Quarto, Roma, Palermo, i 39 giorni dell’omertà M5S

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La rottura del clima omertoso non è mai dovuto alla trasparenza volontaria del partito di Beppe Grillo, ma all’esplodere dei casi grazie alle inchieste della stampa

L’omertà media dei vertici del Movimento 5 stelle sui casi giudiziari che li coinvolgono è di 39 giorni. Per calcolarla basta ripercorrere i tre scandali più pesanti che li hanno coinvolti nell’ultimo anno: Quarto in Campania, il caso Muraro a Roma e ora le firme false a Palermo. Sul caso Quarto, che ha portato alla fine Grillo e il blog ad espellere dal partito la sindaca Rosa Capuozzo, definita inizialmente «parte lesa», e tutto il gruppo consiliare, l’atteggiamento omertoso del Direttorio e di Grillo è durato 48 giorni. Secondo quanto riferirono le cronache, Fico e i suoi colleghi a Roma erano stati informati delle indagini che coinvolgevano l’Amministrazione cinque stelle almeno dal 25 novembre 2015. Tra reticenze, la difesa iniziale della Capuozzo e le controaccuse tra di loro, i vertici cinquestelle hanno tentato di insabbiare fino a quando il caso non è esploso a gennaio sui giornali, con le prime ammissioni pubbliche di Di Maio, Fico e Di Battista con un video del 12 gennaio.

48 giorni dopo, appunto. Sul caso Muraro a Roma stesso copione. La sindaca Raggi apprende che la sua assessora è indagata il 18 luglio 2016, ma la notizia viene tenuta nascosta per settimane all’opinione pubblica e viene svelata solo nell’audizione in commissione parlamentare Ecomafie, che ha poteri giudiziari e quindi alla quale non si può mentire, solo il 5 settembre.

I vertici del Movimento 5 stelle, però, erano stati informati ben prima dell’audizione in parlamento. Le indagini sulla Muraro vengono comunicate a Di Maio per email il 5 agosto. La famosa email che il dirigente M5s ammetterà di aver ricevuto (e non capito) solo quando, il 7 settembre, viene diffusa sui giornali. 33 giorni di silenzio, durante i quali Di Maio ha continuato a far finta di nulla, ancora fino al giorno precedente l’audizione in Ecomafie, quando giocava sull’equivoco dell’avviso di garanzia dicendo che non gli risultava fosse arrivato all’assessora del Campidoglio. Ora è il turno del caso delle firme false a Palermo, che ogni giorno s’ingrossa sempre di più.

Il servizio delle «Iene» che svela lo scandalo è del 2 ottobre, ma Di Maio era stato informato già con una email del 12 settembre. Ancora una volta, appreso un possibile illecito che coinvolgeva esponenti del Movimento 5 stelle, il dirigente grillino ha fatto finta di nulla: nessuna informazione agli iscritti al Movimento, nessuna trasparenza nei confronti dell’opinione pubblica. Solo dopo l’inchiesta delle “Iene” e l’apertura di un’indagine della magistratura, Di Maio è stato costretto alle prime ammissioni il 19 ottobre a “Uno Mattina”.

Sono passati 37 giorni. Facendo quindi la media tra i 48 giorni di Quarto, i 33 del caso Muraro a Roma e i 37 delle firme false di Palermo, l’omertà dei cinquestelle dura in media, appunto, 39 giorni. E la rottura del clima omertoso non è mai dovuto alla trasparenza volontaria del partito di Beppe Grillo, ma all’esplodere dei casi grazie alle inchieste della stampa.

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