Pomicino e Zagrebelsky uniti nella lotta

Strane coppie del No
coppie-no

L’ultimo degli andreottiani e il profeta degli indignati

L’intellettuale che scambiò sua moglie per un appello

Ci sono nomi che appaiono subito ben più della semplice conseguenza delle cose: vuoi per un gioco di associazioni suggerite all’orecchio da un nonsoché di marziale nella successione di consonanti e vocali, vuoi per una sorta di suggestione collettiva capace di trasferirsi immediatamente dalla persona alla parola, sta di fatto che alcuni fortunati sembrano avere avuto in sorte un nome che al solo sentirlo pronunciare incute rispetto e ammirazione – forse anche perché capace di evocarne subito altri e non meno altisonanti, come Norberto Bobbio o Alessandro Galante Garrone – e che mai si potrebbe immaginare di attribuire non diciamo a un panettiere o a un parcheggiatore abusivo, ma nemmeno a un giornalista. Un nome, insomma, come Gustavo Zagrebelsky.

Solo con un nome così, infatti, si può pensare di presentarsi in tv per un faccia a faccia sul referendum costituzionale con il presidente del Consiglio, tirare fuori dalla tasca il proprio ultimo libro ancora in promozione e replicare alle obiezioni declamandone ad alta voce ampi stralci in favore di telecamera. L’avesse fatto un uomo chiamato Bruno Vespa, per dire, si può scommettere che un gesto simile non sarebbe passato impunito, almeno nei commenti del giorno dopo. E del resto è anche da queste piccole cose che si capisce l’importanza di chiamarsi Zagrebelsky.

Decano dei costituzionalisti italiani e presidente emerito della Consulta, massimo organo giurisdizionale dello stato, in qualsiasi altro paese del mondo Zagrebelsky sarebbe unanimemente considerato come uno dei principali e più illustri esponenti dell’establishment. Non in Italia, però, dove l’ex presidente della Corte costituzionale può dedicare gran parte della sua produzione pubblicistica, dei suoi saggi, delle sue interviste su giornali e tv al tema del potere oscuro esercitato dalle oligarchie a danno dei comuni cittadini, può pubblicare un libro intero dal titolo

La maschera democratica dell’oligarchia , può addirittura ritrovarsi tra i dieci nomi delle “primarie” per la presidenza della Repubblica convocate on line dal principale movimento anti-establishment del paese. Presidente onorario di Libertà e giustizia, l’associazione fondata da Carlo De Benedetti, Zagrebelsky è stato in questi anni il più autorevole protagonista di un vasto fronte di intellettuali che alle loro iniziative hanno dato sempre un tono di indignazione morale.

Instancabile sottoscrittore di manifesti contro il regime berlusconiano, le ingerenze della Chiesa o le prepotenze di Marchionne, l’elenco completo delle cause da lui sposate sarebbe interminabile (tanto che la sua biografia potrebbe a buon diritto intitolarsi L’uomo che scambiò sua moglie per un appello). Costantemente in prima linea nelle battaglie sulle questioni bioetiche, non ha mai nascosto di considerare i cattolici schierati su posizioni diverse dalle sue come «longa manus» della Chiesa. «Tu parli di longa manus – gli ha obiettato infatti, in un libro scritto in dialogo con lui, il suo amico Ezio Mauro – ma ti potrebbero rispondere che ciò che fanno lo fanno in perfetta libertà, perché sono osservanti, perché liberamente accettano l’autorità della Chiesa…».

Risposta di Zagrebelsky: «Davvero dicono così? Non ci posso credere! Come possono loro, come possiamo noi, non vedere l’enorme potere, potere mondano, di cui la Chiesa, la Chiesa-potere, dispone in Italia?». E come si può non vedere, proseguiva il giurista in un crescendo di indignazione, che lo usa per fare e disfare governi, chiedere o pretendere favori? «Favori che nulla hanno a che vedere con la fede ma molto con privilegi nel campo fiscale, finanziario, educativo, politico. Non so! Si può non vedere tutto questo?».

