Poveri editorialisti

Politica
Quotidiani-6

Oggi gli articoli di Galli, Panebianco, Polito (solo per restare al Corriere), anche nel loro ripetere ossessivamente le stesse idee, perfino le stesse frasi, appaiono patetici e melanconici nella loro impotenza

«Sergio Marchionne ha diritto senz’altro a tutta la nostra stima, ma non è detto da nessuna parte che l’interesse della Fiat coincida con quello dell’Italia. Bisogna vedere di volta in volta». Maurizio Landini? Il manifesto? No. Ernesto Galli della Loggia. Sulla prima del Corriere della Sera, qualche giorno fa. Incredibile, vero? Si potrebbe semplicemente constatare che il quotidiano milanese, rottamato da Marchionne e dalla famiglia Agnelli, si senta finalmente libero di dire sul suo ormai ex-padrone quel che si ripete da sempre in Italia sullo strapotere della Fiat. No, non è solo il veleno dell’ex maggiordomo messo un po’ brutalmente alla porta. A parte Renzi, Marchionne era l’unico protagonista sulla scena attuale, indicato per nome e cognome ma appeso al nulla (cioè giornalisticamente avulso da un evento significativo che ne giustifichi almeno l’incipit), in un pezzo contro il presidente del Consiglio. Non era il primo, di questo tenore, altri editorialisti di via Solferino si sono esercitati nel dare addosso a Renzi dallo sganciamento degli Agnelli dal Corsera. Quello di Galli era più esplicito, ed essendo slegato da un dato di realtà cogente ha l’evidente sapore del colpo a freddo.

Cosa si rimprovera al presidente del Consiglio? Ecco l’altra frase chiave dell’articolo di Galli della Loggia: «In Italia, l’outsider, l’uomo fattosi da solo, non può diventare l’uomo solo al comando: non lo consentono né le regole né la tradizione. Da noi la solitudine dell’outsider è destinata a divenire solo isolamento… Con i fedelissimi ha costituito il suo inner circle e una parte del governo; l’altra parte dell’esecutivo l’ha riempita di mediocri che senza di lui sarebbero stati delle nullità». Galli si unisce al coro che comprende un arco di esponenti politici, intellettuali, mandarini, grumi di potere vari che sono stati rottamati e/o asfaltati o che semplicemente non sono entrati a far parte della cerchia ristretta renziana. L’aneddotica sull’accesso a palazzo Chigi, negato a giornalisti di fama, a personaggi del potere parapolitico è ricca. Gente che nella prima e nella seconda repubblica entrava e usciva a piacimento dai palazzi del potere politico e oggi ne sono estromessi. Si stanno creando nuovi agglomerati e aggregati di potere intorno a Renzi? Ovvio, ed è questo che infastidisce chi viene rottamato. Uno status quo durato per decenni ha subito una forte spallata.

All’inizio c’è stato un certo affollamento per salire sul suo carro. Scrive Galli: «C’era un Renzi che ci piaceva. Molto. Era il Renzi arrembante all’assalto della nomenklatura politica italiana. Il giovane uomo senza peli sulla lingua che prometteva aria nuova, idee nuove, facce nuove: e gli si poteva credere dal momento che era lui innanzi tutto, con il suo modo d’essere, a incarnare ognuna di queste cose». Non si capisce bene che cosa sia davvero successo dopo perché, per l’editorialista, l’amore per il giovane fiorentino sia sfiorito fino alla bruciante delusione («Cominciò così il rapido mutamento del Renzi che ci piaceva nel Renzi della realtà. Che ci piace di meno»). E lo ha unito al coro delle critiche che accompagnano Renzi nel suo percorso di nuova celebrity della politica che vede settimanalmente impegnato Eugenio Scalfari, che vanno dall’ignoranza (gli si rimprovera di non essere sufficientemente mondano!!!: «Raramente il premier è stato visto in prima fila nei teatri, nei cinema o ai concerti» sic!) a certe sue misure elettoralistiche (di nuovo gli 80 euro) al suo temperamento all’altra perla originale di «un esecutivo di mediocri».

Si direbbe che si siano messi davanti al computer dopo una lunga chiacchierata con D’Alema. In altri tempi sarebbe stata una ghiottoneria giornalistica, ma oggi? Fare dietrologia? Non c’è bisogno, qui è tutto squadernato. Un pezzo consistente del renzismo della prima ora, che aveva il Corsera tra i suoi sponsor, in contrasto con la Repubblica, allora ostile a Renzi, si sta saldando con i vari pezzi del fronte antirenziano: sia della politica che legittimamente sono ostili a tutto ciò che rappresenta, sia del corporativismo pubblico e del potere parapolitico e affaristico della prima e della seconda repubblica che si sentono sempre più minacciati dall’avvento e dal consolidarsi di un nuovo sistema che li esclude e/o li penalizza. Probabilmente per sempre. C’è anche, in questo, il narcisismo ferito di editorialisti che non hanno più accesso a palazzo Chigi e vedono cadere nel vuoto perfino le loro telefonate ai collaboratori di Renzi. D’altra parte il commentariat italiano dei grandi giornali (non si è riflettuto a sufficienza su questo aspetto) vive da tempo una crisi speculare a quella della politica come l’abbiamo conosciuta prima di Renzi, essendone parte e non controparte, avendo addirittura la pretesa di guidarla. Oggi gli articoli di Galli, Panebianco, Polito (solo per restare al Corriere), anche nel loro ripetere ossessivamente le stesse idee, perfino le stesse frasi, appaiono patetici e melanconici nella loro impotenza. Oggi si presentano come controparte del potere politico solo perché non lo considerano più “complice” del loro stesso sistema o perché lo vedono definitivamente in uscita.

Naturalmente, Renzi e i suoi strateghi non sottovalutano affatto la forza di questa somma di debolezze, interessi e di gruppi, molto diversi tra loro, in passato in (apparente) competizione tra loro, che giocano le ultime carte per disarcionarlo mentre è in corsa verso la meta (per i suoi avversari un punto di non ritorno) del referendum confermativo della riforma costituzionale. È evidente, in questi giorni, il ribollire di uno status quo terremotato che cerca di reagire con tutte le forze che gli restano, forze ancora sufficienti a mettere ko Renzi.

Già, con quale prospettiva? Perché se la galassia dell’antinrenzismo può essere interessata alla caduta di questo governo, poi si vedrà, e perfino al tanto peggio tanto meglio, difficilmente l’Italia mollerà Matteo per intraprendere un percorso insidioso, solo per far piacere agli editorialisti del Corriere e a chi tifa per il ritorno del passato.

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