Il Senato e i limiti di maggioranza e minoranza Pd

Riforme
L'intervento di Luigi Zanda in Senato durante le votazioni emendamenti alla Riforma Costituzionale, Roma, 30 settembre 2015, 
ANSA/GIUSEPPE LAMI

Basta guardare all’Europa per capire che da sola nessuna famiglia, storica o nuova, può cavarsela da sé

È iniziato il conto alla rovescia. Imperdonabile mancare la riforma costituzionale, un dovere provare a migliorarla.
Anche per questo l’unità ritrovata nel Pd è un bene. Gli emendamenti concordati sono un buon passo in avanti. Non serviva un braccio di ferro. C’era bisogno di un compromesso serio tra convinzioni che sulla materia ci attraversano oltre l’appartenenza a singole componenti. Mi piace interpretare così l’ultima nostra direzione. Come uno squarcio in quella incomunicabilità che chiama in causa la fiducia, parola pregiata in ogni comunità. Se manca la fiducia persino l’altra buona merce, la lealtà, non basta. E a pagare il prezzo è il merito delle cose.
Cosa c’entra questo con la nuova Costituzione? Più di quanto si creda. Ne ho avuto conferma quando interventi autorevoli, dallo stesso premier a Chiamparino e Rossi, hanno evocato un ancoraggio più marcato della riforma alla funzione autonomista del Senato. Magari con la presenza, come gli emendamenti di alcuni di noi avevano proposto, di governatori e sindaci delle città metropolitane. Anch’io avrei preferito incamminarmi sul sentiero del Bundesrat. Ora vedo il positivo che c’è per arrivare in fondo. Ma una domanda me la pongo. Perché non capire che alcune innovazioni potevano trovare tra noi una condivisione larga e produrre una riforma più limpida?
Volevo e voglio l’approdo nei tempi decisi. L’abbiamo dimostrato assicurando il numero legale in quell’Aula monca per l’abbandono delle opposizioni e votando un testo che in parte non condividevo. Eppure erano già evidenti le divisioni in Forza Italia e lo sbriciolarsi del patto del Nazareno. A quel punto cadeva un vincolo. Era l’occasione per allargare il confronto parlamentare e unire il Pd su un testo più coraggioso. Mi permisi di dirlo in Aula, «vi prego di lasciare aperto uno spiraglio sull’articolo 2. Perché sbarrarsi una strada quando lo scenario politico muta?».
Non per caso padri e madri costituenti hanno previsto uno spazio tra le letture come condizione per togliere la materia alle contingenze. La mia risposta è che se non si è cambiato schema è soprattutto per una mancanza di fiducia tra noi. Ha vinto il sospetto che qualcuno volesse sabotare il percorso.
In primo luogo questo interroga la maggioranza del partito per il potere che ha. Penso ai toni denigratori risuonati verso qualunque ipotesi si scostasse dalla linea ufficiale. Ma con sincerità penso che anche le minoranze debbano guardare ai propri limiti. Insomma l’allarme è suonato per tutti e astensioni e abbandoni sono lì a dircelo. Se è così mi torna a mente una parola all’origine del Pd. L’idea dell’incontro tra le differenze che non è omologazione del pensiero né conflitto permanente, ma nasce dalla coscienza che nessuno basti a se stesso e che serve coltivare la curiosità verso la quota di verità presente in ciascuno. Se questo valeva un anno fa, varrà sempre più per una sinistra del futuro.
Basta guardare all’Europa per capire che da sola nessuna famiglia, storica o nuova, può cavarsela da sé. Che per faticoso e turbolento, l’incontro è una necessità storica. E allora c’è del buono da scoprire fuori di noi e del buono da considerare dentro di noi.
Do una mano per un Pd ancorato al centrosinistra e penso che una nuova sinistra nelle sue fila serva a questo, a fare da ponte con altre e con altri, ma dalla parte giusta. Perché la politica o un partito non sono un taxi per far guadagnare a qualcuno un posto al sole. Ma principi, storie e popolo. Certo, dipende sempre da come si guardano le cose. Io preferisco vederle per dare libertà e diritti a chi meno ne ha.

Vedi anche

Altri articoli