Quando Virginia Raggi accusava il sindaco di aver mentito

Amministrative
ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

Come accade a tutti i giustizialisti, queste stesse accuse, sollevate da un giornale non certo ostile, si ritorcono contro di loro

Chi esultava il giorno delle dimissioni del sindaco di Roma al grido di “Pagace la cena, Marino pagace la cena”? Chi aveva presentato un esposto alla procura di Roma contro il primo cittadino accusato di aver dichiarato il falso riguardo quattro cene istituzionali? E quando si faceva notare che l’ammontare era di circa 700 euro chi rispondeva che l’importante non era la somma ma il fatto che un pubblico ufficiale non può dichiarare il falso, perché ciò costituisce reato e aggiungeva che se un sindaco mente una volta, pur se su un piccolo particolare, mina la propria credibilità anche futura? Erano i consiglieri del M5S in Campidoglio, Virginia Raggi in testa.

Ora, come accade a tutti i giustizialisti, queste stesse domande, sollevate non dai propri nemici ma da un giornale non certo ostile, si ritorcono contro di loro. E come risponde Virginia la smemorata? Invece di spiegare perché non abbia dichiarato, come prescritto dalla legge, di aver ricevuto incarichi e compensi dall’Asl di Civitavecchia urla contro la macchina del fango e accusa i propri avversari di strumentalizzazione. E si difende affermando di averlo dichiarato nel 2015 (solo dopo che l’assessore Sabella aveva aperto un’indagine sulle dichiarazioni di tutti i consiglieri) ignorando che avrebbe dovuto farlo nel 2014.

Difficile dire se questa polemica avrà un esito negli orientamenti dell’elettorato, quel che è certo è che la dice lunga su come concepiscono le regole nel Favoloso Mondo Five Stars: agli altri si applicano in modo rigido, ma quando capita a loro le medesime regole si interpretano. È la degna conclusione di una campagna elettorale, quella della Raggi, segnata da bugie, imprecisioni, gaffe (sorvoliamo per carità di patria sulle dichiarazioni omofobe del designato assessore allo sport). Tutto era utile non per dimostrare che si è in grado di governare meglio degli altri, ma che gli altri sono una banda di ladri, disonesti, traffichini. Hanno innalzato un muro di odio e rancore, seminando divisioni e contrapposizioni rabbiose in una città che avrebbe invece un immenso bisogno di cura e condivisione, per liberarsi dal degrado e sollevare lo sguardo verso il futuro. Ai toni di una campagna elettorale seria e propositiva, come quella di Roberto Giachetti, Virginia Raggi ha risposto raccogliendo, a destra e a sinistra, chiunque portasse un insulto, un’invettiva, una fatwa.

Certo, il mio è un giudizio di parte, ma i fatti hanno la testa dura e basta rileggere la cronaca della campagna elettorale romana per rendersi conto che le cose stanno esattamente così. Non si tratta di invocare il fair-play: le competizioni elettorali, si sa, sono conflitto e lotta all’ultimo voto. È che questo è tutto quello che sanno fare: distruggere gli altri per presentarsi come il nuovo, la discontinuità con un passato tutto da buttare, come se, prima dell’avvento del verbo della Casaleggio associati, ci fossero stati solo corruzione e malaffare. Hanno raccontato in modo falso gli ultimi venti anni di Roma, scordandosi un quindicennio, quello delle giunte di Rutelli e Veltroni, che orgogliosamente Giachetti ha rivendicato, nei quali la Capitale d’Italia correva e ha realizzato opere importanti come l’Auditorium e la Festa del Cinema, le cento piazze nelle periferie, la cura del ferro, le metropolitane, un piano regolatore che ha tagliato 60 milioni di metri cubi di cemento, senza che un solo avviso di garanzia sia mai arrivato a quegli amministratori.

E anche sulla giunta Marino occorre dire la verità: il sindaco è caduto per i suoi errori, soprattutto nella gestione dell’avviso di garanzia per gli scontrini, ma sono stati avviati cambiamenti epocali, come la chiusura della discarica di Malagrotta, il risanamento dell’Atac , la restaurazione della legalità negli appalti e nella macchina comunale iniziata da Alfonso Sabella che la continuerebbe al fianco di Giachetti. Cosa farebbe Virginia Raggi? A sentire quanto dichiarava il “garante” Grillo dovrebbe prendere misure così dolorose da prevedere scioperi e cortei contro. Se invece, cosa molto probabile, rispettasse il patto stretto con le varie corporazioni e con i sindacati consociativi, non farebbe assolutamente nulla. Il centrosinistra ha commesso errori ma ha pagato, affondando il coltello nelle proprie piaghe, rinnovando le proprie liste in nome della trasparenza e della legalità, offrendo un’idea di Roma e del suo futuro. L’alternativa è la paralisi accompagnata dalla gogna: il medioevo, in una parola.

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