Friuli 1976, quando l’Italia si scoprì impreparata

Ambiente
come d’accordo con l’ANSA di Trieste (Di Leva) e con Giannantonio Pettinelli, ti giro qualche foto del terremoto del ’76 in Friuli.
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Quaranta anni fa il terremoto che sconvolse il Friuli e fece capire al Paese l’esigenza di avere un sistema adeguato di gestione delle emergenze e leggi per la prevenzione del rischio sismico

Di morti ne contarono 989, oltre 3.000 i feriti, 10.500 le case distrutte. Fu il terribile bilancio della cannonata sismica che quaranta anni fa, il 6 maggio alle 21.06, fece saltare l’intero Friuli e scosse mezza Italia con 6.4 gradi Richter e il decimo della scala Mercalli. In meno di un minuto, crollarono Maiano, Buia, Gemona, Osoppo, Magnano, Artegna, Colloredo, Tarcento, Forgaria, Vito d’Asio, Venzone e tanti altri paesini, frazioni e casolari di montagna. I soccorsi all’epoca erano solo un impegno verbale, non esistevano protezione civile, piani di emergenza locali, un qualsiasi coordinamento nazionale e i primi soccorritori si muovevano sulla base delle indicazioni fornite dai giornalisti giunti sul posto. L’emozione fu enorme, la scossa colpì il mondo e gli italiani si sentirono tutti terremotati, incollati per mesi alle dirette televisive a guardare la vita tra le macerie, nelle tendopoli, le sofferenze per i morti, il terrore di nuove scosse.

Il Governo Andreotti promise una rapida ricostruzione, ma lo slogan “dalla tenda alla casa” rimaneva uno slogan. Passarono giorni di dolore, settimane, e bisognava ricostruire paesi interi ma apparve chiaro che in quel caos c’era bisogno di una catena di comando e di un capo in grado di guidare le operazioni, muovendo l’intera macchina statale e locale. Così furono affidati i pieni poteri al Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti con competenze su esercito, vigili del fuoco, polizia e volontariato. La stessa unità di comando su scala locale fu poi assicurata ai sindaci.

E iniziò a cambiare tutto. In 5 mesi realizzarono 25.000 alloggi prefabbricati, ma la ricostruzione vera durerà dai 10 ai 15 anni, portando alla luce la straordinaria reazione dei friulani: edilizia sicura, rilancio delle imprese e delle economie locali. La ricostruzione del Friuli fu esemplare, accompagnata anche da una nuova concezione della Protezione Civile che metteva il Paese nelle condizioni di una svolta verso la prevenzione. Ma il ritardo accumulato risultò chiaro quando arrivò la botta in Irpinia. Fu subito tragedia, e poi Irpiniagate dopo quel 23 novembre del 1980 quando, alle 19.34, ora di cena e di struscio domenicale, saltò per aria il Sud. Una vasta zona della Campania e della Basilicata fu colpita al cuore con violenza impressionante. Si conteranno 2.914 morti, circa 10.000 feriti, 280.000 sfollati, 18 Comuni rasi al suolo, 500.000 case distrutte dalla scossa di magnitudo 6.8 della scala Richter. A Zamberletti affidarono di nuovo la macchina dei soccorsi. L’allora presidente del consiglio Arnaldo Forlani lo nominò commissario straordinario con l’obiettivo di ripetere l’Operazione Friuli.

Ma accadde l’esatto contrario. Due giorni, e i soccorsi non arrivavano. Le condizioni di vita erano bestiali. Quarantotto ore dopo arrivò il presidente della Repubblica Sandro Pertini, venne accolto a Laviano dalle proteste e lui ne rimase sconvolto. Quando rientrò a Roma denunciò lo scandalo della lentezza nei soccorsi e della più completa inefficienza dell’apparato statale, accusò il Governo di irresponsabilità e inerzia e tutti di mancata applicazione delle norme antisismiche. E quindi chiamò la Rai e raccontò, in un memorabile e commovente discorso, quel che vide, chiamando «…tutte le italiane e gli italiani a mobilitarsi per andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura.

Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi». La rabbia di Pertini provocò le dimissioni del ministro dell’Interno Virginio Rognoni e quell’appello fece scattare i volontari di tutta Italia. Pochi giorni dopo, scattarono anche le prime manette per i progettisti e i costruttori di alcuni palazzi sbriciolati da edilizia fatiscente nelle zone a più alto rischio sismico. Dal bilancio statale, rivelò poi l’indagine della Corte dei Conti del 2007, risultarono finanziamenti per 32.363.593.779 euro, il valore di anni di manovre finanziarie e non di una ricostruzione da gestire come dio comanda. Molti rivoli di finanziamenti confessabili e inconfessabili trasformarono quella ricostruzione in bieca speculazione, come hanno raccontato le inchieste della magistratura. Quando, un anno e mezzo dopo, Zamberletti, con Decreto Legge 57 del 22 febbraio 1982, diventò capo del nuovissimo Ministero per il coordinamento della Protezione Civile, due geologi del Cnr, Peppino Grandori e Franco Barberi, presentarono al Parlamento una sconvolgente relazione sulla fragilità sismica del patrimonio edilizio e storico-artistico.

Allegarono un progetto per la prevenzione ma fu un’altra illusione. La politica spalancò invece porte e finestre alla saga dell’edilizia più insicura. L’Italia aumentò la sua sicurezza sismica solo dopo altre scosse e solo in alcune aree, dall’Umbria alle Marche alla Lunigiana e all’Emilia Romagna, nel rispetto delle sacre regole antisismiche e facendo diminuire radicalmente i rischi. Ma l’ultima radiografia dell’edilizia italiana fatta dal team Istat-Cresme-Ance vede oggi ancora una casa su due a rischio crollo. Gli edifici privati in Italia sono poco più di 11,2 milioni e di questi, circa 7.5 milioni sono ubicati in zone a pericolosità sismica e oltre il 70%, circa 5.5 milioni, non sono garantiti contro terremoti importanti. Andrebbero consolidati, ristrutturati o rottamati. In questo mosaico di fragilità vivono 21,8 milioni di persone. Nelle stesse condizioni ci sono altri 75.000 edifici pubblici strategici come scuole, ospedali, caserme, municipi, prefetture, auditorium. Questo screening del terrore, deve convincerci a non perdere più altro tempo. Conosciamo perfettamente le dinamiche geologiche, sappiamo tutto della nostra pericolosità sismica metro dopo metro, sappiamo che le conseguenze di un terremoto dipendono dalla capacità di resistenza delle costruzioni e che gli eventi tendono a riprodursi sempre nei medesimi luoghi e, come spiegò Charles Richter il fisico padre della sismologia moderna, “non sono i terremoti che causano il maggior numero di morti, ma le costruzioni degli uomini”.

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