Quel 12 marzo ’77, altro che i Masanielli di oggi

IeriOggi
12 marzo

Il racconto di chi era presente, quarant’anni fa

Avendolo vissuto in prima persona, mi ero riproposto di scrivere qualcosa sul ’77, in particolare su quel marzo di quarant’anni fa, oggetto nelle scorse settimane di ricostruzioni da diversi punti di vista.

Avevo, in verità, un intento un po’ ironico dal momento che la scena mediatica ci ha proposto rappresentazioni, sulle quali tornerò tra poco, che apparivano sotto la forma della tragedia tramutata in farsa.

L’ottimo Mario Lavia, la cui rievocazione della caccia di Lama dall’università di Roma mi aveva stimolato a scrivere, mi ha però ricordato che oggi ricorre l’anniversario del rapimento di Aldo Moro, avvenuto a Roma il 16 marzo del 1978.   Via_Fani_16_marzo_1978 (1)

 

E dunque è giusto partire da qui, e non perché banalmente il ’78 viene dopo il ’77, ma perché è lì che il movimento dell’anno precedente perde definitivamente la sua innocenza sovrastato dalla potenza del partito armato al quale, almeno per un tratto, era stato alternativo.

Al di là dei misteri che puntualmente affiorano ad ogni anniversario senza che si riesca mai a venire a capo di nulla, credo che si tratti di uno di quei fatti che cambiano la storia di un paese.

La Prima Repubblica finisce con il rapimento e poi l’assassinio di Aldo Moro. Più ancora di Enrico Berlinguer che concepì il compromesso storico come una strategia difensiva dinnanzi alla risposta reazionaria all’avanzata del Pci che il ’68 aveva messo in moto, fu il leader democristiano ad avere l’acuta consapevolezza che il sommovimento di quegli anni interrogasse la politica e tutta la fragile democrazia italiana: “Il futuro non è più interamente nelle nostre mani” disse in uno dei suoi più celebri e straordinari discorsi.   001545526-428deee5-519c-45f6-bc0c-215ed010a936

 

Capiva, Moro, che bisognava consentire alla forte richiesta di cambiamento di incanalarsi nell’alveo di una democrazia resa finalmente matura e libera dai condizionamenti della guerra fredda. La politica, dunque, gli appariva come la strada maestra per incontrare la parte positiva di quel sommovimento, evitando che finisse sotto l’egemonia del partito armato.

La sua visione del ’68 e anche del ’77 fu più acuta e lungimirante di quella dei comunisti. Essi erano infatti preoccupati che il richiamo alla tradizione rivoluzionaria (“l’album di famiglia” di cui parlò Rossana Rossanda) contagiasse le fabbriche e diventasse un fenomeno di massa. Così venne scelta una linea (e qui vado al ’77) che considerava il movimento composto da “poveri untorelli” che non sarebbero riusciti ad abbattere il Pci, come disse Berlinguer nel discorso alla festa dell’Unità di Modena nel settembre di quell’anno (discorso che poi riconsiderò, soprattutto per le critiche ricevute dai figli).

Questa linea del resto era quella già praticata sul campo e si tradusse nella scelta di mandare Luciano Lama non a incontrare gli studenti che occupavano l’università di Roma, carissimo Mario, ma a liberarla dai “provocatori” che impedivano “il diritto allo studio”. lama

Siccome viviamo in tempi nei quali chiunque abbia l’ambizione di leggere i fenomeni e la storia al di là della dimensione giudiziaria e repressiva, devo premettere che nulla di quanto ho detto e dirò intende minimamente giustificare la violenza, né quella della cacciata di Lama, né quelle che vennero prima, né quelle che sarebbero venute dopo e che, nel mio piccolo, ho combattuto. Voglio solo dire che quella scelta fu un clamoroso errore prospettico.

Fino a quel momento dentro il movimento l’ala moderata della quale facevo parte, che cercava di arginare l’egemonia dei violenti, aveva diritto di parola, anche se dovevamo difenderlo dall’intolleranza fascistoide degli autonomi. Da quel giorno, lentamente diventammo inutili e ininfluenti.

Autonomia operaia diventò rapidamente egemone e condusse il movimento verso lo contro con lo stato e l’autodistruzione. E ciò si palesò chiaramente a Roma nel marzo del 1977, più precisamente il 12 marzo.

Ho pensato di ritornare a quei giorni perché quarant’anni dopo ho visto replicare come sceneggiata quella che fu allora una tragedia, una drammatica frattura sociale e culturale, ho visto anziani e malandati cattivi maestri arringare malinconicamente sparuti gruppi di reduci e Masanielli napoletani incitare i centri sociali a mimare gli scontri a uso e consumo del circo mediatico. 20160509_demagistris_U

Ridicole repliche di una storia che ebbe almeno la dignità del dolore, quello subito e quello causato.

Quel 12 marzo di quarant’anni fa è rimasto impresso nella mia mente come fosse passato soltanto un giorno da allora perché fu in quel giorno che perdemmo la nostra innocenza.

Anche noi “morotei inconsapevoli” che cercammo vanamente di offrire a quel movimento uno sbocco alternativo alla violenza. Da quel giorno nulla fu più come prima.

Ma quale era la natura di quel movimento? Gioverà ricordare che nella genesi del movimento del ’77 confluirono diversi elementi, taluni di carattere sociologico e culturale, altri più politici.

Tra i primi, che sono a mio avviso gli unici che costituiscono una rilevante novità anticipatrice indicherei senz’altro la frattura tra i “garantiti” e i “non garantiti” e la fine del ciclo in cui alla scolarizzazione di massa corrispondeva uno sbocco nel mercato del lavoro; parallelamente la crisi del fordismo (ovvero della produzione centrata sulla fabbrica e la catena di montaggio) fa emergere quella la figura dell’operaio sociale che null’altro è se non l’anticipazione dell’odierno precariato di massa.

