Quei titoli che travisano la realtà

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Locandine dei quotidiani genovesi che segnalano l'allerta meteo 1 nel quartiere Marassi, 23 ottobre 2013 a Genova.
ANSA/LUCA ZENNARO

Troppo spesso l’informazione rinuncia a una sintesi corretta per qualche click in più. Poi non sorprendiamoci se cresce l’analfabetismo…

La Carta dei doveri del giornalista recita: “Il giornalista non deve omettere fatti o dettagli essenziali alla completa ricostruzione dell’avvenimento. I titoli, i sommari, le fotografie e le didascalie non devono travisare, né forzare il contenuto degli articoli o delle notizie”.

Si tratta di un principio che rientra nel più generale dovere di correttezza del giornalista. Eppure basta dare uno sguardo ai principali quotidiani on line per rendersi conto di come questo dovere venga regolarmente ignorato. Il sensazionalismo dei titoli, gli errori nei sommari e nel testo degli articoli sono all’ordine del giorno. I social network ci bombardano di titoli urlati, montati ad arte, con lo scopo di provocare lo sdegno degli internauti e guadagnare retweet, like e condivisioni.

Un esempio: qualche giorno fa sulla pagina Facebook di Repubblica.it campeggiava la frase “Latina, va a processo una moglie che non cucina”, con sottotitolo “Se la moglie non pulisce la casa e non prepara manicaretti al consorte, può finire in un’aula di giustizia”. 904 like e 1827 condivisioni di persone scandalizzate per questa decisione degna del Medioevo. Tutti convinti che in Italia la magistratura non abbia altro da fare che appassionarsi alle beghe matrimoniali, addirittura rinviando a giudizio una donna a cui non piace cucinare e pulire.

Peccato che sia completamente falso. Basterebbe arrivare alla fine dell’articolo per avere un quadro un po’ più preciso della storia: secondo la querela del marito, la donna lo insultava sistematicamente da due anni, sprecava il cibo da lui acquistato, lo cacciava dalla camera da letto senza apparente motivo. Insomma, qualcosa in più di qualche cena negata. E considerando le premesse, chissà quanto altro ancora del racconto del marito non è stato riportato.

Ma lo scaltro giornalista sa che buona parte dei frequentatori dei social non ha tempo né voglia di leggere un intero articolo: perché farlo se nello stesso tempo si può raggiungere la dose quotidiana di rabbia e sdegno leggendo dieci titoloni fuorvianti in più?

Un episodio simile è accaduto sul sito de La Stampa, che di recente ha titolato: “La Corte Ue sui profughi: non basta essere irregolare per finire in cella. La sentenza mette a rischio i centri di accoglienza e di identificazione” (titolo poi modificato). Peccato che anche in questo caso non ci sia nessuna sentenza. Si trattava invece dell’opinione, non vincolante, dell’avvocato generale Szpunar presso la Corte Ue. Su segnalazione dell’errore, l’autore dell’articolo ha affermato che il contenuto era corretto, il titolo serviva a “rendere l’idea”. Dunque non un errore involontario, una scelta. La scelta di far circolare una notizia falsa invece della verità.

Sono solo due esempi di una prassi oramai affermata: diffondere notizie esasperate, creare falsa conoscenza funzionale a dirottare gli umori dell’opinione pubblica.

L’Italia si colloca all’ultimo posto delle classifiche Ocse sulle competenze principali della popolazione adulta. Mi chiedo se l’atteggiamento di certa informazione italiana, quella che si rifiuta di semplificare concetti complessi per renderli fruibili alla massa, che preferisce barattare i propri doveri di correttezza, misura e verità per qualche click in più, non contribuisca all’analfabetismo funzionale dilagante.

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