Quegli interessi che bloccano il Pd sul territorio

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Un momento dell'occupazione da parte di un gruppo di iscritti e di eletti del Pd di Ercolano (Napoli) della sede del partito, in Largo Giardini, a Napoli, 11 aprile 2015. L' occupazione è stata decisa come reazione alla decisione della segretaria nazionale, che ha designato come candidato a sindaco, senza l' effettuazione delle primarie, il consigliere comunale Ciro Buonaiuto, dirigente nazionale del Pd. ANSA/CESARE ABBATE

Ha ragione Salvati: serve un maturo soggetto liberale di sinistra. Non rinunciamo a pensarlo

Michele Salvati nell’intervista a Unità.tv individua con notevole lucidità due nervi scoperti del Pd: il “territorio” e l’elaborazione politico-culturale. Non solo; scorge il nesso fra i due aspetti: se il Pd mostra che un soggetto liberale di sinistra può avere altrettanto appeal di una forza che si proclama rivoluzionaria, lo scoglio rappresentato dal “territorio” può esser superato. Dietro tale scoglio si celano certo pigrizie e interessi, si cela l’abitudine a tenere tutto il più possibile “sotto controllo”, si celano resistenze conservatrici. Ma soprattutto si cela il vuoto: dirigenti locali non più comunisti, mai divenuti socialdemocratici, estranei a un’autentica visione liberale. Oppure persone inclini quasi solo al potere, pronte a puntare in ogni occasione sul cavallo vincente, con una visione politica improvvisata o assente.

Pier Luigi Bersani ha provato a far leva sulla cultura socialdemocratica di fatto dei dirigenti del primo tipo, venuti su all’ombra della Quercia o della Margherita. Da qui l’enfasi da lui posta proprio sul territorio, luogo di sane mediazioni, momento di raccordo fra istanze diverse. Insomma: una sorta di sinistra pragmatica, orientata verso le riforme. In realtà dietro di ciò si condensava ogni sorta di resistenza al cambiamento, con il risultato di un partito lento, non sincrono con la società e con le sfide attuali. Era un po’ questa l’atmosfera paralizzante della “ditta”.

Salvati, però, individua con decisione l’esigenza di metter mano con più convinzione, oggi, all’elaborazione ideologico-culturale. Sì ai messaggi brevi, sì all’attitudine a comunicare con semplicità e immediatezza, ma poi arriva il tempo della “digestione”: la mole di mutamenti che stiamo attraversando va insieme vissuta e pensata. Guai ad abdicare al pensiero.

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