Sul piano culturale, al di là del folklore degli indiani metropolitani, gruppi di giovani travestiti da indiani che contestano creativamente e pacificamente ogni autorità costituita, l’influenza del pensiero di intellettuali come Derrida e Deleuze fa emergere una critica di massa dell’austerità allora predicata dal Pci, la centralità dell’immateriale, un nuovo individualismo che si vorrebbe pensare libero dalla schiavitù del lavoro salariato.

Sul piano politico questa faglia sociale rende obsoleta la stessa idea gramsciana di blocco sociale che guidava, sia pure in diverse declinazioni, sia l’azione dei partiti tradizionali della sinistra sia quella della sinistra extraparlamentare: avevamo cominciato gridando “operai e studenti uniti nella lotta”, ci trovavamo oggi nel pieno di una contrapposizione plasticamente rappresentata dalla caccia di Lama all’università.

Chi nel Pci, come Alberto Asor Rosa, tentò una lettura con la teoria delle “due società” fu frainteso, come se stesse creando lui la divisione e non invece cercando di descriverla per quel che era. Ma anche noi dell’estrema sinistra eravamo totalmente inadeguati: avevamo trasformato i nostri gruppi in assurde iperfetazioni ideologiche, frammentate in fazioni rissose dominate da piccoli apparati burocratici.

Il movimento, al suo nascere, critica tutto questo ma, per l’estraneità ai partiti tradizionali del Movimento Operaio e per la crisi della nuova sinistra, le novità cui accennavo prima vengono assorbite dall’egemonia culturale dell’Autonomia Operaia che predica la violenza diffusa e l’insurrezione di massa.

Il linguaggio è dannunziano (il brivido del passamontagna), ma non è la stessa cosa della violenza organizzata del terrorismo: è ugualmente inaccettabile ma appare come una sorta di catarsi che si verifica nell’atto stesso della violenza di massa. I brigatisti li deridono, ma attingono al movimento come base di reclutamento.

Questo, grossomodo, era lo scenario in cui si collocava quel 12 marzo. Era stata convocata da tempo a Roma la manifestazione nazionale del movimento. La notizia della morte di Francesco Lo Russo a Bologna, ucciso dalle forze dell’ordine, infiammò gli animi, e non solo a Bologna. Era chiaro che la manifestazione sarebbe diventata una prova di forza con lo Stato ma anche, dentro il movimento, tra chi cercava lo scontro a tutti i costi e chi no.

Il corteo non era autorizzato. Cinquantamila persone si radunarono a Piazza Esedra. La testa del corteo l’avevano preso le femministe, le più ostili a una linea militarista. Dietro di loro, però, si erano organizzati i più duri; noi “moderati” stavamo verso la metà del corteo.

La mia compagna di allora stava lì tra le femministe ed io preoccupatissimo facevo la spola, perchè sapevo che era solo una questione di tempo: i duri ci avevano avvertiti che avrebbero attaccato la polizia. Noi eravamo pronti a reggere l’urto con lo scopo di condurre “in salvo” le migliaia di persone che non volevano partecipare agli scontri.

L’apocalisse comincia a Piazza Venezia. Quando le femministe sono gentilmente invitate a farsi da parte, capisco quel che sta per accadere e convinco la mia compagna ad allontanarsi.

Facciamo appena in tempo a darci un appuntamento “dopo”, (dovete immaginare che allora non c’erano i cellulari) che una selva di molotov chimiche colpisce i cordoni delle forze dell’ordine che chiudono l’accesso alle sedi di Dc e Pci (Piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure) e via del Corso. Non avevo mai visto fiamme così alte e micidiali. Corro indietro per organizzare un deflusso dal cuore dello scontro ma faccio in tempo a vedere da lontano, in mezzo al fumo giallognolo e all’acre odore dei gas lacrimogeni, alcune figure con il trench bianco che si inginocchiano, prendono la mira e sparano contro la polizia.  12 marzo

Capisco che uscirne sarà dura, ma non c’è alternativa: la gran parte del corteo non è organizzata per fare gli scontri, né vuol farli. Allora deviamo sul lungotevere e concordiamo con la polizia che saremmo arrivati pacificamente a Piazza del Popolo e poi ci saremmo sciolti.

Comincia a cadere una pioggia micidiale: sono quasi cieco perché non faccio in tempo a pulire gli occhiali che sono già nuovamente bagnati. In questa nebbia visiva attraverso il Lungotevere mentre ai nostri fianchi accadeva di tutto: compreso l’assalto a un’armeria.

Non corriamo per non creare il panico ma arriviamo a passo sostenuto in una Piazza del Popolo superblindata.

Ma non è affatto finita. Uno dei duri, mi si avvicina e fa: “Avete cinque minuti, poi scateniamo l’inferno”. Capisco che sembra una frase finta, tratta dal Gladiatore, ma giuro che me lo disse, così andavano allora le cose. Faccio in tempo a sentire il dirigente della polizia che mi dice: “In Piazza Venezia ci hanno sparato addosso. Avete cinque minuti, poi carichiamo. E non sarà una carica leggera”.

Avverto gli altri compagni e poi corriamo via, mentre alle nostre spalle risuonano le esplosioni delle molotov, e il gas dei lacrimogeni ci stringe alla gola.

Corro, ma ci vedo ancor meno di prima, la pioggia s’impasta con le lacrime di gas e di rabbia, d’impotenza e di paura. Fuggo alla cieca, dentro Villa Borghese, con il cuore in tumulto, verso l’appuntamento con la mia compagna. Fuggo da quella violenza dopo la quale nulla sarà più come prima.

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