Quel filo che arriva dall’89

Politica
(GERMANIA) BERLINO 31/12/1989  :IL MURO ALLA PORTA DI BRANDEBURGO  -  © GRAZIANO ARICI / GEO

Una nuova domanda di libertà nasceva dalla caduta del Muro. Ma le risposte non erano mai state sperimentate

La storia della democrazia e dell’ordine mondiale a partire dall’89, cioè dalla fine del mito della società egualitaria socialista, è stata interpretata in due modi opposti: con l’ottimismo di chi si compiace dell’aumento straordinario dei regimi democratico-liberali nel mondo e dei benefici economici della globalizzazione (la “fine della storia”) e il pessimismo.

I l pessimismo di chi avverte i pericoli del multipolarismo, del disordine etnico e politico e dell’incapacità delle potenze mondiali di imporre il proprio modello di convivenza civile. L’opposizione tra ottimisti e pessimisti e l’emergere della disillusione successiva all’89 è il contenuto di un dibattito interessante ospitato da questo giornale. Qualche riflessione utile su questi temi può essere stimolata da un saggio di Runciman (The Confidence Trap, Princeton U.P., 2013), di cui riporto un passo eloquente. “In tema di democrazia, le buone e le cattive notizie si alimentano a vicenda. Successo e fallimento si tengono la mano. Questa è la condizione democratica. Significa che il trionfo della democrazia non è un’illusione ma neanche una panacea.

È una trappola. I fattori che determinano il successo delle democrazie nel tempo – la flessibilità, la varietà, la capacità di risposta delle società democratiche – sono gli stessi fattori che ne determinano i fallimenti. Essi producono impulsività, visione di breve termine e miopia storica”. Questa visione della democrazia come strumento utile a superare le crisi ma molto imperfetta nella programmazione e nel comando, può aiutarci a interpretare la storia recente e capire l’urgenza di un assetto istituzionale che regga alle sfide del nostro tempo.

La caduta del Muro di Berlino non poteva portare al trionfo incontrastato della democrazia liberale nel mondo perché la nuova domanda di democrazia e libertà che nasceva da quell’evento richiedeva risposte nuove, mai sperimentate. E queste risposte non potevano risolvere tutte le esigenze possibili: sicurezza, libertà, uguaglianza, pieno impiego, stabilità finanziaria, tolleranza reciproca, libero movimento di uomini e merci. Le tensioni che sono alimentate da queste esigenze contrapposte possono essere attenuate con istituzioni efficienti, senso di responsabilità dei cittadini e della classe dirigente, ma non possono sparire.

Una parte delle disillusioni che alimentano lo scetticismo nei confronti delle democrazie liberali deriva anche dall’errore di attribuire tutti i mali a un deficit democratico, allo strapotere delle tecnocrazie e dei mercati. Ma, a ben vedere, questi mali sono spesso la conseguenza della difficoltà di condurre a coerenza esigenze e bisogni spontanei con risorse scarse. Il “periodo d’oro” della crescita e della stabilità economica dei paesi occidentali, seguito alla fine della seconda guerra mondiale e terminato con la svalutazione del dollaro del ’72, è stato possibile grazie alla leadership incontrastata degli USA sulla scena mondiale, all’abbondanza di risorse e materie prime e alla marginalità e sottomissione delle economie in via di sviluppo.

Si è trattato di un’anomalia storica che non si potrà ripetere. Coordinamento e pianificazione sono continuamente messi in discussione dai processi deliberativi, dagli umori dell’opinione pubblica e dall’emergere di nuovi interessi. La solidarietà con i paesi più poveri è in contrasto con la difesa dei posti di lavoro nei paesi più ricchi, la stabilità monetaria e fiscale con la necessità di contrastare le recessioni, l’accoglienza degli immigrati con le garanzie dello Stato Sociale. Tutto ciò si riflette, ad esempio, sulla progressiva perdita di fiducia nel progetto d’integrazione europea, nato dalla volontà di politici lungimiranti e ora in balia delle legittime aspirazioni dell’elettorato. Potevamo aspettarci una transizione tranquilla verso un’Europa integrata? Anziché nascere da guerre o rivoluzioni (come sempre accaduto nel passato), il processo di unificazione economica e politica dell’Europa è determinato dall’azione di capi di governo vincolati da mandati popolari di breve termine e, in qualche caso, da referendum popolari.

