Purezza ideologica o efficacia. I laburisti scelgono il leader

Mondo
epa04737979 Britain's labour leader, Ed Miliband (C) is greeted by supporters as he arrives to Labour Party headquarters in London, Britain, 08 May 2015. Miliband had earlier said his party had suffered a 'difficult and disappointing night', as the rival Conservatives won a resounding victory that gave it a likely parliamentary majority.  EPA/FACUNDO ARRIZABALAGA

Nelle prossime settimane il Labour Party è chiamato a scegliere l’erede di Ed Miliband

Tra poche settimane il Labour Party britannico, reduce dalla batosta elettorale di maggio, dovrà scegliersi un leader capace non solo di sostituire il dimissionario Ed Miliband ma soprattutto di guidare il partito in una traversata nel deserto che si annuncia lunga e ingombra di ostacoli. Da una parte un governo conservatore che sta intercettando una stagione di crescita economica all’apparenza solida. Dall’altra la perdita del giacimento elettorale della “Scozia rossa”, che è stata per i laburisti quello che Emilia e Toscana sono ancora per la sinistra italiana, e che alle ultime elezioni ha visto trionfare lo Scottish National Party. Ma l’ostacolo principale che dovrà affrontare il nuovo leader della sinistra britannica, di qui alle prossime elezioni del 2020, sarà la vocazione autolesionistica che colpisce periodicamente lo stesso Labour, di solito dopo sconfitte elettorali di impatto profondo come quella di maggio.

Nel corso della sua storia più che secolare, d’altra parte, il Labour è stato molte cose anche radicalmente diverse. Nel secondo dopoguerra seppe esprimere un governo di qualità straordinarie, con Attlee, Bevin, Bevan e molti altri, che tra l’altro ritrovò una missione globale per Londra e costruì un sistema di welfare che sarebbe stato preso a modello dalla gran parte dei paesi europei. Negli anni Sessanta fu il partito che anticipò la stagione dei nuovi diritti civili e della modernizzazione industriale. Ma negli anni Ottanta, proprio mentre la rivoluzione thatcheriana spinta da un consenso popolare larghissimo e spesso di provenienza laburista ristrutturava nel profondo l’economia britannica, il Labour scelse di chiudersi nell’angolo di una vocazione minoritaria che avrebbe condannato la sinistra britannica ad una lunga galleria di catastrofi. Fu una vocazione definita dalla difesa di uno status quo che era già stato messo in discussione dalla crisi produttiva e finanziaria della Gran Bretagna nella seconda metà degli anni Settanta (quando Londra si ridusse a chiedere l’assistenza del Fondo Monetario Internazionale), scandita da parole d’ordine come il disarmo unilaterale, l’antieuropeismo, uno statalismo pervasivo e privo di spazi di compromesso, ricette economiche dominate da alti livelli di tassazione e spesa pubblica e accompagnata da leader (come Michael Foot) che si facevano vanto della propria ritrosia a comunicare in televisione. Il tutto avrebbe prodotto sconfitte elettorali devastanti, come quella del 1983 che fu adeguatamente preparata da un programma politico che sarebbe poi stato definito come «la più lunga lettera di suicidio della storia britannica».

Perché ricordare oggi quegli anni? Perché oggi, nel 2015, il Labour rischia di reagire alla sconfitta elettorale di maggio negli stessi modi in cui rispose inizialmente alla sfida del thatcherismo. Ovvero scegliendo un leader che garantisca purezza ideologica invece di efficacia politica. E dunque un leader che sappia recitare alla perfezione la sacra litania del radicalismo più nobile e più minoritario, invece di saper vestire i valori della sinistra di un abito capace di scalfire il consenso popolare grazie al quale la destra ha saputo vincere. Ad oggi sembra che il candidato leader favorito sia Jeremy Corbin, che corrisponde perfettamente a questo profilo e che fin dalla sua entrata in Parlamento nel lontano 1983 ha percorso tutte le tappe del radicalismo più tradizionalmente minoritario della sinistra britannica. Non è un caso che l’appassionato intervento che Tony Blair ha dedicato mercoledì alla competizione interna al partito laburista, nella sede del think tank Progress, abbia indicato in Corbyn la minaccia più seria alla possibilità che il Labour torni ad essere competitivo. Soprattutto laddove ha sottolineato la differenza «tra il sinistrismo radicale, che è fondamentalmente reazionario, e il radicalismo della socialdemocrazia, che ambisce a garantire che i valori siano messi in atto nella modalità più efficace non per il mondo di ieri ma per quello di oggi e di domani».

Ma il dibattito in corso nella sinistra britannica, com’è inevitabile, parla ancora una volta del dilemma profondo e ricorrente che la sinistra europea ha vissuto per larga parte del Ventesimo secolo. Da una parte la tentazione di limitarsi ad affermare la propria nobile identità, sventolando la bandiera della purezza e della distanza dal potere. Dall’altra parte la chiamata al cambiamento reale, alla traduzione degli ideali di giustizia e progresso in trasformazioni concrete adeguate alle sfide del tempo. La sfida al cambiamento reale fu quella che ispirò le grandi socialdemocrazie nel secondo dopoguerra, quando furono costruiti i sistemi di welfare che accompagnarono i decenni della ricostruzione e dello sviluppo economico. La stessa sfida tornò negli anni Novanta, quando quei sistemi di welfare furono radicalmente riformati dalla sinistra della Terza Via in Gran Bretagna, Italia, Germania e Francia, riuscendo a coniugare coesione sociale e innovazione economica. Si tratta di ripartire da quel metodo, come sta accadendo oggi in Italia e come sarebbe opportuno che accadesse anche per sinistre nazionali scosse da sconfitte traumatiche. Concretamente questo significa uscire dai confini della propria tribù tradizionale, perché nessun fascino della nostalgia riuscirà a conquistare alla sinistra quei milioni di elettori che rischiano di essere sedotti dal nazionalismo di una destra sempre più antieuropea. E dunque tornare a fare della sinistra quella parte che interpreta i sentimenti popolari più profondi trasformandoli in soluzioni concrete, anche quando questi sentimenti richiedono un profondo ripensamento del tradizionale modo di essere e di fare politica.

Vedi anche

Altri articoli