Per Zagrebelsky, ecco il punto, no, non si può. Non in buona fede. Dunque non c’è nemmeno bisogno di prendersi la pena di analizzare, argomentare, discutere oltre. Se una cosa non si può non vedere, c’è poco da dirsi: o ammetti di vederla anche tu (come la vede lui) e allora non serve aggiungere altro. Oppure lo neghi, ed è tanto più inutile. Se qualcuno gli facesse notare che tutto quello che dice contro la «Chiesa-potere» si potrebbe dire anche dei partiti, non c’è dubbio che Zagrebelsky sarebbe più che d’accordo: infatti lo dice continuamente anche dei partiti. Da questo punto di vista, lo si potrebbe definire un Pannella che parla piano, se non fosse per il fatto che Marco Pannella, in cima a quell’oscuro regime oligarchico accusato di defraudare i cittadini della vera sostanza delle loro libertà democratiche, ci metteva proprio la Corte costituzionale, da lui più volte definita «suprema cupola della mafiosità partitocratica».

E Zagrebelsky, per ovvie ragioni, no. Intellettuale versatile, capace di dedicare dieci anni allo studio di Dostoevskij per scrivere un saggio sul «Grande Inquisitore», Zagrebelsky ha però ben poco, checché ne dicano i suoi detrattori, del fervente (e un po’ infervorato) Ivan, l’autore del racconto narrato nei Fratelli Karamazov.

Semmai, ha qualcosa di un altro personaggio del romanzo: quel dottore che fantasticava di piani appassionati per servire l’umanità, ma intanto non era capace di «vivere due giorni nella stessa stanza con qualcuno», arrivando perciò a detestare anche le persone migliori («uno perché è troppo lento a pranzo, l’altro perché ha il raffreddore e si soffia il naso di continuo»). E che così concludeva, con un’autoironia che certo non sorprenderebbe sulle labbra dell’insigne giurista: «In compenso avviene sempre che più odio gli uomini presi singolarmente, più ardente diventa il mio amore per l’umanità in generale».

Il democristiano che scambiò il suo cuore per la politica

Paolo Cirino Pomicino è stato probabilmente uno degli uomini politici più caricaturizzati, motteggiati e parodiati della Prima Repubblica. Forse anche per il nome, che appare quasi un invito, con quell’apparente duplice diminutivo, unito a una statura non certo imponente, al volto rotondo e sempre sorridente, e insomma a un aspetto tutt’altro che marziale.

Del resto, chi immaginerebbe mai un condottiero di eserciti chiamato Cirino Pomicino? Non meno ironico e spiritoso del suo mentore Giulio Andreotti, con il più controverso dei leader democristiani Pomicino ha condiviso sin dall’inizio lo stesso impasto di potere e fragilità, onori e sberleffi, stelle e stalle: dal vertice del potere al fondo della gogna, dai banchi del governo a quelli del tribunale.

Con una notevole differenza, però, nelle dosi e nelle proporzioni degli ingredienti: perché alle ironie sull’aspetto fisico di Andreotti e alle risate davanti ai suoi imitatori, perlopiù innocui, si accompagnava sempre una sorta di timore reverenziale.

Al sorriso per quel singolare soprannome – Belzebù – seguiva sempre un attimo di esitazione, quasi che i suoi stessi contestatori temessero di essere arrivati fin troppo vicino al bersaglio. Persino in un film grottesco e caricaturale come Il divo di Paolo Sorrentino, che pure sembra confermare l’impossibilità di raccontare quella parte della storia d’Italia uscendo dagli stereotipi e dalle barzellette, la differenza tra le due caricature rimane nettissima: sulfurea, ambigua e inafferrabile quella di Andreotti; sboccata, sgraziata e al limite della macchietta quella di Pomicino.

Tipico cursus honorum da Prima Repubblica: assistente neurochirurgo a Napoli, folgorato dalla Dc andreottiana sulla via della politica, diventa prima consigliere comunale, poi assessore, quindi parlamentare, presidente di commissione, ministro. O meglio: o ministro («Questo perché, se uno è di Napoli, bisogna sempre buttarla in folclore, se fossi stato di Cuneo, invece…»). Considerato negli anni ottanta uno dei «tre viceré» di Napoli (con il liberale Francesco De Lorenzo, anche lui proveniente dalla medicina, e il socialista Giulio Di Donato), ai tempi di Mani Pulite è diventato uno dei simboli della corruzione del potere, sommerso dalla bellezza di quarantadue processi. Finiti, come non cessa mai di ricordare lui, con quaranta assoluzioni e due condanne.

