Primarie, un’occasione per far emergere nuovi dirigenti

Pd
Le operazioni di spoglio in un seggio dei quartieri Spagnoli a Napoli per le primarie del candidato del centro sinistra a presidente della regione Campania, 1 marzo 2015. ANSA / CIRO FUSCO

Non possiamo rinunciare a questo strumento, non solo per confrontarci sulle scelte di governo, ma anche per aiutare la costruzione del Pd in periferia, dove ne ha più bisogno

La verità è che probabilmente nemmeno Matteo Renzi credeva che il Partito democratico arrivasse tanto impreparato alla fase di costruzione delle candidature in vista delle prossime amministrative, e il voto di Roma complica decisamente lo scenario. Si voterà infatti a Milano, Torino, Bologna, Roma, Cagliari e Napoli, e la partita è chiaramente nazionale. L’azione di governo tiene ed è evidente, nonostante alcune cose andavano fatte meglio e con maggiore criterio, ma con quello che è accaduto alle ultime regionali, con un Movimento Cinquestelle che comincia a strutturarsi sui territori, con l’avanzata incessante di Salvini, con il ritorno del Cavaliere e la defenestrazione di Marino, i sondaggi ci dicono che il Pd sul livello nazionale tutto sommato tiene. Ma se si scende nei territori il quadro è decisamente diverso, specie nelle tre città più grandi d’Italia che vanno al voto.

La mancata ricandidatura di Pisapia a Milano pone il centrosinistra di fronte la ricerca di una leadership che passi innanzitutto dai risultati positivi ed evidenti svolti dalla giunta arancione. A Napoli invece il partito come da cinque anni a questa parte ha deciso semplicemente di non esistere, avvalendosi come in occasione delle elezioni regionali, della facoltà del continuo rinvio degli appuntamenti decisionali interni, ignorando che invece le elezioni del 2016 proprio non si possono rinviare. Con un De Magistris in crescita, un Luigi Di Maio tentato dalla discesa in campo, un Gianni Lettieri certo di arrivare al ballottaggio, l’ultimo sondaggio darebbe il Pd al 14%, la percentuale più bassa del paese nelle città metropolitane. Roma infine è la polveriera di cui tutti abbiamo letto.

In questo scenario complicato, è evidente che se si fosse fatto un investimento su un gruppo dirigente territoriale diffuso, non ci ritroveremmo in questa situazione, come è ancora più evidente che una sconfitta elettorale potrebbe automaticamente far terminare l’attuale esperienza di governo nazionale.

È stato dunque un errore concentrarsi solo ed esclusivamente sull’azione di governo, dimenticando di investire in maniera seria ed efficace su corpo intermedio che sapesse spiegare sui territori l’importanza delle riforme così come la necessità di alcune scelte difficili. Ma si può e si deve rimediare, e le primarie per la scelta dei candidati a sindaco potrebbero essere il metodo attraverso cui il Pd ritorni dai cittadini non solo per confrontarsi sulle scelte di governo chiedendone un giudizio, ma anche per far conoscere ed emergere un nuovo gruppo dirigente che non sia frutto della cooptazione dei caminetti ma nato e fondato su battaglie politiche precise.

La storia quindi si ripete ancora una volta: o il segretario nazionale decide di metterci la faccia scegliendo figure di alto profilo candidandoli dall’alto commissariando di fatto le federazioni locali, oppure si affida alla costruzione di leadership locali legittimate dalle primarie. È evidente che io scelga la seconda. Non solo perché le primarie sono il Dna del Pd, non solo perché le regole devono valere per tutti, ma soprattutto perché Matteo Renzi non può aver paura dello strumento grazie al quale ha scalato prima Firenze, poi il Pd e quindi l’Italia. Matteo Renzi non può e non deve avere paura delle primarie.

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