Questo sistema ha il vantaggio di rispettare le diversità nazionali e consente di risolvere le crisi con soluzioni sempre nuove ancorché imperfette. Grazie a questa flessibilità, abbiamo corretto i princìpi astratti su cui si fondavano i trattati. La BCE ha agito come prestatore di ultima istanza, la creazione del Fondo Salva Stati ha evitato la bancarotta totale della Grecia, spento gli attacchi speculativi e aiutato Irlanda e Spagna a ritornare alla crescita. L’Unione Monetaria si è rivelata più solida di quanto veniva predetto dagli editorialisti del Financial Times. Ma questi piccoli passi avanti e successi parziali non possono cancellare la legittima resistenza dei governi alla devoluzione dei propri poteri e la dipendenza della politica europea dagli umori dei cittadini impauriti dalle ondate migratorie, dalla concorrenza con paesi più poveri, dalla crescita dei debiti nazionali. Queste considerazioni dovrebbero essere tenute in dovuto conto anche per capire dove sta andando la democrazia italiana.

Quest’ultima ha retto bene le sfide della guerra fredda perché la DC aveva un largo consenso popolare e il PCI ha scelto un’opposizione responsabile. Tuttavia, il sistema è entrato in crisi già negli anni 70, ben prima della caduta del Muro, a causa dell’incapacità delle classi dirigenti di affrontare, in regime democratico, le contraddizioni provocate dalla modernizzazione del paese, la crescita dello Stato Sociale, la diffusione del benessere e la stessa forza del sindacato. La democrazia italiana ha saputo risolvere crisi gravi grazie a flessibilità e adattamento, ma ha prodotto anche i costi di una visione di breve termine che paghiamo ancora oggi. Il pluralismo e il dibattito politico sono certamente migliorati, ma si è anche cercato di accontentare tutti senza riguardo per i vincoli economici e rinunciando a incoraggiare le ristrutturazioni produttive, riqualificare l’istruzione e la ricerca, settori che portano molti benefici nel futuro ma pochi nel presente. In sostanza, la democrazia italiana ha fallito sul piano della stabilità dei governi, ma anche su quello della contendibilità del potere. Basti pensare che un vero ricambio al governo del paese avviene solo nel ’94, almeno 20 anni dopo quelle turbolenze politiche (lo shock petrolifero, la crisi economica e fiscale a cavallo tra gli anni 70 e 80) che, con la vittoria di Thatcher e Reagan, generarono un cambiamento profondo della geografia politica dell’Occidente.

L’Italia, invece, è il paese dove Andreotti inizia la propria carriera da ministro nel 1954 e si dimette da premier nel 1992. Quest’analisi non conduce necessariamente al fatalismo, ma dobbiamo ammettere che esistono democrazie di successo e democrazie inefficienti. La differenza è il giusto mix tra la forza degli esecutivi (cioè relativa stabilità e autonomia dei governi rispetto alle pressioni momentanee e contraddittorie di parti sociali sempre più frammentate) e il ricambio delle classi dirigenti, cioè la capacità della democrazia di rispondere prontamente all’insoddisfazione dell’opinione pubblica. Chi si batte contro la riforma costituzionale approvata dal Parlamento sembra ignorare la necessità di coniugare queste due esigenze e preferisce tornare a una stagione della politica italiana che ha prodotto governi deboli e poca contendibilità del potere reale. Un no al referendum di ottobre ci consegnerebbe un paese politicamente inaffidabile, tagliato fuori dalla leadership europea.

 

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