Primarie, pro e contro

Pd
Le operazioni di spoglio in un seggio dei quartieri Spagnoli a Napoli per le primarie del candidato del centro sinistra a presidente della regione Campania, 1 marzo 2015. ANSA / CIRO FUSCO

Due opinioni a confronto sul controverso strumento che ha contraddistinto la storia del Pd

Senza gazebo il Pd non sarebbe il Pd di Mario Lavia

Con tutti i problemi, le primarie restano lo strumento migliore per rendere vivo il rapporto fra il Pd e la società italiana. E per dare alla società un mezzo per dire la sua. In quasi vent’anni ne sono state fatte migliaia, dalla Capitale all’ultimo paesino di montagna. In tutto non so quanti milioni di persone sono state coinvolte. La stragrande parte (ma proprio la stragrande) si sono svolte senza problemi, in moltissimi casi sono state delle vere feste di popolo, il più delle volte hanno fornito un’indispensabile benzina per la vittoria alle “secondarie”, cioè alle elezioni vere.

In anni in cui la politica regala ben poche vibrazioni positive, i momenti più felici della vicenda del centrosinistra sono stati senza dubbio le primarie del ‘96 (Prodi), del 2007 (Veltroni), del 2012 (Bersani contro Renzi), del 2013 (Renzi contro Cuperlo). Senza quegli appuntamenti l’Ulivo non sarebbe stato l’Ulivo, il Pd non sarebbe il Pd. Il modello ha avuto talmente tanto successo che lo si è adottato anche troppo: per esempio, ma chi si può seriamente appassionare alla elezione del segretario regionale del Pd? Ma questo decidetelo voi! (E infatti mi pare che per questa carica periferica di partito non si facciano più).

Detto questo, veniamo ai problemi e alle controindicazioni (che non mancano mai se non altro perché la perfezione non è di questo mondo, tantomeno in politica). C’è l’annosa questione dell’inquinamento, degli “estranei” che si presentano ai gazebo eccetera. Bah, non è un problema insuperabile: quando ai gazebo vanno a votare in tantissimi, pochi “estranei” non spostano niente. Se poi ci sono infiltrazioni malavitose allora è un problema di polizia: ma non è che si può smettere di fare politica perché ci sono le mafie. Sennò hanno vinto loro. Bisogna rafforzare gli strumenti di controllo sulla legittimità del voto? Bene, rafforzateli. Ma è inutile girarci attorno, la questione è Roma.

Siccome le ultime primarie hanno dato un esito, diciamo col senno di poi, non felicissimo, allora si pensa di scongiurare il bis evitando le primarie. Però così si cade nel paradosso di Bertolt Brecht: il popolo ha dato torto al comitato centrale, cambiamo il popolo. Anzi, aboliamolo. A parte il fatto che è successo milioni di volte che le segreterie di partito, quando le scelte erano di loro esclusiva competenza, abbiano scelto un candidato sbagliato, in linea di principio nulla può impedire che la scelta popolare si riveli perdente: o perché il prescelto perde alle elezioni vere o perché dopo aver vinto si rivela inadatto. E allora, un po’ alla Catalano, è evidente che il tema non è primarie sì-primarie no ma un altro: il partito.

Il problema vero cioè è avere un partito “abituato” a fare corpo con la società, a capirne i bisogni e le esigenze, ad ascoltarne le ragioni, a elaborare una sua idea, anzi, più idee. A non avere dunque “paura” del popolo, perché è esso stesso popolo. Con questa ricchezza e questa dignità di “sentirsi partito”, il Pd, soprattutto, si mette a servizio della società, organizzandole una competizione democratica nella quale anche una persona “senza partito” possa scendere in campo. Nella quale gente comune, soggetti non direttamente politici, possano contare. È qualcosa che aiuta la democrazia. Il tutto senza guerra per bande e nel rispetto della decisione finale. C’è già un partito in grado di fare questo? Non del tutto. Non ovunque. Ma allora il problema è il partito, non il popolo. Curate il primo, non prendetevela col secondo.

