Quando Travaglio convocò Marra in redazione

Il Fattone
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Il povero Di Maio è stato tratto in inganno dal direttore del Fatto

Della notizia sul Fatto di oggi non c’è traccia, ma del resto il Fatto è l’unico giornale che non è mai comparso nelle ricorrenti liste di proscrizione grilline. E tuttavia si tratta di una notizia ghiotta, e sicuramente destinata a scatenare nuove reazioni e nuove polemiche: lo scorso 10 agosto – scrivono sul Corriere di oggi Fiorenza Sarzanini, che nelle liste di proscrizione grilline ha invece un meritato posto d’onore e su Repubblica Carlo Bonini– Luigi Di Maio riceve nel suo prestigioso ufficio di vicepresidente della Camera dei deputati Raffaele Marra, appena nominato vicecapo di gabinetto da Virginia Raggi.

Al termine del colloquio Di Maio manda un sms alla sindaca definendo Marra “un servitore dello Stato”, e la sindaca, evidentemente soddisfatta, inoltra l’sms all’interessato. In pubblico, Di Maio ha però sostenuto più volte di aver voluto “cacciare” il collaboratore della Raggi, purtroppo senza successo: e in effetti non si capisce perché mai si sarebbe dovuto allontanare un “servitore dello Stato”.

Le evidenti contraddizioni in cui si divincola Di Maio, il Lord protettore di Virginia, sono oggi oggetto dell’indagine della Procura di Roma e, soprattutto, dello scontro sempre più lacerante scoppiato all’interno del Movimento 5 stelle.

Ci dispiace per l’aspirante premier: e ci viene il dubbio che sia stato proprio il Fatto a condurlo sulla cattiva strada.

La passione di Marco Travaglio per Marra è infatti notoria: “Ex finanziere plurilaureato – così lo descriveva in un editoriale dello scorso settembre il Direttore di Bronzo –, è un dirigente pubblico passato dal ministero dell’Agricoltura all’Unire, dal Comune alla Regione, dalla Rai di nuovo al Comune. Ha collaborato con le giunte Alemanno e Polverini, come pure con Zingaretti e Marino, almeno finché non lo cacciavano, il che avveniva regolarmente perché troppo “giacobino” (parola di Alemanno), cioè perché denunciava un sacco di porcherie in Procura. Appena la Raggi l’ha chiamato come vicecapo di gabinetto, è diventato il paria, l’appestato, l’uomo nero”.

Ma non è tutto: per fugare ogni dubbio, Travaglio convoca Marra in redazione e lo sottopone ad un processo popolare in piena regola, come racconta lo stesso Direttore di Bronzo: “Noi, quando Marra balzò ai disonori delle cronache come l’Uomo Nero della Raggi, gli chiedemmo un incontro. Si presentò con una valigia di faldoni per documentare il suo curriculum, le sue lauree e la correttezza delle sue condotte, le denunce che aveva presentato contro il malaffare capitolino. Lo avvertimmo che avremmo verificato ogni carta. E così facemmo senza trovare nulla che smentisse la sua versione”.

Il povero Di Maio, che com’è noto non ha grande dimestichezza né con la storia né con la geografia, e probabilmente neanche con le persone di mondo, deve essersi bevuto il racconto del Fatto e dev’essersi convinto che chi ha ricevuto una pubblica patente di onestà da Travaglio è ipso facto al di sopra di ogni sospetto. “Un servitore dello Stato”, appunto.

Chissà se la prossima volta il buon Di Maio, oltre al Fatto, farà lo sforzo di leggere anche qualche giornale vero.

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