Quel murales rimosso, il simbolo di una città senza più bellezza

Roma
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Come mai tanto interesse per un semplice graffito?

In bilico su una scala, nel suo inconfondibile abito talare bianco, intento a mettere a segno il punto decisivo nel suo personalissimo tris. Ovviamente quello della pace.

In una vietta di Borgo Pio, a due passi dal Vaticano, era apparso nella notte di ieri uno splendido murales che ritraeva Papa Francesco. Ancora una volta, lo street artist è Maupal, aka Mauro Pallotta, artefice anche del celebre manifesto di Super Pope, Bergoglio in versione supereroe, apparso in via Plauto nel 2014.papa-borgo-pio-murales

I due ritratti, però, hanno avuto lo stesso destino: rimossi a tempo di record dai vigili. La motivazione è quella del decoro urbano, una giustificazione che in una città come Roma fa davvero sorridere, o forse più arrabbiare. In molti infatti si erano fiondati da tutta Roma per fotografare il dipinto, provocando un flusso continuo di curiosi, come in un vero pellegrinaggio, andato avanti per l’intera mattinata.

Ci si chiederà come mai tanto interesse per un semplice murales? Il fatto è che a Roma, di sorprese piacevoli, ne succedono davvero poche ultimamente. In molti quindi avevano gioito per il fatto che, dopo tanto penare, anche a Roma si era tornati a poter riempire gli occhi di arte e bellezza; davvero un buon motivo per sorridere.

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E invece il sorriso è rimasto a mezz’aria, cancellato da uno spruzzo d’acqua del netturbino di turno. L’ordine della Questura, e l’intervento dei vigli urbani è stato velocissimo: sul posto sono giunti gli agenti del Pics, pronto intervento del Centro storico, che hanno richiesto l’intervento dell’Ama per la rimozione del graffito. Una celerità mai vista nella capitale, dove nessun muro è stato risparmiato da graffiti, davvero meno artistici, ma che rimangono “senza tempo” a ricordarci forse chi siamo davvero. Così come i cassonetti strapieni, l’incuria nei monumenti e le buche nelle strade.

Insomma ciò che è successo a Roma, a noi romani, ci ha feriti un po’, un altro po’. Perché una città che non sa più riconoscere la bellezza (anche nei disegni improvvisati sui muri) e valorizzarla è una città senza speranza.

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