Sveglia, prima che sia troppo tardi

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Republican presidential candidate Donald Trump prepares to leave after casting his ballot in New York, Tuesday, Nov. 8, 2016. (ANSA/AP Photo/Richard Drew) [CopyrightNotice: AP]

Insisto da tempo sulla dimensione (per me sconvolgente) della crisi della democrazia in Occidente

Il titolo dell’ultimo editoriale, quello di domenica scorsa, era Il mondo sospeso. Scrivevo, al termine della più brutta campagna elettorale della storia americana, che non mi fidavo dei sondaggi, che l’America non è quella delle aree metropolitane, che il mondo era a un passo dalla svolta che avevamo paventato, su queste colonne, da luglio dell’anno scorso.

Non sono un indovino, non faccio il bastian contrario di giornali, di pagatissimi uomini dei polls, dei bookmakers. No, semplicemente osservo, come la mia posizione di oggi, lontana, per scelta, dalla ruvidità del centro del ciclone, mi consente di fare. E, chi legge queste colonne lo sa, insisto da tempo sulla dimensione, per me sconvolgente, della crisi della democrazia in Occidente. Lo dissi al Lingotto, quando tutto sembrava correre veloce verso il sole. Non sono pessimista, a chi vuole cambiare il mondo non è consentito. Uso la ragione, come mi è stato insegnato tempo fa.

Proviamo a mettere in ordine le cose che sono cambiate, nel breve tempo della storia che abbiamo vissuto. La storia non si calcola a giorni o a mesi, come facciamo con le nostre vite. La storia è fatta di fasi, quelle con cui, chi la guarda all’indietro, ordina e fornisce coerenza alle cose accadute. La giusta datazione dell’inizio del tempo storico che viviamo, di questo grande rivolgimento, è il 1989. Quando cadde, sotto la spinta di un processo di liberazione dato dalla crescita economica, il Muro di Berlino e, con esso, l’equilibrio politico, strategico, militare che aveva retto il mondo per quarant’anni. La storia è finita, la democrazia ha trionfato annunciarono molti analisti. Sembrava che la forza della libertà e l’irrinunciabilità dei diritti individuali e collettivi fossero inarrestabili.

Il mondo, che aveva visto cadere i regimi fascisti del sud dell’Europa e del Sud America, ora registrava l’arrivo di milioni di esseri umani a bordo della nave inaffondabile della democrazia. Ci fu un ciclo di espansione economica e di speranza diffusa di equità sociale che espresse i governi riformisti in Usa, Italia, Francia, Germania, Inghilterra.

La sinistra cresce in tempi di speranza economica e sociale, la destra in quelli di paura diffusa. D’altra parte, non dimentichiamolo mai, una si chiama progressista e l’altra conservatrice. Così è stato, in quel tempo. Poi è arrivato quel giorno di settembre del 2001 e tutto è cambiato. Il più grande attacco straniero sul suolo americano da Pearl Harbor non poteva non mutare i paradigmi di un mondo in cerca di un equilibrio. Siamo precipitati, inseguendo inesistenti “armi di distruzione di massa”, in un conflitto che non ha sconfitto il terrorismo ma ha finito col produrre effetti non calcolati. I muscoli americani hanno prevalso sul cervello americano e quell’area ha cominciato a destabilizzarsi senza che fosse prevista una strategia analoga a quella che orientò il secondo dopoguerra del novecento.

Nel 2008 la crisi devastante dell’economia mondiale ha aperto un ciclo recessivo in tutto l’Occidente, un ciclo che, salvo gli Usa, non sembra destinato a finire, dopo quasi dieci anni. Si sono perduti posti di lavoro, patrimoni, certezze. Le saracinesche sono scese come una mannaia su imprese e negozi, per milioni di persone il lavoro è diventato l’incubo di perderlo. Dieci anni così. Tutto è diventato precario, nella vita delle persone. In primo luogo il rapporto con il lavoro. Il proprio, che si vive come provvisorio e quello dei figli che si vedono destinati ad una retrocessione di ruolo sociale rispetto all’inarrestabile ascensione che ha caratterizzato la vita delle famiglie occidentali dal dopoguerra ad oggi.

Nelle frettolose analisi delle elezioni americane è passata solo una parte della verità: la conquista di consenso repubblicano nelle roccaforti operaie squassate da chiusure di aziende prodotte dalla concorrenza internazionale. Tutto vero, come vera è l’immagine di un pensiero democratico lontano da questo dolore sociale. Ma la realtà, come sempre è più complessa. Si guardino le analisi differenziate. Trump ha avuto il massimo del consenso nelle fasce di età dai 45 in su e la Clinton ha invece prevalso tra i più giovani. Ma la candidata democratica ha ottenuto il massimo dei voti nei ceti più poveri della popolazione mentre ha perso brutalmente nelle fasce di reddito medio.

