Quel fiume coltivato

Dal giornale
Mud in the streets after floods in Rossano, Calabria, Southern Italy. Rossano, August 12nd 2015. ANSA/FRANCESCO ARENA

Il Crati, fiume coltivato della Calabria esempio di incuria e dissesto

Non credo che esista in nessuna parte del mondo qualcosa di più bello della pianura dove fu Sibari», scriveva nell’Ottocento il grande archeologo francese Francois Lenormant. Non credevo nemmeno esistesse un fiume con i suoi ampi alvei, terre per legge demaniali e pubbliche, trasformati in piantagioni di agrumeti privati. Serre e piante che puntualmente fanno da tappo e ostruiscono il deflusso delle acque, finendo sempre per allagare interi centri urbani, compresa la nostra Magna Grecia.

Se serve un esempio delle condizioni di dissesto, incuria e sfruttamento del suolo che innescano le periodiche esplosioni dei fiumi della Calabria, terra dai corsi d’acqua rischiosissimi che lasciano tracce da serpenti di sabbia per gran parte dell’anno e con le piogge torrenziali diventano mostri devastatori, lo troviamo in mezzo al fiume Crati. Due giorni fa, è toccato al torrente Citrea balzare sulla costa jonica consentina con una imponenza improvvisa neanche fosse il Po, ma anche la velocità e la potenza dello scorrimento a valanga verso valle del Crati sono state predisposte con perizia dalla mano dell’uomo e dalle omissioni dello Stato. Se tanti altri fiumi italiani sono stati teatro nell’ultimo secolo dell’applicazione di una scienza idraulica dagli errori clamorosi, spesso pressata da convenienze urbanistiche folli, che ha sepolto numerosi corsi d’acqua sotto palazzi, li ha deviati e interrotti con strade e parcheggi, strozzati con quartieri e aree industriali, commerciali e turistiche, oppure intubati in sezioni insufficienti sotto piastre di asfalto e cemento, uno dei fiumi patrii come l’antico Chratis, con i suoi 91 chilometri dalla Sila in giù verso il cosentino, il più importante e grande della Calabria, può raccontare una storia di sfruttamento e abbandono unica al mondo. Per farsi un’idea del Crati in piena, leggete lo storico Vincenzo Maria Greco che così lo descriveva nel 1729: «…per piogge, lave e torrentacci oltre ogni credere ingrossato, rivolgendo sassi, travi, alberi, ed ogni sorta di materie incontrate, entrava nella città. Levando al cielo i cavalloni, gli spruzzi, ed argini e dighe con poderosi sforzi sormontando, frangeva, schiantava, distruggea, ove avvenia che passasse».

Aranceti nell’alveo

È stata acqua e vita per generazioni intere, ma anche inferno e morte per straripamenti e inondazioni epocali. Ad un certo punto della sua storia, però, in epoca fascista e fino ai giorni nostri, questo bel fiume diventò una piantagione. Lo tagliarono a fettine, con tante particelle catastali, e lo privatizzarono, occupando l’ampio alveo con aranceti e limoneti e tutto un ben di dio di altre coltivazioni. Ostruivano lo scorrimento delle acque quegli eccellenti agrumeti all’interno dell’alveo, rarissimo esempio planetario di demanio pubblico e di area idraulica teoricamente da superproteggere ma ceduta chissà come ad aziende locali in barba ad ogni norma e legge dello Stato repubblicano. Cosicchè, quando l’acqua scende dalle montagna con una portata impressionante, da decenni trova ostacoli insormontabili e si riprende i suoi spazi nei paesini e nelle città, devastandoli. Sono così aumentate le alluvioni e subito dopo ci sono state le alluvioni di promesse ipocrite, di lavori “urgenti e non rinviabili”, “legalità da ripristinare”, “messa in sicurezza”. Però, guai a parlare delle piantagioni.

