Quei misteri della Curia intorno a Francesco

Vaticano
Papa Francesco durante la recita dell'Angelus nella Solennità di tutti i Santi in piazza San Pietro, Vaticano, 01 novembre 2015. 
Pope Francis during the Angelus prayer in St. Peter Square in Vatican City, 1 November 2015.
ANSA/ANGELO CARCONI

Quel che emerge dall’insieme di vicende, ancora troppo immerse nella cronaca per diventare storia, è un duello fra questo papa argentino e gli alti apparati curiali che si sono mostrati refrattari a mutamenti di forma e di sostanza

Le stanze vuote dell’appartamento pontificio situato nella terza loggia del palazzo apostolico, sono forse il simbolo più evidente di un cambio d’epoca già in atto ma ancora non percepito fino in fondo al di fuori delle mura vaticane. Da quanto Francesco ha deciso di abitare nella residenza di Santa Marta, posta all’interno della città leonina ma di norma usata per ospiti in visita nei sacri palazzi, qualcosa nel rapporto inossidabile e regolato da norme non scritte fra il papa e la Curia, s è rotto. I cerimoniali sono saltati sostituiti da più normali abitudini, pranzi in comune, visite a sorprese; da una vita quasi normale insomma, per quanto normale possa essere la vita di un papa super impegnato.

L’Appartamento con la a maiuscola era stato il luogo privilegiato dell’ultimo scandalo – le carte rubate dall’assistente di camera Paolo Gabriele – diventando infine prigione dorata per il papa-teologo e studioso che non riusciva a governare la matassa dei giochi di potere, delle rivalità, delle cortigianerie. Problemi e trafugamenti di documenti non sono finiti naturalmente, ma il processo innescato da Bergoglio non si è fermato, nemmeno dopo gli ultimi, durissimi ma anche intesi e ricchi, mesi. Papa Francesco gode di consenso e buona fama, è uno dei protagonisti della storia che viviamo, non per questo non ha commesso errori. Di certo la famosa Commissione creata subito dopo la sua elezione (forse in modo tropo frettoloso) con l’obiettivo di studiare i problemi economico-amministrativi del Vaticano (la famosa Cosea), era infiltrata – oggi lo sappiamo con certezza – da personalità dubbie o infedeli. Ma in ogni caso, al di là dello specifico, quel che emerge dall’insieme di vicende ancora troppo immerse nella cronaca per diventare storia, è di certo un duello – a volte silenzioso, a volte alla luce del sole – fra questo papa argentino e gli alti apparati curiali che si sono mostrati in ampia misura refrattari a mutamenti di forma e di sostanza.

Le domande sul caso Bertone
Di questa stagione rimangono alcune domande cui bisognerà ancora attendere per trovare risposte adeguate. Come per esempio quella relativa a un rapporto personale prima ancora che politico – costruito in anni di collaborazione alla Dottrina della fede – fra Benedetto XVI e il suo Segretario di Stato, il famoso cardinale Tarcisio Bertone; famoso oramai da un paio d’anni, per un appartamento troppo grande ristrutturato con denari non suoi (ora in buona misura restituiti o donati che di si voglia). Se la vicenda dimostra l’uso personale o esclusivo delle risorse vaticane (comportamento per altro assai diffuso nei sacri palazzi), i limiti di Bertone furono però altri: di governance interna nell’incapacità di gestire il rapporto con la Chiesa italiana ruiniana che gli si rivoltò contro (in una contesa di potere tutta fra ‘destre’ ecclesiali per così dire); in una certa approssimazione, in un provincialismo, sul piano diplomatico e internazionale; nell’idea che la grande pancia della Chiesa alla fine fosse ancora in grado di riassorbire tutto, anche le crisi, gli scandali, i problemi.