È la grande crisi di quella enorme zona mobile della piramide sociale che determina oggi la fase che viviamo. Il dolore degli ultimi e la paura degli intermedi. È a loro, vittime principali della crisi, che la sinistra moderna dovrebbe guardare. E poi il fattore più sottovalutato: la portata antropologica e sociale della rivoluzione tecnologica. Schematizzo e mi scuso: le tecnologie hanno ridotto il lavoro senza produrre ricchezza redistribuita e hanno alterato, il tempo ci dirà se in bene o in male, tutte le nostre relazioni più importanti, quelle del sapere e del comunicare, quelle dell’amare e del socializzare. L’uomo moderno è solo, sempre di più, ed è immerso in un sistema vorticoso di contatti e di conoscenze che sono frammentate, rapsodiche, voraci, semplificate. Ha completamente modificato il suo rapporto con il tempo e agisce in un universo cognitivo scritto sulle sabbie molli: un delirio di false notizie, di allarmi separati dalla ragione, di costante riduzione della complessità. Sono in crisi tutti gli agenti unificanti, a partire da quelli della comunicazione. Si può dire che sia il tempo in cui è tramontato il concetto del Novecento di opinione pubblica. Ed è venuto il momento di dirsi chiaramente che la cecità politica ha determinato una grave conseguenza: sono spariti o ridimensionati tutti gli agenti unificanti della società: partiti, sindacati. L’idea di coltivare la disintermediazione ha reso la relazione della democrazia un gioco a due tra un vertice lontano e una platea infinita e indistinta che fatica a razionalizzare e può essere preda di ogni pulsione emotiva.

E oggi è la paura il cemento favorito per attivare processi di unificazione elettorale. Paura che si vende facilmente, al mercato della comunicazione esplosa. Paura che porta al paradosso, nel tempo globalizzato, di una società chiusa, di un riflesso identitario come reazione al mistero dell’altro. Da qui si generano le pulsioni protezionistiche ben presenti nei programmi del populismo mondiale. E l’Europa, ferita a morte dalla Brexit e dalla sua incapacità di corrispondere ad un bisogno di crescita ed equità, rischia di essere la vittima eccellente di questa nuova fase. E così nasce la voglia del vaff, del calcio al tavolino, della rabbia nichilista. Quella che sta attraversando, come un’onda grigia, tutto l’Occidente.

Non ci stancheremo di ripetere che la democrazia è stata, lo ha ricordato recentemente Michele Ainis, una piccola parentesi nella storia della vicenda umana. Il dominio, per secoli, lo hanno avuto varie forme autoritarie. E la storia ci insegna che il bisogno di semplificazione autoritaria nasce proprio dalla combustione di diversi elementi: la recessione e l’iniqua distribuzione della ricchezza, la crisi della capacità di decidere della democrazia, la difficoltà di partiti e soggetti collettivi. Il cittadino restato solo, spaventato dalla paura di precipitare socialmente, diffidente verso gli altri, finisce con l’invocare un uomo forte, che lo liberi dalla paura, dia ascolto e risposta alle sue ansie, metta ordine nel caos. Per farlo sceglie non importa chi. Purché arrivi da un presunto nulla, come un cavaliere ricco e spietato. A lui non si chiederà nessuna delle virtù che si pretendono da un politico: Trump, riporta La Stampa, ha detto: «Potrei andare sulla Fifth Avenue, mettermi a sparare e non perderei un voto».

E ha ragione. Non so quanto durerà, perché la divisione establishment-anti establishment che oggi rende “immune” chi sostiene la seconda causa ha, dentro di sé, il trabocchetto autodistruttivo che trasforma in breve tempo in uomo del potere chi assume il potere in nome del populismo. E, a conferma, il nemico della grande finanza, il candidato che bollava Hillary Clinton come l’espressione delle banche ha annunciato, tra le prime misure, la cancellazione di alcune norme della legge Dodd-Frank voluta da Obama che introduceva limiti alle speculazioni finanziarie.

Il mondo sta virando e non sappiamo dove andrà. Il vento è di burrasca. La cosa peggiore è non capire da dove viene. Nell’asilo Mariuccia, che è diventato il discorso pubblico del nostro paese, tutto questo non esiste. Ci si chiede semmai come lucrare a breve qualche voto dalla vittoria di Trump, roba assurda. E, siccome in Italia è sempre l’8 settembre, ora spuntano come funghi i sostenitori della prima ora del nuovo presidente americano.

L’ufficio della Casa Bianca è il più difficile del mondo. Ora lo abita un uomo che non ha alcuna esperienza politica o militare, che ha sinceramente affermato di non conoscere il mondo. Dobbiamo sperare che il suo mandato assomigli al discorso della prima notte piuttosto che a quelli con i quali ha preso i voti. Altrimenti il vento diventerà burrasca. Verrebbe da dire, specie a sinistra, di stare molto attenti.

Di fronte a questa fase inedita la sinistra può compiere i suoi due errori tradizionali. Mettersi a rincorrere il populismo o l’antieuropeismo o non capire la necessità di un discorso di redistribuzione che assuma il tema della caduta di ruolo sociale come centrale per la sua azione.

Ma il paradosso contrario sarebbe anche grottesco. Sarebbe ridicolo se la sinistra, in questo mondo sconvolto da un muramento gigantesco che investe tutta la sfera della vita degli umani pensasse, come fa tradizionalmente quando è smarrita dal nuovo, che la soluzione è tornare al Novecento, a quelle ricette, a quelle opzioni. Che il tempo inedito si affronti con lo sguardo al passato. O la si smette di litigare, si torna a cercare di capire la società, di interpretare il dolore e le ansie del popolo, si rafforza il riformismo sociale e la capacità di innovare o tutto finirà male. Davvero male. La sinistra debole e divisa, vecchia o elitaria è un fattore di questa crisi. Fu così, in altri momenti tragici della storia. Sveglia, prima che sia troppo tardi.

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