Quel diavolo dell’Auditel che fa male alla creatività

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Come ovviare alla dittatura dei numeri

Cos’è l’Auditel per gli autori: una benedizione o una condanna?

Una forte corrente di pensiero, ma non necessariamente di pensiero forte, propende senza dubbi per la seconda, sventurata ipotesi, perché si immagina la dura vita di chi suda le quattro camice per girare una storia per la televisione, oppure si affanna a comporre il cast degli ospiti prestigiosi, budget permettendo, per non dire di quegli oscuri scalettisti e dialoghisti che rimpinzano di situazioni, servizi e battute i fogli in mano ai conduttori dei talk show.

Tutti costoro, trascorsa bene o male la notte della programmazione, vivono in condizione semivitale fino alle 10 del mattino quando sui computer compaiono i dati Auditel e da lì, a seconda che siano in salita o in discesa, ricaveranno lo stato dell’umore per il resto della mattinata. Questa è dunque la condizione infelice e stressante di chi è costretto a leggere il proprio destino professionale scrutando nei dati dell’auditel.

Ma proviamo ora a immaginare che l’Auditel non esista e che i sondaggi d’ascolto siano vietati come neanche lo spaccio di droghe. In assenza di quei numeri, cosa scruterebbero i facitori dei programmi tv?

Facile dirlo, perché avveniva in passato, quando la Rai era un monopolio e di auditel neanche a parlarne perché comunque nessuno poteva sfuggire alla minestra televisiva che gli veniva servita. In quelle circostanze nelle redazioni dei programmi si scrutava innanzitutto la faccia dei capi, per capire se il filo di stima o i sollecitati interessamenti (i calci in c…) che ti avevano portato nel mitico cuore della televisione fossero ancora affidabili e vigorosi. Perché potevi anche essere convinto di avere prodotto un capolavoro, ma senza la sanzione dei numeri nessun capolavoro sarebbe stato in grado di sancire la tua utilità e continuare ad assicurarti posto e ruolo.

Dunque la questione è chiara: dove non c’è la dittatura dei numeri c’è, necessariamente, quella della discrezionalità gerarchica, magari ammantata di valori non negoziabili, come si definiscono le opinioni dei capi, specie se super capi. A dirla in altro modo: i numeri cementano l’alleanza fra chi produce e chi consuma; la assenza di numeri lascia spazio al dilagare delle opinioni, e per questo è prediletta da tutte le soi disant élites culturali, etiche, burocratiche.

Quelle stesse che in Italia hanno una particolare identificazione nella carta stampata, tant’è che è da qui che si levano più spesso le geremiadi verso la dittatura dell’ascolto. Al punto che qualcuno, il Ministro della cultura, è tentato di interrompere la rilevazioni degli ascolti durante quella parte della tv che più assomiglia alla stampa, cioè i TG.

Detto questo, non è che una volta fatta pace con i numeri, siano tutte rose e fiori, perché oltre al bigottismo delle vecchie élite c’è da fare i conti con quello più recente dei chierici del marketing, quella scienza dell’ovvio che, sonda che ti risonda, finisce col puntare sempre e solo su ciò che ha avuto successo o nel passato o altrove.

E dunque, occhio! Non c’è niente di male nel vendere l’anima al diavolo (dei numeri), purché nel contempo si riesca a rifilare un’anima al medesimo. Il che richiede la combinazione di felici circostanze: una vera concorrenza, che costringa tutti a non accontentarsi di quello che hanno, una azienda pubblica che pratichi la asimmetria (della organizzazione, delle risorse, dei modi di produzione) anziché la uniformità e la conformità, un mondo della produzione numeroso, ma non fragile.

È da questo magma che può venire il miracolo di mettere alla stanga della creatività il diavolo dell’Auditel. Buon diavolo, a patto di prenderlo dalla parte giusta.

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