Quel burrone tra democrazia e popolo

Referendum
bettini

I principi costituzionali non vanno visti come stelle fisse in un cielo immobile. Vanno, al contrario, continuamente inverati e implementati con l’iniziativa dal basso, di massa, di una cittadinanza attiva

In Italia l’assenza di un popolo partecipe e di grandi partiti di massa in grado, come fu dal dopoguerra fino alla seconda metà degli anni Settanta, di garantire un rapporto tra l’alto e il basso della società e dello Stato, apre un vuoto difficilmente sopportabile per una nazione nata recentemente, poco unita, segnata prima dal notabilato, in seguito dal fascismo e da divisioni terribili durante il conflitto mondiale.

Lo capirono bene i costituenti. L’art. 3 della Costituzione dice, infatti, testualmente: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Dunque i principi costituzionali non vanno visti come stelle fisse in un cielo immobile. Vanno, al contrario, continuamente inverati e implementati con l’iniziativa dal basso, di massa, di una cittadinanza attiva.

In assenza di essa, l’impalcatura statuale e democratica è travolta dal plebeismo, dagli egoismi e dalle prepotenze dei più furbi e dei più forti. Lo capirono De Gasperi e Togliatti, che fondarono partiti-società, innervatura fondamentale della Repubblica, e in grado di svolgere un permanente lavoro costituente. Nel redigere la Costituzione ci fu alta sapienza scientifica, ma l’indirizzo decisivo lo diede questa convergenza di intenti politici e ideali: superare la fragilità storica della democrazia italiana, con la partecipazione e l’intervento attivo nelle decisioni, del popolo, organizzato attraverso i partiti. Non c’è spazio per ripercorrere come tutto ciò sia venuto meno dagli anni Ottanta in poi. Nel 1981 Berlinguer, inascoltato, mise in guardia tutti, compreso il proprio partito. Nel 1992 il crollo della Prima Repubblica fu colto dalla sinistra come l’occasione per andare finalmente al governo piuttosto che l’occasione per un discorso di verità sulla degenerazione di tutto il sistema politico, dentro il quale anch’essa era pienamente coinvolta.

Negli anni successivi una riforma vera della rappresentanza e delle istituzioni è stata rinviata e sostituita da provvedimenti parziali. Si è praticato, quando abbiamo governato, un “riformismo dall’alto”, talvolta utile al Paese, ma sostenuto nella società da trampoli incerti; anche per l’assenza di quella riforma urgentissima, e tutta nelle nostre mani, del partito, di nuove forme di rappresentanza e di presenza diffusa, capaci di reinventare, nei tempi nuovi, la lezione dei gloriosi partiti di massa del passato. Anzi, quando sono emersi tentativi di innovazione, come l’Ulivo e il primo Pd, si è fatto di tutto per distruggerli e per spegnere le ambizioni iniziali. Siamo all’oggi. Alla estraneità di masse immense rispetto alla vita pubblica e alle forme del potere. Ecco perché tutto ciò che rappresenta uno sforzo e un passo nella direzione di una semplificazione, di una maggiore leggibilità, chiarezza e sobrietà dell’assetto democratico va sostenuto. Per questo voterò «Sì» alla riforma costituzionale. Essa non è perfetta; è il frutto di un compromesso parlamentare; andrà migliorata nella sua implementazione.

Tuttavia, votare «No» è la continuità con i decenni che ci hanno portato al disastro attuale e che si vorrebbero prolungare con alcune argomentazioni sconcertanti. L’impalcatura repubblicana è incrinata seriamente e rischia di sfarinarsi, eppure tutto pare concentrarsi su aspetti tecnici, sofisticati, interni alle élite, alle compensazioni e garanzie in una “plancia di comando”che ormai non “vede”più la vita delle persone, i loro dolori o le loro speranze. Non si coglie il nucleo drammatico di questa fase. Il burrone che c’è tra la democrazia, in tutte le sue espressioni, e il popolo. In questo quadro, qualcuno dice che sarebbe meglio non decretare una vittoria alle elezioni; che occorre dopo il risultato trovare (in una sfera autonoma) accordi, intese, compromessi tra i parlamentari eletti; che è sempre meglio un eterno confronto che la decisione; che in ogni leadership si nasconde una volontà autoritaria; e che ogni espressione di democrazia diretta è la dannazione di una vera libertà: mi domando davvero se parliamo dello stesso Paese.

Una leadership legittimata democraticamente, e che rischia la decisione e si assume la responsabilità di essa, è un ingrediente fondamentale della politica democratica, quanto mai necessario oggi. L’indecisione è oscura; i traffici nascosti diffondono sospetti; l’opacità delle responsabilità sfugge al controllo e crea sfiducia nei cittadini; la macchinosità e lentezza delle istituzioni favorisce il populismo e l’anarchia dei comportamenti.

La decisione avvicina il potere al popolo: essa si manifesta con chiarezza, limpidezza e onestà. Chi sbaglia paga un prezzo e accetta il ricambio. Ma la decisione non deve essere solitaria. Va impiantata in un soggetto politico vivo, in grado di offrire “luoghi”di un incontro libero; di un confronto tra le persone, nell’esercizio della loro responsabilità individuale; di una partecipazione, decisione, sovranità alla base della piramide, per tentare di ricostruire i fili spezzati della rappresentanza. Altro che le attuali correnti, prive di radici nella società, e appese alle molteplici reti di potere oligarchico che restano in piedi. Che bella riforma sarebbe stabilire in una riunione di direzione del Pd l’abolizione delle rappresentanze proporzionali nelle istituzioni e nel partito, non delle aree politiche e di pensiero, ma delle odierne spurie aggregazioni che soprattutto nei territori caratterizzano il nostro caotico e degradato modo di organizzarci internamente. Questo sarebbe un atto corroborante per la Repubblica italiana, persino più importante di qualche modifica dell’assetto istituzionale.

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