Le ultime dei Pinocchi del No/4

Riforme
BUGIARDO

Vi racconto e faccio chiarezza su chi sono i pinocchi “recidivi” e i superpinocchi e perché posso definirli così

Categoria i teppisti del no: duole dirlo, inarrivabile per volgarità, il premio Nobel Dario Fo (“Huffington post”, 2 giugno), secondo il quale il “Sì” di Roberto Benigni è un “lasciarsi andare alla deriva” frutto del “‘dare e avere’… Sarà ripagato…”. La giornalista stupefatta domanda: “sta dicendo che si è venduto?”. E Fo risponde: “Questa non è una espressione che mi appartiene, ma mi pare di aver detto chiaramente quello che penso”. Giù il sipario sul mistero buffo. Buffo per nulla. Per la stessa categoria vedi il post scriptum.

Ecco alcuni pinocchi recidivi. Parte il presidente Anpi Carlo Smuraglia che ripete la balla secondo la quale “si mette mano alla riforma del Senato e del sistema elettorale a colpi di fiducia” (falso, per la riforma costituzionale, vero per quella elettorale come da infiniti precedenti, “Il Fatto”, 3 giugno).

Altra pinocchiata che va per la maggiore, quella secondo la quale “il meccanismo dei capilista bloccati, …replicabile in dieci collegi…, moltiplica le chances per il capo partito di scegliere in solitudine i promossi e i bocciati” (A. Fabozzi, “Manifesto”, 27 maggio). Non sembra accorgersi che: a) se ripropongo lo stesso capolista (in ipotesi riducendomi a presentarne 10 in tutto), io moltiplico gli eletti con le preferenze: cioè tutti gli altri 90; b) se candido la stessa persona in dieci collegi, non è che “scelgo” i dieci favoriti, ne scelgo uno, gli altri nove saranno i premi dei non eletti (quindi più che premiare, posso… punire, se mai, e uno solo). Ma ci son cascato: gira e rigira la lingua batte dove il dente duole (al “No”), la legge elettorale che però non è oggetto di referendum.

Altra pinocchieria è quella di “una riforma storica che mira a cambiare l’intera mappa dei poteri, concentrandone molti nelle mani del capo del governo” (così C. Maltese, “Venerdì ”, 3 giugno). È la balla del “premierato assoluto” che fa da pendant con il tentativo truffaldino di accreditare l’idea che la riforma 2016 sia uguale alla riforma 2006: il che è falso, proprio in relazione a figura e ruolo del presidente del Consiglio, che ora non è toccata neppure in una virgola (mentre nel 2006 si parlava, non a caso, di “primo ministro”).

Di truffa in truffa si arriva poi a pubblicare con finta indignata sorpresa le prese di posizione contro la riforma berlusconiana, per accreditare la tesi che quanti allora furono contro (ed ora a favore) sarebbero dei voltagabbana (si distingue “Il Fatto”, che ha ripubblicato sotto il titolo “Napolitano: ‘Perché voto No’” stralci di un intervento di dieci anni fa dell’allora senatore Ds). Come dire che siccome dieci anni fa ho rifiutato una gazzosa, oggi non ho diritto di farmi… un bicchiere di vino.

Ma i superpinocchi sono Giuseppe Gargani ed Enrico De Mita. Il primo (“Corriere”, 29 maggio), ripropone la bugia secondo la quale “la Corte viene nominata dalla maggioranza minoranza che ‘appartiene’ al premier che vince le elezioni…” (e così il Csm, nonché il presidente). Ripetiamolo: ci vogliono i tre quinti dei componenti (o dei votanti, per il presidente), il che è ben oltre, sempre, dei seggi garantiti dal premio.

De Mita (“Il Sole24ore”, 28 maggio) ne infila una serie: “questa riforma non nasce dall’iniziativa delle forze politiche su un piano di pari rango, ma dal governo” (e il patto del Nazareno svanito); “molti punti della riforma sono rinviati ad altre precisazioni legislative… il che rappresenta un’anomalia inspiegabile” (ma l’ha letta la Costituzione del’ 48?); “un senatore a vita per sette anni è una contraddizione in termini” (ma l’ha letta la riforma?). Certo, che Enrico De Mita non spenda tempo nella noiosa lettura dei testi si può capire: dice che “riformare la Costituzione non è comunque una priorità…”. Ah, beh.

P.S.: Marco Travaglio (“Il Fatto”) continua a dedicarmi attenzioni, con il suo stile trattenuto e garbato. Lo ringrazio. Evidentemente ritiene valga la pena cercare di delegittimarmi. Padronissimo di non apprezzare le mie idee. Vorrei prendesse nota, però, che mi occupo di riforme istituzionali da quando Matteo Renzi aveva 7-8 anni: più facile dunque che, in materia, sia lui il mio “porta ordini”, che non io il suo, come Travaglio insiste a scrivere.

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