per il Sì di Marcello Pera e Giuliano Urbani è infatti solo l’ultima manifestazione di una divisione profonda, che taglia in due il centrodestra e la stessa Forza Italia. Nel lento declino della leadership berlusconiana, quello che fu il primo partito d’Italia è andato via via rimpicciolendosi per scissioni successive, dal Nuovo centrodestra ad Ala. Se poi si comincia a contare dalla spaccatura del Pdl, si capisce subito quale forza centrifuga sia stata innescata dalla crisi del berlusconismo.

A mano a mano che il centrodestra scivolava sempre più a destra, cedendone di fatto la guida alla Lega di Matteo Salvini, perdeva un pezzo al centro. Ed era inevitabile che la scelta di schierarsi nel fronte del no alla riforma, dopo avere contribuito in non piccola parte a scriverla, rendesse più stringenti tutte le contraddizioni di questi ultimi anni. Beppe Grillo e lo stesso Matteo Salvini erano attestati su quella posizione da assai prima, e con assai maggiore coerenza, per non parlare di tutto il fronte dell’antiberlusconismo radicale, che la sua campagna contro la riforma l’ha incentrata sin dall’inizio esattamente su quest’unica incancellabile macchia: che era stata concordata con Berlusconi. Non stupisce, pertanto, che decine di ex parlamentari di Forza Italia abbiano deciso di unirsi al comitato per il sì di Pera e Urbani.

Quella che spacca la destra italiana è infatti una divisione strategica, sul futuro, ma al tempo stesso – ciò che forse è persino più grave – una rottura sul passato, quindi identitaria e simbolica, che riguarda cioè il senso e il valore della propria storia. In gioco non c’è solo la leadership del centrodestra e il suo profilo ideale, che già non è poco, ma anche e forse soprattutto l’eredità del berlusconismo, il suo significato storico, il modo in cui la sua lunga stagione sarà archiviata.

La domanda, in breve, è quale capitolo occuperà nei libri di storia: quello dedicato alla rinascita dei populismi europei, subito prima delle pagine sul grillismo, o quello dedicato alla costruzione del bipolarismo e della destra liberale nella Seconda Repubblica? Non si tratta di domande da poco, soprattutto per quei dirigenti e quegli intellettuali che nell’avventura berlusconiana hanno avuto un ruolo, che vi hanno legato il proprio impegno e il proprio nome, e che forse all’idea di vedersi per sempre associati al movimento cui si deve l’invenzione del Vaffa Day, comprensibilmente, non si entusiasmano. E probabilmente nemmeno all’idea di passare alla storia come precursori di Matteo Salvini.

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