Quel bravo tecnico che non capisce questa storia

Calcio
Italian forward and captain of AS Roma, Francesco Totti, jubilates after scoring the goal during the Italian Serie A soccer match AS Roma vs Udinese Calcio at Olimpico stadium in Rome, Italy, 11 April 2012. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

L’errore di Totti è stata la mancata intuizione del giorno perfetto, l’ultimo

Ci sono atleti che vedono il meridano essere insieme il crepuscolo e la sera dello stesso giorno: evitano – anche vigliaccamente – il tramonto. Altri che non sanno rinunciare a un minuto di gloria, che faticano a calcolare la doppiezza del tempo, che tentano (senza vergogna) di evadere le tasse all’anagrafe. Totti è in questo gruppo, preceduto da Del Piero, per provare un paragone che forse i campioni non meritano, così singolari, così individuali. Del Piero era più allacciato al “gioco”, al bisogno ludico del pallone, tanto da accettare campionati penosi e lontani, l’assenza di agonismo comunque sviluppato dalla sua passione. Totti è invece combinato con una città, è tessuto di una romanità felice e dominante e solo la vertigine dei recenti record (contro natura, al comparire delle prime debolezze) lo hanno collocato un po’ a lato del presente, in un ruolo più condiviso, un patrimonio di tutti, come di tutti è il calcio.

Ma il suo ruolo nel calcio è quasi politico, è rappresentanza indiscussa e indiscutibile perché legittimata da venti anni deliziosi e mai arroganti, perché quasi mai vincenti. Difficile chiedergli di anticipare l’autunno e lo sfidante, quell’inverno che diventa il tribunale di tutti. Poteva farlo, non l’ha fatto. È innamorato di troppe cose che vanno appresso all’essere il “calciatore Totti”, il maggiore giocatore della sua città, che è eterna, tra l’altro. E l’amore non è leggero, non passeggia: ha bisogno di correre. Non bussa: sfonda le porte. Le parole televisive dal numero 10 sono state all’altezza del ruolo, non del compito chiesto in questa occasione. Sarebbero normali, si trattasse di un gioco normale. L’ipocrisia del calcio (e della vita, davanti all’invecchiamento) le elevano a sconvenienti, eccessive, forse sbagliate. Quell’autoironia che è servita negli anni a svelenire il corpo dalla tossine sembra svanita. La leggerezza del passo è corrotta, il moto casuale per il campo – per indole, per talento – che lo portava a trovarsi dove doveva essere è invece una camminata verso le trappole dell’egoismo di chi non vuole chinare il capo davanti a un uomo minore, solo per lo scemare delle forze.

L’errore di Totti non è stata un’intervista vanitosa e comunque sobria, ma la mancata intuizione del giorno perfetto, l’ultimo. In campo la sua forza è stata la visione veloce dell’azione, l’anticipo e la nettezza dell’idea anche quando sceglieva percorsi arricciati perché la classe è rendere stilistico l’esercizio difficile. Poi c’era la balistica precisa e potente, in movimento, in corsa e da fermo e anche altre cose, ma questa non è una lapide. Non poteva essere il “calciatore” a vedere quel giorno e quell’azione: doveva essere l’uomo, ma l’uno era così avvinghiato all’altro da perdere coscienza. Basta così: non ci sono altre colpe e non sono nemmeno oscene né definitive. Spalletti sbaglia di più. Perché s’intesta le scelte e deve dunque governarle. Le ruggini con Totti sono datate e andavano pulite al primo sguardo, così da non permettere di corrodere un rapporto (un asse: capitano-tecnico) che è per forza decisivo in uno spogliatoio. Quel «buongiorno e buonasera» testimoniano di un lavoro mancato, per orgoglio o pigrizia o timore del confronto. E sbaglia – questo bravissimo allenatore – perché appiattisce le differenze, truccando questo atteggiamento per democrazia di fatto. Per uguaglianza. Invece no. Il calcio è cultura, agonismo, emozione, condivisione, lavoro: socialità, dovere, e anche sentimento, quindi affare mosso, da capire, da assecondare nei distacchi, e Totti a Roma, nella Roma, si misura con la storia, davvero, e va capito, e merita un po’ di paziente studio. Vogliamo un calcio di bandiere e non abbiamo l’umanità pietosa per sventolarle anche quando scoloriscono, anche quando il maestoso vento è un refolo. E sbaglia Spalletti (grossolanamente) perché la premessa da subito è stata quella di dover allenare una squadra, e non un solo giocatore, e di pensare a un bene esteso e collettivo, e non a un interesse individuale: concetto giusto. Ma con quella scelta crea un problema più grande e pesante della sua soluzione. Ma sbaglia, infine, perché la Roma è una società sfarinata, troppo “lunga” come certe squadre che diventano vulnerabili, con un presidente che non sa (a dieci ore di volo non si può sapere granché), e una dirigenza in fuga. C’è sempre chi sbaglia di più, se questo può consolare.

Vedi anche

Altri articoli