Primarie: mille e …non più mille

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Forse una franca discussione su forma partito, partecipazione politica, primarie, si può fare

Sì, le primarie (organizzate dal centrosinistra e dal PD) in Italia a livello locale e nazionale, fra leadership di partito (nazionale e regionale), premiership, candidature al Parlamento, nonché candidature alla Presidenza di regioni e province, e alla guida di Comuni, sono giunte quasi a quota mille. Erano già 970 alla fine dello scorso aprile. E come per una terribile nemesi storica, di origine medievale – perciò premoderna- e pregiudizialmente millenaristica, larga parte del gruppo dirigente del PD sta scivolando verso un’idea del tipo “mille e non più mille.

Certo, nel PD ormai una discussione seria e approfondita sulla forma partito e sulle modalità di partecipazione politica del nuovo secolo è quanto mai urgente e imprescindibile. Ed è all’interno di questa discussione che deve trovare spazio anche la riflessione sulle primarie, per cui è giusto aprire un confronto di idee senza reticenze e aperto alle diverse possibilità. Un confronto fra argomenti che siano dotati di fondamento, quando possibile accompagnati da dati empirici (che la ricerca italiana sui partiti degli ultimi anni ha prodotto in modo ampio e circostanziato), in modo tale da produrre scelte coerenti e consapevoli.

In questa discussione, un primo imprescindibile dato, di fatto e di valore, riguarda il senso costitutivo che le primarie si sono conquistate sul campo fra iscritti ed elettori democratici. Con ciò, risulta difficile discutere di primarie all’interno del Pd come si trattasse di uno strumento qualsiasi. Il Pd nasce come partito delle primarie, a livello politico e statutario, e questo è un aspetto che risulta ben chiaro ai suoi supporter. Un’indagine condotta all’indomani delle primarie Italia Bene Comune fra gli iscritti del Pd ha permesso di rilevare come per il 72,7% dei tesserati le primarie abbiamo migliorato il rapporto (e il giudizio) sul proprio partito, e come ben il 86,3% degli iscritti il proprio peso all’interno del partito non sia affatto diminuito. Allargando lo sguardo in direzione dei non iscritti, le percentuali restano sostanzialmente uguali, se non addirittura aumentano: il 73,6% di essi considera migliorato il proprio rapporto (e giudizio) nei confronti del Pd, mentre l’80,8% ritiene che le primarie non abbiano affatto ridotto il potere degli iscritti all’interno del partito. Se, quindi, si discute del futuro delle primarie nel Pd, non lo si può fare a cuor leggero, sapendo che iscritti ed elettori le considerano ormai un aspetto imprescindibile della propria identificazione e del proprio orientamento politico verso quel partito. Una cosa che molti dirigenti democratici, ancora oggi, faticano a comprendere.

Ci sono poi le obiezioni che, nel merito, tendono verso un ridimensionamento delle primarie e del loro uso. E queste, in una discussione su forma partito e partecipazione politica scevra da pregiudizi, vanno considerate – e quindi difese o contrastate – in maniera puntuale. Confrontiamoci quindi con alcuni di questi argomenti, non tutti, ma quanto meno i principali.

Volendo sintetizzare, si possono individuare almeno due classi principali di questi argomenti: la prima concerne gli effetti delle primarie sulla forma partito; la seconda riguarda gli effetti delle primarie sulla selezione delle candidature. Ovviamente, stiamo parlando di una distinzione puramente analitica, anche se utile a comprendere la natura del problema, perché in realtà gli argomenti della prima classe spesso si intrecciano con quelli della seconda.