 

 

Altro che elettori, a decidere sono le truppe cammellate di Fabrizio Rondolino

La prima mossa da compiere, se si vuol parlare seriamente di primarie, è non citare mai gli Stati Uniti: non soltanto perché laggiù ci sono regole stabilite per legge, ma anche e soprattutto perché la democrazia americana è incardinata sul collegio uninominale e il rapporto diretto, personale e responsabile fra elettori ed eletti (anche in America, ad ogni modo, le primarie sono in crisi: alle ultime presidenziali partecipò appena il 15,9%, a quelle locali non si va oltre il 5%, così che il condizionamento di lobbies e gruppi di interesse si fa sempre più stringente).

In Italia le primarie, dopo le prove locali in Calabria (novembre 2004) e Puglia (gennaio 2005) debuttano sulla scena nazionale il 16 ottobre 2005 per sancire l’incoronazione di Romano Prodi alla guida dell’Unione. Incerti sul da farsi, diffidenti e divisi fra loro, i leader dell’allora centro-sinistra (con molti trattini) ripiegarono sull’usato sicuro e, per dare a Prodi una legittimazione che lo facesse sembrare libero dai partiti, organizzarono le primarie. Si candidarono Bertinotti, Mastella, Di Pietro, Pecoraro Scanio – ciascuno per misurare il proprio peso nella spartizione delle candidature –, ma tutti sapevano chi avrebbe vinto: Prodi, appunto, con il 74,17% dei voti. Da allora, sul piano nazionale, è sempre stato così: anche le ultime primarie (quelle che hanno sancito la vittoria di Renzi) avevano un solo vincitore annunciato: questa volta non perché gli oligarchi lo avessero scelto, ma perché avevano abbandonato il campo dopo la Caporetto delle elezioni del 2013. A quelle dell’anno prima, vinte da Bersani, un comma impedì a mezzo milione di elettori di partecipare al secondo turno. A livello locale le cose sono un po’ diverse: le prime pugliesi, per esempio, portarono alla vittoria inaspettata di Nichi Vendola (contro il candidato “ufficiale” Francesco Boccia). E quelle fiorentine del 2009 segnano a tutti gli effetti l’inizio della rottamazione renziana. Ma più spesso, negli ultimi anni, la storia è andata in un altro modo: contestazioni, polemiche, sospetti (o certezze?) di brogli.

Il primo caso clamoroso è a Napoli, nel gennaio del 2001, dove le primarie, dopo molti rinvii, spaccano il Pd e vedono il debutto dei “cinesi democratici” in fila ai seggi: il risultato sarà de Magistris sindaco. Quest’anno non è andata molto meglio: il Pd ha perso la Liguria e Venezia perché ha sbagliato alla grande il candidato, mentre in Campania e in Puglia le primarie hanno sancito la restaurazione dei potentati locali dopo l’ondata rottamatrice del primo renzismo.

La verità è che senza norme di legge e senza controllo amministrativo, le primarie finiscono con lo smentire il principio su cui dovrebbero fondarsi: il potere di scelta degli elettori. Al contrario, sono gli apparati e i gruppi di potere locali a contendersi, non sempre con metodi trasparenti, il consenso di gruppi sempre più ristretti di cittadini: militanti, clientes, familiari, e persino qualche inconsapevole passante.

Per Roma, poi, di primarie oggi non si dovrebbe nemmeno parlare. Non è soltanto la capitale d’Italia: è la città al mondo di gran lunga più ricca di storia e di arte, ed è il centro della cristianità. L’idea che il più grande partito d’Europa affidi la scelta del proprio candidato sindaco alle truppe cammellate di un ceto politico locale dilaniato da una perenne guerra per bande è semplicemente irricevibile. Si potrebbe semmai tornare alle origini, alle primarie “all’italiana”, cioè alla legittimazione popolare del candidato scelto dal partito. Ma prima, naturalmente, il candidato bisogna trovarlo.

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