Quattro lezioni da trarre dal terremoto Brexit

Brexit
epa05396748 People take part in a Brexit referendum anti leave result demonstration in Trafalgar Square, central London Britain, 28 June 2016 after Britain voted 51.9 per cent in favour of leaving the European Union.  EPA/SEAN DEMPSEY

Chi vuole creare un argine per dare un altro corso al fiume, dovrebbe cominciare ad essere conseguente, spiegando quale è la vera posta in gioco ad ottobre

Scriveva Jean Monnet nel 1978 che “L’Europa sarà forgiata dalle crisi, e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi”. In effetti è stato sempre così: dopo la seconda guerra mondiale, dopo la stagnazione e l’iperinflazione degli anni settanta, dopo il crollo del muro, quando leader “visionari” sono stati in condizione di farsi motori del cambiamento (Schuman, Adenauer e De Gasperi, Delors, Mitterrand e Kohl). Lo shock della Brexit è un enorme rischio ma può anche essere una straordinaria occasione per ricostruire l’Unione, se solo i tre paesi guida che rimangono (Germania, Francia, Italia), avranno leader di governo credibili, messi in condizione di agire con lungimiranza. Può anche essere un’occasione per la sinistra, di battere un colpo su redistribuzione e crescita, se solo la smette di ripiegarsi ciclicamente, per riflessi condizionati duri a morire, su burocrati e cultori di antiche ditte politico-sindacali à la Jeremy Corbyn. Nel frattempo l’esito del referendum britannico dice anche qualcosa sul nostro immediato futuro.

Primo: stare sui contenuti. Quando si chiamano i cittadini a esprimersi su scelte “costituenti” bisogna aiutare le persone a ragionare su cosa realmente si sta votando, sulle conseguenze effettive del sì e del no. Colpisce che dopo il voto (e non prima) la parola più cercata su Google in Gran Bretagna sia stata “Unione europea”, per provare a capire che cosa comporti uscirne. Dopo aver deciso è tardi per rammaricarsi di averlo fatto in base a pregiudizi, a motivazioni che con il contenuto effettivo del quesito non c’entrano, o a una sistematica deformazione del contenuto effettivo della scelta, alimentata da calcoli politici, da minuscole lotte tra partiti e correnti, dalla vanità ferita di qualche studioso o dalla fregola di anchormen televisivi e opinionisti di sparare contro il bersaglio più alto.

Secondo: stabilità e credibilità dei governi. Servono governi stabili e leader credibili per rilanciare la nuova fase d el l’Europa a 27. Credibili vuol dire due cose: leader che non inventino a l l’impronta teorie strampalate e insostenibili, a uso dei loro fan; leader che siano in grado di garantire la tenuta della linea proposta nei vertici internazionali. Nonostante il suo peso economico, difficile, per fare un esempio per noi molto istruttivo, pensare a un ruolo europeo della Spagna se continua a dibattersi tra l’eventualità di un governo Iglesias e governi trimestrali di grande coalizione costretti a navigare a vista.

Terzo: democrazia diretta e scelte di governo. Cameron non aveva legato la propria permanenza a Downing Street a l l’esito del referendum, ma il nesso è diventato nei fatti inevitabile. Quando i risultati di una consultazione democratica sono così palesemente in contrasto con l’agenda di governo è difficile che nulla cambi. Cameron non poteva che dimettersi. Chi vuole la chiami pure in italiano personalizzazione, invece che accountability (il riconoscimento e l’assunzione di responsabilità di un governo per le azioni che ha intrapreso). Continui pure a dire che Renzi avrebbe potuto evitare di anticiparlo. Ma se ne prenda atto.

Quarto: l’ondata populista e gli argini possibili. In Gran Bretagna sono stati per lo più gli ultrasessantenni, i baby boomers degli anni Cinquanta, oggi con redditi bassi e la paura degli immigrati, a votare per la Brexit. Con il paradosso di aver votato per recidere i legami con quella stessa Europa che ha garantito soprattutto a loro sessant’anni di pace e prosperità. Avendo in testa le glorie d el l’impero britannico mentre decretavano la disunione del Regno. Ma il problema di fondo non è generazionale. Il problema più serio lo ha richiamato più volte Walter Veltroni su questo giornale e lo ha descritto Luca Sofri su ilpost.it. Nelle parole del conservatore britannico Micheal Gove, la “cosa che sta s uccedendo” è che l’ignoranza (il pregiudizio, la bigotry) sta vincendo. La crisi economica e l’inadeguatezza delle istituzioni a fronteggiarne gli effetti più negativi, insieme alla tendenza dei media tradizionali a cavalcare le leggende antiestablishment per difendersi a loro volta in un mercato sempre più asfittico e incattivito, stanno favorendo ovunque atteggiamenti simili. Il potenziamento delle possibilità individuali di cercare informazioni porta alla pretesa di usarle per dare giudizi definitivi su qualsiasi cosa, senza documentarsi. Porta dappertutto quote crescenti di cittadini ad affidarsi all’opzione più semplice e sbrigativa a portata di mano: Trump, la Brexit, Grillo, Salvini, Hofer, Le Pen …

Chi vuole creare un argine per dare un altro corso al fiume, dovrebbe cominciare ad essere conseguente, spiegando quale è la vera posta in gioco ad ottobre. Invece che inseguire e ingigantire l’ipotesi surreale della “svolta autoritaria che nasce dal combinato disposto”, aiutiamo i cittadini a chiedersi se, come Paese, saremo più sicuri in casa e più forti in Europa con o senza le riforme.

 

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