A proposito degli effetti delle primarie sulla forma partito, si dice: le primarie drogano la partecipazione, la riducono a una semplice espressione di voto, fanno contare solo il candidato, diventano l’unica attività o l’attività prevalente del Pd. Certamente non si può negare che le primarie esercitino una sorta di attrazione fatale sulle dinamiche organizzative e politiche che scandiscono la vita quotidiana del Pd. Però le primarie, al pari di ogni altro meccanismo di selezione delle candidature, funzionano inevitabilmente secondo una logica garbage in, garbage out: se entra spazzatura, quella esce. Ma compito di un partito come il Pd, che si costruisce intorno a un complesso equilibrio fra iscritti ed elettori, è proprio quello di filtrare adeguatamente le candidature, operando in modo tale che all’ingresso del processo vi siano uomini e donne in grado, per capacità politiche e amministrative, di fornire un contributo adeguato al governo e al funzionamento delle istituzioni. E qui, si parva licet, non possiamo attribuire alle primarie i limiti dei partiti come strumento per la formazione delle élite politiche. Se la politica vuole riconquistarsi un ruolo in una società in cui il suo peso è stato irreversibilmente ridimensionato, non può pensare di farlo ex cathedra, cioè nel chiuso delle sue stanze. Deve avere il coraggio di affrontare la sfida in mare aperto, aggiornando la propria forma organizzativa in modo da promuovere quadri della rappresentanza e di governo in grado di competere al meglio nel momento elettorale, nelle primarie così come nelle successive elezioni. La scelta di un “Papa straniero” invece del ricorso a una selezione aperta sposta soltanto il problema, cercando di surrogare la crisi di legittimazione dei partiti con l’individuazione – da parte di partiti deboli – di presunte candidature forti. Candidature che inevitabilmente saranno un prodotto della società civile e che, di conseguenza, nessun reale contributo potranno dare alla riconquista di credibilità da parte dei partiti. Purtroppo si tratta di un circolo vizioso. I partiti devono tornare a fare i partiti, ma possono e devono farlo tornando nella società con il proprio personale politico, non prendendo a prestito dalla società personaggi in vista a cui attribuire una funzione politica delegata. Se i partiti torneranno a funzionare, come luogo privilegiato nella costruzione della rappresentanza e nella formazione di personale di governo, allora le primarie non saranno più un’attrazione fatale, ma semplicemente una cornice istituzionale appropriata per la selezione di un personale politico capace di rappresentare e governare.

A proposito degli effetti sulle candidature, si dice: le primarie non sono ben regolate, vuoi perché portano alla scelta di candidati poco competitivi (in quanto scelti da un elettorato “partigiano”), vuoi perché – nelle peggiori situazioni salite agli onori della cronaca giudiziaria – sono inquinate da un voto clientelare e di scambio. Qui il discorso si fa un po’ più complesso, perché si intreccia con alcune potenziali contraddizioni da risolvere. In generale, tutti gli studi sulle primarie, soprattutto laddove questo strumento si è più consolidato (Stati Uniti, anzitutto), dimostrano come la scelta di candidati competitivi dipenda dall’ampiezza del cosiddetto “selettorato” (gli elettori che sono ammessi a partecipare alla consultazione). In tal senso, più ampio è il selettorato, rispetto ai semplici iscritti o attivisti di un partito, e più è probabile che il candidato prescelto sarà sufficientemente attraente per l’elettorato considerato nel suo complesso. Una “regola aurea” che si scontra con l’introduzione di una certificazione duratura dello status di elettore di un partito, come sarebbe nel caso di un Albo degli elettori in grado di dare al voto alle primarie la stabilità di una partecipazione costante. Si tratta, dunque, di un classico trade-off: se voglio stabilizzare la cerchia dei partecipanti (il “selettorato”) devo correre il rischio che il candidato vincente abbia un profilo marcatamente di parte, se voglio un candidato very appealing per l’elettorato complessivamente inteso non posso stabilizzare la cerchia dei partecipanti. Tertium non datur. La soluzione migliore in assoluto, in tal senso, resta quella delle primarie aperte, così come positivamente sperimentato in molti stati federali degli USA. Anche se una soluzione di compromesso è pur sempre possibile: quella di costituire un Albo degli elettori per ogni primaria, il minimo tempo indispensabile prima della consultazione (qualche mese, o qualche settimana, prima), per poi disfarsene subito dopo il voto. Resta invece aperto il problema del voto inquinato. Anche se, a onor del vero, occorre dire che la politica, in ogni epoca storica, ha sempre avuto i suoi clientes, anche quando la selezione dei candidati avveniva prescindendo da forme di consultazione diretta di elettori e iscritti. Ma qui la discussione torna inesorabilmente sul terreno della forma partito: perché corruzione e clientele costituiscono inesorabilmente il “lato oscuro” della politica, cioè a dire un danno che soltanto un partito capace di rappresentare una buona fucina di rappresentanza e di governo è in grado di ridurre ai minimi termini.

Forse una franca discussione su forma partito, partecipazione politica, primarie, si può fare. Senza accreditare quello strano paradosso, del tutto incomprensibile a iscritti ed elettori del Pd, per cui le primarie, da elemento costitutivo del partito, debbano per forza considerarsi l’origine di tutti i mali.

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