Quel chiacchiericcio dei talk non sarà colpa della politica?

Comunicazione
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Il chiacchiericcio invade le trasmissioni e i politici non riescono a dare un ordine al racconto della realtà. Sarebbe ora che la politica e l’informazione ne discutessero

Quando questo inverno si è cominciata a intravedere la crisi dei talk show d’informazione politica –  crisi di audience ma forse ancora più di “gradimento”, come si sarebbe detto una volta – si pensò che la causa di fondo fosse nella fine del bipolarismo anni ’90-2000, Casa delle Libertà contro Ulivo, Forza Italia contro Ds, Berlusconi contro Prodi eccetera. Quella in effetti fu la fase che segnò l’apogeo dei talk politici.
C’è senz’altro del vero in questo. Ci si infiamma più facilmente davanti al duello classico, uno contro uno. È più spettacolare. Ed è più semplice, più leggibile.
Oggi, dopo la pagina dei tecnici – che aveva comunque portato facce nuove – e l’avvento del newcomer Renzi,  il chiacchiericcio politico di questa fase politica è causa – ma anche anche effetto – della crisi dell’informazione politica. L’accavallarsi dei temi rende tutto più confuso. Il racconto della realtà è frantumato e la politica non sa darle un ordine razionale. È un circolo vizioso. Per questo sarebbe sciocco che la politica scaricasse sulla tv le proprie difficoltà, e viceversa.
Si dovrebbe semmai aprire una onesta discussione politica e giornalistica sul corto circuito che si è creato e che sta portando alla luce la doppia crisi della politica e dell’informazione politica televisiva, con danno per entrambi e soprattutto per i cittadini.
Al netto delle ricostruzioni che si sono lette e delle colorate forzature di certi giornali, nella riunione del Pd con Renzi dell’altro giorno si è cercato di capire non chi sia telegenico e chi no ma quali siano i punti critici nel rapporto fra politica e talk. Interrogarsi su “come” si deve stare in tv non è una questione di marketing elettorale ma porre – e porsi – un problema politico. Non mi pare banale.
La realtà da cui non si può prescindere dice che il successo della rissa televisiva ha raggiunto il culmine qualche tempo fa ma ora è declinata inesorabilmente fino a trasformarsi in crollo: la progressiva “funarizzazione” del talk show (sulla scia dei programmi di  20 anni fa di Gianfranco Funari) stufa, infastidisce, allontana. A questo punto siamo oggi.
Ovviamente non è tutto così. Esistono per fortuna tante oasi  di riflessione più serie e occasioni di dibattito civile e approfondito. Ci sono trasmissioni e trasmissioni. C’è il meglio è c’è il peggio (non facciamo nomi).
Però c’è un problema di omologazione. Specie se le facce sono più o meno quelle. Tutte le sere. Su tutte le reti. Il risultato è l’assoluta prevedibilità di ciò che verrà detto. Le parti in commedia sono scontate: il leghista schiumante, il governativo perfettino, il grillino anti-tutto, il giornalista “imparziale”, il sindacalista polemico, quello della sinistra pd tormentato, i destri con le vene rigonfie, l’economista noiosetto. E il conduttore-conduttrice che mena le danze delle baruffe chiozzotte che si rinnovano ogni sera. Quasi sempre in un un clima sovreccitato e incline alla facile semplificazione, al luogo comune.
Ne viene fuori troppo spesso un groviglio di discorsi stazzonati come un  vestito dopo otto ore di treno, un rincorrersi di chiacchiere allegramente saltellanti di palo in frasca fra interruzioni pubblicitarie e servizi redazionali, (nella gran parte dei casi ottimi, spesso per merito di giovani giornalisti senza contratto), e saltellano finanche gli ospiti che arrivano a un certo momento e se ne vanno in un altro come nelle sale d’aspetto.
Il problema – ripetiamo – è della politica che non riesce a dettare idee e contenuti con chiarezza, metodo, ordine. Dei suoi esponenti che faticano a imporre discorsi seri. E anche di chi fa la tv. Una tv che si trova una una difficoltà analoga a chi fa i giornali: come catturare audience e copie? Le strade nuove sono difficili e non danno risultati in tempi rapidi, quelli su cui si giocano gli introiti pubblicitari. E dunque prevale la pigrizia: un po’ di casino in studio ci vuole poco a organizzarlo, giusto?
Ma è una scorciatoia. Non so quale possa essere la ricetta. Nessuno lo sa. Per questo, parliamone: politici, giornalisti, cittadini. Prima che sia troppo tardi.

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