In particolare: 1 anno e 8 mesi per finanziamento illecito dei partiti (caso Enimont) e due mesi per corruzione (fondi neri Eni), patteggiati soltanto perché –ha spiegato –era in lista per un trapianto di cuore e non si poteva permettere di tirarla in lungo. Unica responsabilità che si riconosce: «Avrei dovuto denunciare al Parlamento i contributi, i soldi che io e la mia corrente prendevamo dalla famiglia Ferruzzi. Quei finanziamenti li prendevano tutti, è vero. Però io non feci niente per combattere quel tragico giro di denaro».

In compenso, può vantarsi di essere sopravvissuto a due Repubbliche e a due crisi finanziarie, a «tre infarti e tre estreme unzioni», a un trapianto di cuore («gli altri per ringiovanirsi si fanno i lifting, io mi cambio gli organi»), a una lunga gogna pubblica e anche a quindici giorni di galera. «Il carcere – ha detto –non mi ha segnato perché l’ho vissuto come una battaglia politica. Volevo perfino fare una festa, il primo anniversario dell’arresto. Volevo invitare tutti, il maggiore della finanza che mi aveva arrestato, il mio compagno di cella. I giudici no. Non sarebbero venuti. Non hanno il senso dell’umorismo».

A lui, invece, il senso dell’umorismo non l’ha abbandonato mai. In una sala del reparto di chirurgia in cui è stato operato al cuore c’è la foto di un intervento. «Quel torace è il mio e io sotto ci ho aggiunto una dedica: “Il cuore della Prima Repubblica batte ancora forte”».

All’indomani del trionfale 40 per cento raccolto dal Pd di Matteo Renzi alle europee del 2014, rilasciò una dichiarazione commossa: «Oggi è tornato un partito di massa e il suo ritorno è legato al talento elettorale di Renzi e all’ingresso massiccio nel Pd di molti esponenti democristiani (…). Lo stesso Renzi è figlio di quel cattolicesimo politico che si rifà a Giorgio La Pira, Lazzati e a Don Mazzolari e configura quasi una catarsi storica con il sapore della vendetta contro quel filone comunista che scelse 20 anni fa l’opzione giudiziaria per la conquista del potere».

Al referendum del 2016, si ritrova invece con buona parte del suddetto filone, contro quello che già da un anno definisce ormai «parolaio da salotto». Altro che La Pira e don Mazzolari. «Sono germogliati – ammonisce ora Pomicino – i semi di un nuovo autoritarismo, del quale Renzi rischia di essere l’espressione decisamente più pericolo sa».

Nella sua seconda vita da polemista e libellista (spesso con il nome di battaglia di Geronimo, che cominciò a usare quando il suo divenne impronunciabile), ma anche deputato europeo, consigliere e dirigente di vari micropartiti della diaspora democristiana, si è fatto, ovviamente, nuovi amici e nuovi nemici. Se l’è presa con la grande finanza che si è comprata la politica e con i nuovi politici che si sono comprati i rispettivi partiti, si è sposato in seconde nozze a settantaquattro anni e si è vantato di avere lanciato in politica Daniela Santanchè, si è aperto un blog e pure un profilo twitter.

Non passa giorno, insomma, senza che la penna di Geronimo non faccia capolino dalle pagine di giornali e settimanali, nei salotti televisivi o nelle sconfinate praterie telematiche, da dove l’ultimo capo indiano degli andreottiani ribelli continua a lanciare le sue scorribande contro nuovisti e «giovani marmotte» della politica, giustizialisti e liberisti, in difesa di una tradizione cui non ha mai fornito l’esempio di un comportamento irreprensibile, ma alla quale ha dato fino in fondo il cuore.

Vedi anche

Altri articoli