Primarie Roma, perché voterò Morassut

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Camminare per incontrare la città e studiare per elaborare il giusto progetto per la città: sono i due punti forti della sua campagna

Dobbiamo confessarcelo noi romani, ci accomuna una certa pigrizia intellettuale, il luogo comune della Roma moderna e mai contemporanea che si oppone alla polis ateniese (Milano) dove il potere risponde di sé in luoghi visibili, ordinati e perfettamente democratici. Lo schema è chiaramente farlocco, ma nasconde una verità: l’assoluzione indistinta di classi dirigenti narcisiste, talvolta predatorie (Alemanno), ma in ogni caso sempre meno disposte a promuovere esperienze politiche originali (giunta Marino).

Da qui, o meglio dalla speranza di poter invertire la tendenza, prende le mosse la mia scelta di sostenere Roberto Morassut alle primarie del 6 Marzo. Le ragioni sono essenzialmente due.

La prima è nel senso della campagna, quello del camminare, un’attitudine che a mio avviso qualifica la candidatura e la distingue radicalmente dalle altre. Camminare è un verbo bello, intransitivo e relazionale, evoca un’apertura ma soprattutto la ricerca di una conversazione interrotta (o mai avviata). E credo che sia qui il punto decisivo, chiedere alla città ‘chi sei?’, camminarle incontro, porre le domande giuste e includere nel dibattito le questioni del suo ruolo e della sua identità.

Nella pratica politica, parliamo di uno Statuto e di una missione per Roma (visione, do you remember?), temi finora evasi da tutti gli altri candidati al governo. Potrà sembrare un esercizio di stile, eppure traccia il discrimine tra una forza politica progressista, una sinistra cittadina responsabile, e un populismo alla maniera dei Cinquestelle: con molta franchezza, chi si limita ad ascoltare senza il coraggio di mettersi in gioco con idee e senso della propria parzialità, sta semplicemente mascherando un monologo. Incontra la città per specchiarvisi, senza risconoscere i conflitti che la attraversano e quindi senza prendere posizione. Una velleità o un inganno, a seconda degli interpreti.
Studiare per innovare, studiare per governare.

La seconda ragione è nella prospettiva. Perché Roma progredisca servono da una parte i soggetti, una collaborazione permanente ma non organica, tra comunità di ricerca e comunità di partecipazione politica, dall’altra la fatica di uno studio, un progetto coltivato nel tempo e nella costruzione di una rete collaborativa. Una rete di politici studiosi e di studiosi politici, che coltivino il dettaglio concreto come il sogno d’insieme, è requisito strategico per il governo di Roma. E qualità incontestabile all’esperienza portata avanti da Morassut negli ultimi anni, penso a Malaroma e a Roma Capitale 2.0.

Se qualcosa abbiamo imparato dall’esperienza Marino infatti, è che senza un tessuto collettivo rodato e tenuto insieme da un progetto culturale complesso, è impossibile resistere alle aggressioni di quella città della rendita così violenta e insieme così arida di futuro.

Ho ragione di credere che Morassut e chi lavora con lui abbiano le carte in regola per ricostruire quel tessuto, dotare la città di quella comunità studiosa capace di raccogliere la sfide ereditate dalla crisi, prima fra tutte quella dell’integrazione e della cittadinanza politica dei nuovi italiani.

 

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