Quando denunciare in Rete può servire

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Una mamma ha il coraggio di denunciare su Facebook che il Comune non fa più mangiare il figlio nella mensa dell’asilo perché morosa

Sono giorni che si fa un gran discutere sulla pessima reputazione che si stanno facendo i social per l’incapacità o la cattiva volontà dimostrata nel contrastare fenomeni di gogna mediatica. Bene. Sono, però, d’accordo sull’analisi fatta da Salvatore Merlo sul Foglio sulla necessità di allargare il dibattito alla genesi della cultura del linciaggio e alla grammatica che la sorregge.

Va detto poi che c’è anche un altro modo di parlare dei social, come abbiamo visto in recenti occasioni: perciò appaiono inconcludenti i toni di chi mira solo a demonizzare il mezzo, prescindendo dal contenuto. Per questo racconto una storia apparsa sulla stampa piemontese e ripresa da qualche testata nazionale.

Una mamma ha il coraggio di denunciare su Facebook che il Comune non fa più mangiare il figlio nella mensa dell’asilo perché morosa. Di storie come questa se ne sono, purtroppo, già sentite. Ma questa volta colpisce il modo con il quale la mamma avverte l’opinione pubblica, scrivendo apertamente che se la passa male e non ha avuto i soldi per pagare la retta. Ammissione pubblica di povertà. E dire che si è poveri non è alla page. Tutto questo accade a Pont Canavese, un comune di collina, tremilacinquecento anime, nell’alto Piemonte.

«Sono in difficoltà economiche e ho anche fatto richiesta di riduzione presentando la certificazione Isee, ma mi è stata negata – scrive la mamma su Facebook – Mio figlio non ha mai usufruito della mensa perché gli è stata negata». Dall’amministrazione sostengono, infatti, di aver più volte avvisato la famiglia e di averle proposto anche altre soluzioni accomodanti pur di venirle incontro. Non c’è stato niente da fare: il bambino non può mangiare alla mensa scolastica. Il sindaco, rieletto recentemente a capo di una “lista civica”, tace e il paese – anche questo si è già rivisto-, si spacca tra chi chiede il rispetto assoluto delle regole e chi invece ritiene che si potessero trovare altre soluzioni.

Gran dibattito nella piazza reale del paese e in quella virtuale dove, guarda caso, sono volate anche parole grosse. Come può un Comune far questo? È l’istituzione che dovrebbe essere più vicina ai cittadini. Come può farlo nei confronti di un bambino di una famiglia che non ce la fa a tirare avanti? Ma che cavalo di “welfare” è mai questo? Ha fatto bene la mamma del bambino a urlare e hanno fatto bene coloro che, questa denuncia, hanno rilanciato in Rete.

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