Quel costante talk show digitale tra le mani dei ragazzi

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Spesso la famiglia, la scuola e gli studiosi abdicano al loro ruolo sociale: usano parole fuori corso senza riconoscere i veri bisogni dei ragazzi. Se ne parla al “Festival delle generazioni”

Esiste, una sociologia della condizione giovanile, ma non c’è proporzione tra la gravità della crisi di questo continente della società e la specifica tematizzazione scientifica. Da tempo abbiamo preso atto che troppo spesso adulti e persino studiosi parlano di giovani attraverso parole e strumenti ‘fuori corso’. Le tante espressioni, quasi sempre di luogo comune, ricorrono non solo nei sistemi informativi, ma anche in agenzie di socializzazione come famiglia e scuola, legittimando spesso una forma di disimpegno consapevole.

Diventa un alibi per chi (genitore, insegnante o giornalista) implicitamente abdica al proprio ruolo sociale e rinuncia a riconoscere i bisogni delle nuove generazioni. L’effetto è un’irrimediabile compromissione di qualsiasi possibile riconoscimento intergenerazionale. Oggi però sappiamo che una possibile svolta epistemologica risiede proprio nell’innovare alcune strategie di analisi e osservazione della produzione culturale dei giovani, in cui loro stessi possono narrare il proprio vissuto e scegliere i processi di rappresentazione della loro esperienza.

Lavorare trasversalmente sulle loro parole e i loro stili espressivi, non solo verbali, rappresenta certamente un esempio di ’buone pratiche’ per conoscere meglio la modificazione dell’io-giovane, nonché il loro desiderio espressivo di esplicitare provocatorie prese di distanza. La sorprendente afasia tra generazioni che si osserva proprio al tempo della proliferazione della dimensione comunicativa chiama ad alcune responsabilità dirette il mondo degli adulti. Le giovani generazioni, infatti, si trovano per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale a sperimentare una società che ha smesso di pensare collettivamente al futuro dei giovani, abbassando drasticamente il livello delle aspettative e rompendo quel meccanismo sociale in virtù del quale la società pensata per i figli dovesse essere migliore di quella sperimentata dai genitori. Ma anche gli intellettuali hanno le loro responsabilità, soprattutto quelli chiamati a interpretare i fenomeni comunicativi dal punto di vista delle scienze sociali. Appare infatti davvero difficile comprendere come sia potuto accadere che un fenomeno così vistoso di crisi e sostanziale fine dei meccanismi di integrazione sociale sia stato così poco tematizzato

. Se si fosse compresa per tempo la posta in gioco in termini di assenza degli adulti di riferimento, probabilmente avremmo avuto qualche arma in più per comprendere il populismo culturale e il suo rapporto stretto con la comunicazione. Per molti versi, la prima e clamorosa omissione di compiti di socializzazione è in carico a quei soggetti sempre più labili o intermittenti che sono i genitori. La modernità e l’adesione acritica a luoghi comuni quali il dovere dell’affettività finiscono per mascherare un’incapacità di fondo a difendere la trincea della posizione genitoriale.

Dal momento in cui si pongono come amici dei figli non possono poi recuperare l’autorevolezza dell’adulto. Non saremmo in un mondo in cui si parla di ‘minima quantità di valori’e praticano concessioni crescenti alle culture giovanili se i genitori –ma più in generale gli adulti – non si fossero dimessi dal loro compito antropologico: ostinarsi a essere punti di riferimento. Storicamente la condizione esistenziale di passaggio all’età adulta ha da sempre sovradimensionato il bisogno di inquadramento della propria identità.

Nelle forme che le scienze sociali hanno trovato per interpretare questo bisogno, si è fatto riferimento a due dimensioni: il tentativo di esperire una coerenza nel proprio percorso di vita e la necessità di riconoscimento da parte degli altri. Da questo punto di vista, i giovani contemporanei riescono a fatica a trovare forme di linearizzazione coerente dei loro vissuti, scossi dalla moltiplicazione delle possibilità di cambiamento e di uscita dal sentiero della tradizione. Allo stesso tempo, l’unico riconoscimento possibile è quello del gruppo dei pari, essendo quasi del tutto scomparso il confronto con gli adulti e la presenza di istituzioni in grado di mediare e gratificare il bisogno personale di identità.

Anche per effetto della travolgente ascesa della dimensione comunicativa, i giovani si trovano a veder moltiplicato il loro potenziale espressivo sia per quanto riguarda la disponibilità crescente di strumenti atti a produrre messaggi sia in omaggio a un bisogno di rappresentazione che pare essere diretta conseguenza della percezione del disancoramento. La maggior parte delle piattaforme del cosiddetto web 2.0, vere protagoniste delle pratiche di frequentazione della rete da parte di giovani e giovanissimi, generano un costante invito alla produzione di contenuti, premiando in termini di visibilità i soggetti che si di-mostrano più interattivi e più pronti a condividere pensieri, immagini e frammenti della loro vita.

È una doppia visibilità: tecnica, per quanto riguarda la possibilità di veder crescere il proprio profilo all’interno delle gerarchie formulate dagli algoritmi; ma anche sociale, perché l’estenuante invito al racconto di sé viene premiato dal riconoscimento del gruppo dei pari, attraverso forme di vera e propria contabilizzazione del prestigio sociale all’interno del proprio network di riferimento. Fotografie, pensieri propri o citazioni degli idoli del momento, filmati o fotomontaggi divertenti, ma soprattutto il riferimento ai loro consumi mediali e ai grandi brand commerciali, come emblema di appartenenze che raccontano qualcosa di sé.

I giovani sembrano aver fatto tesoro di quelle forme d’intrattenimento mainstream che pure hanno spesso superato in termini di abitudini di consumo. Soprattutto là dove il disagio è più forte, lo scollamento più significativo e il bagaglio culturale più debole, questi nuovi giovani sono diventati i protagonisti di un inedito spettacolo dell’identità, nei passaggi più drammatici, stilisticamente costruito sulle forme dell’intrattenimento televisivo meno raffinato.

Una sorta di talk show digitale che va in onda perennemente, e vive di momentanei exploit di celebrità, ma obbliga alla costante iterazione della messa in scena, pena la possibilità di cadere nel dimenticatoio. Ecco un ennesimo paradosso comunicativo: la forza espressiva di questi esperimenti di presa di parola assume i contorni di una discussione rumorosa, che ama gli eccessi e la sovraesposizione; ma il bisogno di messa in comune delle esperienze rischia di rimanere drammaticamente insoddisfatto. La promessa di nuova vocalità deve troppo spesso fare i conti con il silenzio di una identità alla ricerca di interlocutori significativi e che trova invece spettatori distratti.

Questo contributo del docente di sociologia alla Sapienza di Roma Mario Morccellini, “Giovani. Periferie che si sentono centro”, è contenuto nel libro “Oltre le frontiere: popoli e culture”, curato da Pasquale Alferj ed edito da Guerini. Il libro esce in occasione del terzo Festival delle generazioni, manifestazione promossa da Fnp, il sindacato dei pensionati della Cisl, in programma a Firenze da domani al 15 ottobre. Oltre 150 gli ospiti. Da Zygmunt Bauman a Serena Dandini, e a “incursioni”di Dario Vergassola, partecipano filosofi, economisti, scrittori, donne e uomini dello sport e dello spettacolo. Info sul sito www.festivaldellegenerazioni.it.

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