Quando si vuole far prevalere la demagogia

Ambiente
Nella foto distribuita dall'ufficio stampa il 31 luglio 2014 la Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace, entrata in azione nel mar Adriatico presso la piattaforma petrolifera Rospo Mare B, di proprietà Edison ed Eni.
ANSA/UFFICIO STAMPA GREEN PEACE
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Purtroppo i referendum sono spesso un’occasione per acquisire vantaggi politici da parte di politici irresponsabili, che trasformano quesiti di natura tecnica in messaggi semplificati

Se il referendum è un istituto fondamentale della democrazia. Basta ricordare le grandi battaglie sul divorzio e l’aborto, temi sui quali l’interpretazione delle scelte del cittadino non si prestano ad ambiguità. Ma è anche uno strumento che può essere facilmente abusato. Ciò accade quando fornisce un’occasione per manipolare gli elettori e ostacola la formazione di scelte coerenti da parte del governo e del parlamento. Questo è accaduto nel caso del quesito sull’acqua pubblica e sta accadendo, ora, per il quesito sulle trivellazioni.

Nel primo caso, alcuni invocano il risultato del referendum per ostacolare una legislazione razionale finalizzata all’efficienza dei servizi pubblici e all’aumento degli investimenti. Si tratta di una normativa essenziale per l’abbattimento dei piccoli monopoli locali, la commistione tra affari e politica e la creazione di gestori più solidi in grado di sfruttare le economie di scala. Perché questo processo di razionalizzazione dovrebbe tradire la volontà popolare? Come detto da altri sulle colonne di questo giornale, nessuna legge ha mai messo in discussione la natura pubblica delle risorse idriche, e la Corte Costituzionale ammise la legittimità del quesito referendario solo su questioni di relativo dettaglio: la possibilità che la gestione dei servizi di manutenzione e distribuzione potesse essere svolta da amministrazioni pubbliche in modalità in-house (al riparo dalla concorrenza) e sui criteri di remunerazione del capitale (necessari a compensare gli oneri finanziari degli investimenti).

Il dogma secondo cui il gestore pubblico è sempre migliore di quello privato appartiene alle tante incrostazioni ideologiche smentite dall’esperienza concreta, ma serve bene ad alimentare la retorica del cittadino che si ribella alla speculazione e al grande capitale. Peccato che questa stessa retorica, nel caso in specie, contribuisca al deperimento dei servizi di distribuzione e manutenzione delle risorse pubbliche, a causa dei problemi di bilancio delle amministrazioni locali, e abbia l’effetto di provocare la fuga dei risparmi privati, che potrebbero, invece, dare un grande contributo al miglioramento delle infrastrutture.

Il referendum sulle trivellazioni, che potrebbe interrompere l’attività estrattiva di un buon numero di piattaforme marine, provoca perplessità di altra natura, ma altrettanto gravi. L’argomento principale dei promotori è che bisogna avviarsi rapidamente, “senza se e senza ma”, verso un modello di approvvigionamento basato esclusivamente sulle rinnovabili. Un attimo di riflessione dovrebbe, tuttavia, suggerire che il passaggio alle rinnovabili è un processo complicato, possibilmente guidato da una strategia nazionale finalizzata alla qualità dell’ambiente e al contenimento dei costi. Quali impianti dovranno essere chiusi in via prioritaria? E quali potrebbero ancora essere necessari, per cercare di non appesantire ulteriormente le bollette a carico delle famiglie, dotare il nostro paese della necessaria sicurezza energetica e ridurre i combustibili a maggiore impatto ambientale? E’ possibile elaborare queste politiche in modo frammentato senza guardare al quadro generale? Nessuno può negare che l’integrità del nostro mare sia un argomento importante a favore delle rinnovabili, ma siamo sicuri che la chiusura di quegli impianti che sono oggetto del referendario (prevalentemente dedicati all’estrazione di gas naturale) non avrebbe un impatto negativo in altri ambiti e zone del paese, e che essa non richiederebbe maggiori importazioni dall’estero, un incremento del traffico commerciale marittimo o, infine, un incremento della produzione di petrolio in luogo del gas naturale? Che senso ha smantellare piattaforme già installate e operative (senza apparenti conseguenze sulla qualità dell’ambiente) prima dell’esaurimento dei giacimenti? Alla base delle campagne referendarie c’è l’idea giusta di dare la parola ai cittadini sulle leggi approvate dal parlamento, ma troppo spesso i quesiti riguardano aspetti parziali di un disegno legislativo più ampio, la cui coerenza e natura non può essere determinata dall’esito della consultazione. In questi casi, governo e parlamento hanno il dovere di dare al paese un impianto normativo razionale, coerente e valido per il futuro.

Purtroppo i referendum sono spesso un’occasione per acquisire vantaggi politici da parte di politici irresponsabili, che trasformano quesiti di natura tecnica in messaggi semplificati. Nel caso dell’acqua pubblica, si è cercato di avvalorare un assioma errato: che la produzione dei beni pubblici non debba costare nulla all’utente. Purtroppo qualsiasi risorsa scarsa (pubblica o privata) ha un costo (per l’estrazione, la distribuzione, la manutenzione). Si tratta piuttosto di decidere come ripartire tale costo tra utenti e contribuenti. Nel caso delle trivelle, invece, si propone un modello di formazione delle scelte in campo energetico basato su un’ottica locale e frammentata, che non consente una valutazione nazionale del processo di riconversione verso un modello più sostenibile.

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