Visto che il Crati non ha mai aspettato i tempi della pubblica amministrazione, esondò ancora una volta il 18 gennaio del 2013, dilagando ancora nel parco archeologico di Sibari e provocando uno dei peggiori disastri ambientali e culturali dell’Italia moderna. Un dramma archeologico passato abbastanza sotto silenzio. Le sue acque, fuoriuscite nel punto di confluenza con il torrente Coscile, allagarono anche Cassano allo Ionio e altri borghi ma trasformarono il più importante parco archeologico del mondo, la meraviglia della Magna Grecia sul mar Ionio, un incredibile serbatoio di cultura e di economia turistica, in un putrido pantano per oltre un anno. La piana di Sibari non era mai stata tutelata dalle alluvioni, era un altro esempio desolante di come la cultura può finire nel fango per incuria e opere non realizzate. «Ricevemmo vere e proprie suppliche da archeologi, storici dell’arte e cittadini calabresi per far partire i lavori attesi da decenni. La Regione era sparita dopo le dimissioni per condanna del presidente della giunta regionale Giuseppe Scopelliti, e nessuno si occupava nemmeno di Sibari», racconta l’economista Mauro Grassi capo della struttura di missione contro il dissesto a Palazzo Chigi. E continua: «Un anno e mezzo fa chiedemmo quanto sarebbe costato ridurre o eliminare in gran parte la pericolosità del Crati, assicurando una adeguata tenuta idraulica, realizzando opere di difesa e mettendo molto più in sicurezza un patrimonio culturale universale. Immaginavamo cifre consistenti». Quanto serviva? «Solo 4 milioni, e riposavano dal 2010 nella contabilità speciale della Regione, lasciata dal vecchio commissario inviato del ministero dell’ambiente! Demmo l’accelerata che serviva e oggi il Crati ha praticamente concluso quei lavori e fa meno paura grazie all’impegno del geologo Maurizio Croce, dell’ingegnere Nello Gallo e soprattutto del nuovo presidente della Regione, Mario Oliverio».

In realtà, nel 2009 la Regione Calabria si impegnò a cantierizzare 185 interventi anti-dissesto con un investimento statale di 180,9 milioni di euro più altri 39,1 milioni sempre versati interamente dallo Stato. Due anni al massino e più sicurezza per territori martirizzati dal dissesto cronico. Risultato: sui 185 interventi previsti, al giugno 2014 solo 5 erano in corso. Erano ancora in fase realizzativa molti altri cantieri relativi a interventi finanziati dal lontano 1988. Una sciatteria che ha prodotto o amplificato danni immensi tra frane e alluvioni. Oggi la Regione ha cambiato tutto, c’è una filiera di responsabilità ma è a quota 454 opere da realizzare. Torniamo però alle piantagioni nel Crati. Dopo l’alluvione del 2013, il ministero dello Sviluppo economico inviò gli esperti dell’Uver, l’unità che si occupa degli investimenti pubblici, e questi il 13 marzo 2013 inviarono un rapporto molto chiaro sulle condizioni del fiume al Ministro. Si legge:

L’onda di piena

«I sopralluoghi effettuati sul Crati forniscono gli elementi essenziali per ricostruire quanto accaduto: in diversi punti gli argini presentano delle criticità e paiono instabili, anche perché messi in opera con materiali non consistenti e di dimensioni inadeguate; la foce è insabbiata; è evidente la mancata pulizia e la presenza nell’alveo di consistenti quantità di inerti ed alberi secchi; la sicurezza degli argini è inoltre compromessa dalla presenza sugli stessi e nell’alveo di coltivazioni non autorizzate di uliveti e agrumeti in alcuni casi su terreni che risultano di proprietà privata che hanno ostacolato il deflusso e innalzato il livello dell’onda di piena… Queste coltivazioni non sono state autorizzate dalla Provincia di Cosenza. La presenza di coltivazioni o utilizzi inappropriati e non autorizzati delle aree del demanio fluviale, talvolta intestate a proprietari privati, è una problematica che interessa numerosi corsi d’acqua della Regione Calabria». Ma il Regio Decreto 523 del 1904 non stabilisce la proprietà pubblica degli alvei dei fiumi? Non prevede che nelle aree fluviali non sia possibile fare opere senza autorizzazione dell’autorità amministrativa (comma 93) e, tra lavori ed atti vietati in modo assoluto non rientrano le piantagioni di qualunque sorta di alberi ed arbusti sul piano e sulle scarpe degli argini (comma 96)? Il documento prosegue: «Tuttavia, a causa di molteplici fattispecie a carattere catastale (mancato aggiornamento delle particelle; usucapione; ecc.) si rileva come numerose particelle siano catastalmente attribuite a privati. L’incertezza collegata a questi aspetti relativi alla proprietà delle aree rischia di rendere impugnabili i sequestri delle colture messi in opera dalle autorità competenti; potenzialmente a rischio di contenzioso anche gli interventi straordinari di sistemazione degli argini. Al netto della succitata questione della proprietà delle aree golenali, la presenza di agrumeti nelle golene del Crati sarebbe stata impossibile (o comunque avrebbe avuto una ben minore estensione) se fosse stata attivata una costante azione di vigilanza e controllo sulle attività che interessano l’alveo del fiume. Queste attività di “polizia idraulica” sono attribuite dalla legge alle Regioni». L’unica speranza, a questo punto, è nella determinazione del nuovo presidente della Calabria.

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