C’è insomma il rischio che a forza di parlare di appartamento si perda di vista l’essenziale: il declinare di un modo d’essere di un’istituzione consumata in meccanismi, comportamenti e omertà ormai inadeguati ai tempi. In tal senso Bertone è solo uno dei protagonisti di quanto è avvenuto, e non per forza il più scaltro, a giudicare dai fatti.

La malattia e la cura
Francesco è passato nel frattempo dalla guerra lampo della prima parte del pontificato, a una guerra di posizione più adatta a una fase in cui dalle parole bisognerà necessariamente passare ai fatti. Da un anno all’altro, il papa in un’occasione tradizionale come quella degli auguri di Natale alla Curia, prima ha indicato le 15 malattie di cui essa è o potrebbe essere affetta (nel 2014), e quest’anno ha detto quali sono “gli antibiotici”, cioè le 24 virtù da seguire per non ammalarsi.

E che ce l’avesse con alti funzionari, prelati e cardinali vari, lo si è capito bene quando, poco prima, rivolgendosi ai dipendenti della Santa Sede, i lavoratori del Vaticano nell’idea bergogliana, ha detto: “mentre mentre vi ringrazio, voglio anche chiedervi perdono per gli scandali che ci sono stati nel Vaticano. Ma vorrei che il mio e il vostro atteggiamento, specialmente in questi giorni, fosse soprattutto quello di pregare, pregare per le persone coinvolte in questi scandali, perché chi ha sbagliato si ravveda e possa ritrovare la strada giusta”. Fra le virtù da seguire, poi, rivolgendosi invece alla Curia, ha indicato la sobrietà in questi termini: “La sobrietà – ultima virtù di questo elenco non per importanza – è la capacità di rinunciare al superfluo e di resistere alla logica consumistica dominante. La sobrietà è prudenza, semplicità, essenzialità, equilibrio e temperanza. La sobrietà è guardare il mondo con gli occhi di Dio e con lo sguardo dei poveri e dalla parte dei poveri”. Non solo una norma etica, ma un’idea di Chiesa. Avranno gradito i vari cardinali l’ennesima ramanzina del papa? C’è da dubitarne.

L’abbozzo della nuova Curia
La riforma istituzionale procede intanto con pazienza chirurgica, e tuttavia un primo scheletro della nuova Curia vaticana ormai s’intravede. Il Papa è coadiuvato nell’opera di governo dal gruppo di 9 cardinali in rappresentanza di diversi continenti e realtà vaticane più importanti (C9), sul fronte finanziario sono nate varie strutture, ma le principali sono la Segreteria per l’Economia e il Consiglio per l’economia che dovranno pianificare spese, bilanci e verificare che non vi siano irregolarità. In bozza ci sono due nuovi dicasteri che accorpano più organismi: il primo nel quale rientreranno le strutture, fino ad ora divise, dedicate a famiglia, laici e vita; un altro ‘sociale’ che comprenderà le materie relative a migranti, giustizia e pace, operatori sanitari e ‘Cor Unum’ (attività caritative). È nato poi un organismo che si occupa della tutela dei minori (figlio anche degli scandali sugli abusi sessuali), e sta prendendo forma una nuova Segreteria per la comunicazione che dovrà coordinare tutti i media vaticani.

Ma dato che il cantiere è un work in progress, presto vedrà la luce una commissione il cui compito sarà quello vagliare la situazione di tutti gli ospedali cattolici (troppo spesso al centro di problemi amministrativi o malversazioni), e una nuova commissione economica della quale faranno parte i rappresentanti dei più importanti organismi vaticani (segno che le cose vanno ancora approfondite). Se questa è l’ingegneria istituzionale, la prossima riunione del C9, in programma per l’8 e il 9 febbraio, dovrà parlare invece di decentramento e sinodo, di come insomma la Chiesa dovrà assumere non tecnicamente ma sostanzialmente, una forma nuova, partecipativa. Non è poco, soprattutto se si pensa che è in corso anche il Giubileo, e intanto nei vecchi ‘ministeri’ vaticani, il malcontento cova sotto le ceneri.

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