Quel legame tra 25 aprile e Costituzione salvato da Togliatti e De Gasperi

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L’onda della Resistenza avrebbe potuto infrangersi sulle divisioni sul governo. La scelta di non rompere sulla Carta ne assicura la continuità con la lotta di Liberazione

L’onda lunga dell’impegno comune della Resistenza tra gli esponenti delle principali formazioni politiche si riversò facilmente nei primi mesi dei lavori dell’Assemblea. Lo si vedeva bene non solo nei momenti di elaborazione del nuovo testo costituzionale, ma anche e soprattutto nell’esperienza comune di governo che dura fino a metà 1947. Non dobbiamo dimenticare infatti che l’Assemblea aveva anche il rapporto di fiducia col governo e, per questo, è utile ripercorrere proprio i primi dibattiti fiduciari.

Il primo, l’unico del 1946, che va dall’intervento del presidente del Consiglio De Gasperi (15 luglio) che illustra la composizione e il programma del suo governo (quello insediato dopo il referendum istituzionale) fino alla sua replica (25 luglio), si svolge in un clima di concordia. De Gasperi lo presenta alla Costituente dicendo: «La Repubblica non vuole essere regime di parte, ma governo di tutti e il Ministero attuale, se risponde all’impulso di forze sociali di rinnovamento, non è rivolto contro nessuno, se non contro chi volesse insidiare i nostri liberi ordinamenti». In altri termini la maggioranza chiamata ad approvare la Costituzione è la stessa chiamata ad assumersi il dovere del governo: tutte le principali forze politiche ne fanno parte. Il senso di concordia è ben espresso dall’intervento svolto da Togliatti il 24 luglio successivo, quando segnala come il dato più rilevante sia il «fatto che il governo riflette, in sostanza, la composizione dell’Assemblea» e quindi la centralità dei «tre partiti di massa» di cui svolge un ampio elogio.

Il secondo dibattito, che va dall’8 al 25 febbraio, ed è relativo al terzo governo De Gasperi da cui sono usciti i socialdemocratici di Saragat dopo la scissione di Palazzo Barberini di qualche mese prima, è più polarizzato ma anche più confuso. La linea divisoria tra maggioranza e opposizione non rispecchia infatti quella politico-programmatica. Com’è noto, l’indisponibilità di azionisti, repubblicani e demolaburisti a dar vita in quella fase a un governo senza i comunisti aveva portato il presidente del Consiglio a confermare una formula che era lacerata esattamente sul punto indicato da Saragat, la collocazione internazionale del Paese. Conscio di questa situazione paradossale, la replica di De Gasperi del 25 febbraio propone due punti di caduta: “Fare le elezioni il più presto possibile e rendere arbitro il Paese della direttiva politica ed economica dell’indomani” e, nel contempo, mantenere la collaborazione soprattutto sulla Costituzione. “Dipende dalla buona volontà di tutti che l’impostazione per la battaglia di domani non ci renda impossibile la collaborazione efficace per risolvere il grave compito di oggi”.

Il terzo dibattito è quello che va dal 9 al 21 giugno sul quarto governo De Gasperi, che ha sciolto le ambiguità del febbraio precedente con l’uscita di socialisti e comunisti e che vede l’ingresso dei liberali. Le dichiarazioni del presidente del Consiglio si muovono in modo sobrio e pragmatico in continuità con le conclusioni precedenti, in particolare celebrando l’anno di consolidamento della Repubblica. La replica di Nenni, esposta il 19 giugno, è durissima: nel contesto della Costituzione provvisoria in cui i poteri sono concentrati nel governo, in cui quindi «il Parlamento è al Viminale, non a Montecitorio», esso «non può essere di parte o di classe» e per questo l’esecutivo deve «andarsene». Il giorno dopo, però, l’altro escluso, Togliatti, adotta un approccio parzialmente diverso: inizia con la stessa tesi, poi, però, chiude in modo realistico indicando la meta delle future elezioni politiche senza strappare sul terreno della Costituzione («Non so però se si arriverà a riformare il governo subito. Vi è ormai un’alleanza che funziona e probabilmente continuerà a funzionare fino all’ora delle elezioni. Sta bene. Per un partito democratico come il nostro l’appello alle elezioni è un invito a nozze»).

Quello è il passaggio chiave: l’onda lunga del 25 avrebbe potuto infrangersi sullo scoglio della divisione sul governo e non condurre a una Costituzione condivisa, ciò che purtroppo accadde in Francia. Ma la collaborazione sulla Costituzione prosegue e, quindi, si viene a determinare un continuum indissolubile tra Resistenza, 25 aprile e testo costituzionale, importante perché non scontato. Tuttavia il bilancio di questo continuum va precisato, secondo quanto ben chiarito da uno dei principali autori del testo, Costantino Mortati. nell’intervista a Gli Stati del 1973. Diceva Mortati: “Un’esatta valutazione della nostra Costituzione esige che si distingua la parte che si potrebbe chiamare sostanziale… dall’altra dedicata all’organizzazione dei poteri… Non mi pare contestabile che essa, nella formulazione dei principi racchiusi nella prima parte, sia riuscita particolarmente felice, tale da porla ad un livello superiore delle altre Costituzioni emanate nello stesso periodo di tempo… (mentre) volgendo lo sguardo ad auspicabili riforme costituzionali… ricordo che alla Costituente io, quale relatore della parte del progetto di Costituzione riguardante il Parlamento, fui tenace sostenitore di un’integrazione della rappresentanza stessa che avrebbe dovuto affermarsi ponendo accanto alla Camera dei deputati un Senato formato su base regionale”.

Mentre nella Prima Parte il nesso tra Resistenza e Costituzione è diretto e indissolubile, nella Seconda ha inciso il condizionamento della frattura del 1947, essa ha dovuto tener conto degli ostacoli e ha dovuto necessariamente prendere rivoli diversi. Si è così sacrificata l’esigenza di riformare il Parlamento in coerenza con uno Stato modernamente decentrato e quella di rafforzamento dell’istituzione governo rispetto alle diffidenze reciproche. Per questo, come segnala Mortati, le esigenze di riforma vanno correttamente intese non come una sorta di anno zero, ma come il completamento nella Seconda Parte di quanto non si poté fare allora, per far arrivare l’onda lunga del 25 Aprile dove essa non poté allora arrivare. Ad essa siamo debitori, verso di essa siamo chiamati alla necessaria responsabilità innovativa.

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