Quel filo rosso che lega riforme e riformatori

Referendum
ROMA-FESTEGGIAMENTI DOPO IL REFERENDUM 1993:BARBERA,SEGNI E BIANCO.ANSA

Le radici del Sì alla riforma costituzionale: da Segni all’Ulivo a Napolitano

Il cammino verso una politica più snella e meno partitocratica, verso governi più stabili ed efficienti, verso una democrazia più partecipata e aperta al contributo dei territori non nasce certo con l’attuale riforma costituzionale. Si tratta di risultati a lungo ricercati già nel dibattito interno all’Assemblea costituente e che si sono riproposti a più riprese negli ultimi decenni.

C’è infatti un filo rosso che collega il prossimo referendum a quello per la riforma elettorale del 1991, passando per numerose tappe legate a interventi normativi o alla riorganizzazione del sistema dei partiti. E non è un caso che molti protagonisti di quei passaggi si siano oggi espressi a favore del Sì nel prossimo referendum sulla riforma costituzionale.

Un simbolo dell’inizio di quella stagione è certamente Mario Segni, promotore già nel 1988 del Manifesto dei 31, che chiedeva l’introduzione di una legge elettorale di stampo maggioritario, e del successivo referendum che nel 1991 abolì la preferenza plurima: il primo atto di una volontà popolare che spingeva verso il superamento del sistema proporzionale e dei vecchi partiti, che si realizzerà di lì a poco con la legge elettorale Mattarella e con l’avvio della stagione del bipolarismo.

E oggi Segni ci ricorda che il Sì al prossimo referendum “ci conserva il maggioritario e ci evita un drammatico passo indietro”.

Mentre una nuova legge introduceva l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di Province e Regioni, a dare l’input definitivo all’approvazione in Parlamento del Mattarellum fu un altro referendum promosso nel 1993 dai Radicali, con in prima fila Peppino Calderisi e Marco Taradash. Il quesito, ideato tra gli altri anche da un giovanissimo Giovanni Guzzetta, fu approvato a larghissima maggioranza.

Oggi Calderisi e Guzzetta sono tra i più convinti sostenitori del referendum costituzionale, mentre Taradash si è fatto promotore del comitato “Liberali per il Sì”. Nel 1997, il nuovo quadro politico bipolare rese indispensabile la modifica del regolamento della Camera, alla quale diede un impulso fondamentale l’allora presidente dell’assemblea di Montecitorio, Luciano Violante. Come fu l’esigenza di arrivare a una “democrazia decidente” a spingerlo allora, oggi lo stesso Violante riconosce alla riforma costituzionale il merito di garantire a Governo e Parlamento gli strumenti necessari ad assumere decisioni in maniera rapida ed efficace.

Dal 1997 al 1999 si deve poi a Franco Bassanini una serie di interventi legislativi che hanno avuto il merito di regolare (senza modifiche costituzionali) i rapporti tra Stato, Regioni ed enti locali, valorizzando le autonomie, e di ridurre la struttura del Governo e degli apparati ministeriali. In continuità con questo impegno, per Bassanini la vittoria del No al prossimo referendum «produrrebbe l’aborto di un processo di rinnovamento istituzionale durato alcuni decenni, sancirebbe l’incapacità delle nostre istituzioni di fare i conti con la realtà del mondo che cambia, e ne aggraverebbe la crisi di credibilità internazionale e di legittimazione democratica interna».

Ma leggi e regolamenti da soli non bastano. Per semplificare la politica, renderla più efficiente e avvicinarla ai cittadini, serve anche l’impegno dei partiti. Con questi obiettivi nacque nel 1995 l’Ulivo: per la prima volta, si ritrovarono sotto la guida di Romano Prodi forze politiche di ispirazione diversa (socialdemocratica, cattolico democratica, liberaldemocratica, ambientalista) ma accomunate da un’impronta riformista ed europeista.

Tra le tesi fondative dell’Ulivo, una riguardava nello specifico le riforme istituzionali e, in particolare, il superamento del bicameralismo paritario. E oggi Arturo Parisi, che dell’Ulivo fu l’ideologo, riconosce nella riforma costituzionale «l’eco dell’ambizione ulivista di fare della nostra democrazia una democrazia che decide e coinvolge direttamente i cittadini nelle scelte di governo e nella scelta di chi lo guida».

Su questo solco s’inserì anche la scelta – della quale Parisi fu il più convinto fautore – di introdurre in Italia le primarie per la scelta del candidato premier (2005). E due anni dopo, con il metodo delle primarie aperte si elesse anche il primo segretario del Partito democratico. Il primo a teorizzare la nascita di una forza politica che, ereditando l’esperienza dell’Ulivo, riuscisse a fare sintesi tra le culture politiche riformiste fu Michele Salvati, anche lui oggi tra i sostenitori del Sì al referendum sulla riforma costituzionale.

Arriviamo così ai giorni nostri. In particolare, alle parole pronunciate dal presidente Giorgio Napolitano, in un’occasione storica (l’insediamento del primo Capo dello Stato eletto per un secondo mandato) quanto politicamente delicata (l’incapacità dei partiti di individuare un nuovo candidato al Quirinale su cui convergere). Napolitano definì «imperdonabile» il «nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario».

Queste parole, insieme all’impegno diretto nel promuovere una commissione di “saggi” per le riforme e nell’accompagnare l’iter parlamentare del testo, dapprima rimanendo nell’ambito delle prerogative che competono al Capo dello Stato, quindi – lasciato il Quirinale – con i suoi interventi nell’aula di palazzo Madama, consegnano a Giorgio Napolitano il ruolo onorifico di “padre” della riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum. Un appellativo che rappresenta la degna e meritata conclusione, almeno per il momento, di una carriera politica vissuta da autentico riformatore.

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