Prendi i soldi e scappa: il nuovo nazionalismo che trionfa nell’Est

Europa
epa04979777 Law and Order (PiS) party candidate for Prime Minister, Beata Szydlo, holds an apple during a visit to the Andrzej Nowakowski's nursery garden as part of her parliamentary elections campaign in Zdzary village, central Poland, 16 October 2015. General Parliamentary elections in Poland will be held on Sunday 25 October. In recents polls, conservative opposition party Law and Justice (PiS) leads in voter support.  EPA/TOMASZ GZELL POLAND OUT

La vittoria dell’ultradestra in Polonia rappresenta l’ennesimo mattone del muro che separa i principali contribuenti dell’Ue (Germania, Gran Bretagna, ma anche l’Italia) da chi riceve molto più di quanto dà. E che oggi chiede autonomia

Nell’indifferenza generale, ogni giorno si aggiungono nuovi mattoni al muro che si sta erigendo nella Nuova Europa. Una costruzione che sarà molto difficile abbattere senza un’immediata presa di coscienza a tutti i livelli e non solo a Bruxelles. Mentre donne e bambini continuano a morire nei nostri mari, sta infatti passando il principio che nell’Ue è giusto starci solo per succhiare dalle mammelle dei fondi comunitari per poi scegliere una strada autonomista. Quella più comoda e vicina agli umori del momento della gente.

L’esito delle elezioni politiche in Polonia, dopo quelli in Catalogna e in Svizzera, sono un’ennesima conferma di quanto il Vecchio Continente sia ormai preda di nuovi nazionalismi, dimentico dei retaggi della storia e di ben due guerre mondiali. Eppure basterebbe fare qualche calcolo e consegnarlo ai futuri governanti a Varsavia, appena usciti trionfatori con la formazione di destra dei nazionalconservatori del PiS, partito di Jaroslaw Kacszynki e della futura premier Beata Szydlo, per capire che questa Unione non può essere una confederazione dove si prendono i soldi dei piani quinquennali di sviluppo, si cresce e poi si scappa.

Facendo i conti in tasca a Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e via elencando tutti i partner che a vario titolo si rifiutano o minacciano in futuro di non accogliere i migranti come stabilito dai vertici europei (compreso l’ultimo che appena annunciato 100mila nuovi posti per l’accoglienza a patto che tutti siano registrati), si scopre che hanno ricevuto molto di più di quanto hanno dato alla causa europea. Senza i fondi stellati, infatti, non crescerebbero più degli Stati che fanno parte dell’Eurozona perché resterebbero aggrappati alle inconsistenti valute nazionali e alle loro fragili economie.

Basta andarsi a rivedere la ripartizione delle risorse strutturali per il periodo 2014-2020 per capire chi ci guadagna di più dalla comunità stellata. L’Ue ha messo a disposizione per questo lasso di tempo 325 miliardi di euro, da ripartire tra i 28 Paesi Ue. Per l’Italia questo ha significato una dote che è passata da 27 a 31,8 miliardi. Anche se la nuova allocazione di fondi scende rispetto al precedente bilancio pluriennale (2007-2013) che si era attestata a 347 miliardi di euro, in generale cresce la percentuale di denaro spettante all’Europa centro-orientale (177,57 a 180,93 miliardi, +2,6%) rispetto a quella dell’Europa Occidentale (169 miliardi a 140 attuali, -16%).

In dettaglio ci guadagneranno proprio la Polonia di Kaczinsky e Szydlo (da 67 a 72 miliardi, +7,2%, più del doppio di Roma) la Slovacchia (da 11 a 13, +11,6%, maglia rosa per il maggior incremento nell’area), la Romania (da 19,67 a 21,83, +11%), la Bulgaria (da 6,8 a 7,15, +4,4%), la Croazia ultima arrivata (8 miliardi di euro netti in più). Perdono fondi europei, invece, la Repubblica Ceca (da 26,93 a 20,58, -23%), l’Ungheria (da 25,31 a 20,50, -19%), la Slovenia (da 4,21 a 2,89, -31,3%).

Queste cifre non sono solo un calcolo materiale, ma la dimostrazione plastica che nei paesi dell’Europa centro-orientale i trasferimenti strutturali comunitari sono diventati sempre più rilevanti, pesando ormai tra il 2 e il 3% del Pil e superando spesso gli investimenti diretti esteri. All’interno di questa area, resa incandescente dalla marea umana di immigrati che attraversa la rotta balcanica, Polonia, Romania, Slovacchia e Bulgaria hanno aumentato i finanziamenti a loro disposizione, mentre sono calati i flussi per Ungheria e Repubblica Ceca. Ma nel complesso non ci sono dubbi: l’allargamento, ad oggi, è stato un affare per Budapest, Varsavia, Praga, anche perché hanno permesso di creare all’interno dell’Unione stessa una vasta area a bassa tassazione del lavoro per tutte le imprese occidentali (ne sanno qualcosa le aziende tedesche e anche quelle italiane).

Oltre alle imprese e ai governi, ne ha goduto anche il reddito pro capite finanziato con la moneta bruxellese. Prendendo un diverso lasso di tempo (2007-2013), ci sono molti percettori netti che oggi erigono muri o nutrono desideri di autonomia dagli obblighi che impone loro l’Unione europea: si tratta della Romania (12,1 miliardi di surplus tra dare e avere), della Repubblica Ceca (12,5 miliardi), della Slovacchia (6 miliardi), della Polonia (ben 57,8 miliardi di surplus) e dell’Ungheria (20 miliardi di euro).

Tra i partner europei, l’Italia, che di spinte indipendentiste ha conosciuto solo quella della Lega, è al quarto posto nella classifica del dare-avere negativo, con uno sbilancio di 37,8 miliardi. Sul gradino più alto dei creditori verso l’Ue c’è la Germania con 83,5 miliardi di rosso, seguita dal Regno Unito (48,8 miliardi) e dalla Francia (46,5). Ogni tedesco ha speso 1.034 euro per l’Europa, gli italiani si sono fermati a 623 pro capite; mentre gli spagnoli hanno ricevuto a testa 335 euro, i polacchi 1.522, i portoghesi 2.100, i greci a 2.960 euro netti ogni cittadino ellenico, per un importo complessivo di 32,2 miliardi di euro in più ricevuti rispetto a quanto versato.

A questo punto il rischio disintegrazione è evidente perché si fronteggiano due forze contrastanti: da una parte, Germania e Gran Bretagna in testa, i Paesi che hanno versato più oboli alla causa europea, che rivendicano un diritto di scegliere le politiche migliori, a costo di far saltare i principi di solidarietà e di appartenenza (è il caso di Londra e del suo ‘euroreferedum’ del 2017); dall’altra, tutti gli Stati che hanno incassato invece più di quanto dovuto, Polonia e Paesi dell’Est in testa, che si sentono liberi di mandare tutto per aria. In mezzo il nuovo Muro, che va abbattuto sul nascere.

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