Quante lezioni dalle urne

Referendum
Un seggio elettorale per consentire la consultazione sul referendum abrogativo sulla durata delle trivellazioni in mare, Napoli, 17 aprile 2016.
ANSA/CIRO FUSCO

Le opposizioni politiche da Forza Italia ai Cinquestelle a Sel alla Lega nord a Fratelli d’Italia con propaggini dalle parti di Foraza Nuova e Casa Pound hanno fallito nel loro intento di destabilizzare il governo

Tanti italiani sono andati ieri alle urne e tantissimi le hanno disertate, a tutti si deve il massimo rispetto. C’è stato però, lo ha detto ieri sera anche il presidente del consiglio, chi sperava in un sondaggio promettente e di indebolire o addirittura demolire il governo cavalcando la buona fede degli elettori. Ma è andata proprio male l’operazione improvvisata dell’eterogenea e approssimativa ammucchiata di opposizioni politiche da Forza Italia ai Cinquestelle a Sel alla Lega nord a Fratelli d’Italia con propaggini dalle parti di Forza Nuova e Casa Pound, che tra rumors e ingigantite aspettative mediatiche hanno provato a trascinare anche le Regioni proponenti nell’entusiasmo del blitz antirenziano. Beh, hanno clamorosamente sbagliato i calcoli, e se spallata c’è stata, questa è servita solo a tenerli a distanza e a difendere l’esecutivo. Per questo il risultato del referendum si traduce in una stabilizzazione ulteriore, ovvero tutto l’opposto del terremoto sognato e pronosticato.

L’ancien regime potrà riprovarci a ottobre, contro la riforma costituzionale, ma credo si sbagliano di grosso anche sulla presunta voglia di ritorno al passato, tema che non scalda i cuori di nessuno. Al momento, nonostante una percentuale di elettori che non è proprio disastrosa, sia il senso politico del voto sia la matematica (al referendum se non porti a votare il 50% più uno, hai perso) segnano la sconfitta, e così le sorti si sono rovesciate. Dovrà farsene una ragione anche il frontman del Sì, Michele Emiliano, che ancora nel tardo pomeriggio di ieri immaginava chissà quale “vittoria straordinaria” ma da oggi dovrà anche lui recuperare sul terreno della collaborazione con questo governo e con questo premier. Possono accusare la scarsa informazione, maledire il tempo bello, prendersela con il solito destino cinico e baro, ma avendole provate tutte, compresa una bella dose di scenari splatter con fotomontaggi da delirio social tra pozzi in fiamme nel mare a tre metri dalla sabbia e petrolio e catrame nel quale annegavano i bagnanti, il risultato finale è che si sono ritrovati di fronte al muro dei cittadini.

Sono molte le lezioni dalle urne. Intanto per l’assurdo accanimento senza precedenti contro chi, per scelta, ha disertato i seggi. Eppure il campo di gioco referendario prevede tre scelte: un sì, un no e l’astensione. Il quorum, finché c’è, legittima anche la non partecipazione sia del singolo elettore che organizzata, è la scelta strategica adottata in tutti i referendum ma diventata per l’appuntamento di ieri “intollerabile violazione del codice penale”, “disprezzo della solennità dei grandi principi costituzionali”, “attentato alla democrazia” e via fantasticando e insultando fino al punto di chiedere di fare “autocritica” a Giorgio Napolitano. La pedagogia del voto è chiara. Gli elettori normali non ne possono più dell’inner circle che tifa fallimento né dell’ipocrisia degli attivisti dell’astensione che hanno spesso promosso appelli e comitati per “non andare a votare” nelle consultazioni popolari in punta di dovere etico e di diritto costituzionale, ma stavolta condannavano senza appello il non voto. Semplicemente perché non era la loro scelta.

Ma altrettanto semplicemente, la mitica societa civile non li ha seguiti, non ha trasformato un referendum nel loro Mezzogiorno di fuoco. Entrando nel merito, tanti italiani si sono stufati anche di essere chiamati ad esprimersi su argomenti fintoambientalisti, con quesiti fuorvianti e di scarso interesse e nemmeno proposti dal basso con vagonate di firme raccolte ai banchetti ma calati dall’alto dal voto di istituzioni regionali che hanno da qualche tempo un bel problema di credibilità. Anche il mio mondo ecologista militante dovrebbe e potrebbe finalmente interrogarsi sul senso di andare in battaglie demagogiche rimettendo in circolo il vecchio dilemma novecentesco divisivo che metteva uno contro l’altro ambiente e lavoro, un assurdo nel tempo in cui ecologia è e sarà sempre più economia. È una delle cause che ha tenuto lontano dalle urne anche i più informati. Si deve correre sempre dietro a chi la spara piu grossa oppure si rimette in campo l’ecologismo scientifico, scegliendo i target giusti e smettendola di vedere nemici là dove non ci sono e di coprire i veri responsabili della malattia del mare che si deve soprattutto all’inerzia e al menefreghismo di tante Regioni?La verità scomoda è che del quesito referendario, dell’aspetto tecnico, alla fine non sembrava interessare neppure ai promotori. In fondo, avevano già vinto prima del fischio

Vedi anche

Altri articoli