Politica e Chiesa: ma la Curia conta ancora nelle urne?

Tiber
Papa Francesco durante la messa con i nuovi cardinali, Citta' del Vaticano, 15 febbraio 2015. 
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La risposta non è affatto semplice: con tutti i cambiamenti in atto, è quasi impossibile lanciarsi un’interpretazione univoca

Nelle innumerevoli analisi del voto di questi giorni, è quasi scomparso uno soggetto: la Chiesa. Dove è finita quella parte di voto cattolico che i vescovi, i parroci, erano un tempo in grado di orientare? In realtà, per molti versi, il quesito è un retaggio della prima repubblica quando in effetti dal Vaticano partivano input precisi quanto felpati rivolti agli elettori, ai fedeli, affinché facessero la cosa giusta. Le cose poi sono gradualmente cambiate; certo è ancora forte l’interesse della conferenza episcopale e dei sacri palazzi romani per quanto accade in Italia: è rimasta in piedi una rete organizzata di voto che fa riferimento grosso modo all’area di comunione e liberazione e alle organizzazioni ad essa collegate in zone importanti del Paese, e a livello di opinione pubblica settori cattolici organizzati spesso con propaggini in Parlamento, hanno continuato ad esercitare un ruolo.

Si è detto in questi giorni che la Curia romana era avversa o almeno un po’ ostile al Pd sul piano amministrativo per via della legge sulle unioni civili. Cosa che corrisponde al vero se si osservano da vicino le reazioni molto dure di tanti vescovi verso quel provvedimento. Con quella legge infatti finiva l’eccezione italiana per la quale, in base a una regola non scritta, nel Paese in cui ha sede il Vaticano, non si approvavano norme a favore delle coppie dello stesso sesso o delle coppie di fatto eterosessuali. Dunque, certamente quel passaggio ha segnato uno spartiacque.

Tuttavia se quel provvedimento tra mille tormenti è passato, nonostante la discesa in piazza di ambienti cattolici oltranzisti e venati di un integralismo d’altri tempi, è anche perché il Papa ha fatto una scelta: quella della quasi totale non ingerenza della Santa Sede nel dibattito pure rovente che ha accompagnato la legge. Il Papa ha deciso che questo compito spettava alla Cei e ai laici credenti impegnati in politica e in tal modo ha riportato nel sul alveo naturale il rapporto fra Vaticano e Stato italiano, prima ancora che fa Chiesa e Stato, ristabilendo così le giuste distanze fra le due sponde del Tevere previste dalla Costituzione e quindi dal Concordato.

Allo stesso tempo non si può dimenticare che l’opposizione – sia pure capziosa nel metodo – al riconoscimento delle unioni civili messa in atto dal Cinquestelle, aveva appunto questo obiettivo: accreditarsi come forza ‘responsabile’ Oltretevere e collocarsi – in una materia tanto delicata come quella dei diritti civili – in un campo decisamente moderato; non a caso anche sulla cittadinanza per i figli degli immigrati -il famoso ‘ius soli’ – fino ad ora i pentastellati hanno fatto finta di niente, non è materia sulla quale sono disposti a fare barricate. Nè si sente mai la voce di un grillino per le varie tragedie che si verificano a largo di Lampedusa. In questo senso la centrista moderata Virginia Raggi, interpreta bene il ruolo che le è stato affidato, una candidata più di sistema che antisistema, che si può accreditare Oltretevere.

Tuttavia non si può dimenticare che ben prima di questo passaggio, nel settembre scorso, era stato proprio papa Francesco, tornando dagli Stati Uniti, con la famosa frase: “Io non ho invitato il sindaco Marino, chiaro? E neppure gli organizzatori, lui si professa cattolico ed è venuto…” a dare una sorta di colpo finale alla traiettoria politica dell’ex primo cittadino. Nella vulgata delle vicende politiche romane la cosa fu tradotta in questo modo: “l’ha mollato pure il Vaticano…” come a dire ora è davvero solo. Il riferimento del papa del resto era alla tappa di Phliladelphia del viaggio negli Stati Uniti, dove si teneva il Congresso mondiale delle famiglie; nell’occasione Marino si era presentato all’evento facendosi vedere più volte, in modo ostentato, negli stessi posti in cui si trovava il papa, il che fu giudicato un atto di presenzialismo eccessivo e anche un modo per cercare di farsi avvolgere dal carisma e dal consenso di Bergoglio. Marino disse che in realtà aveva ricevuto inviti istituzionali, ma insomma, se in precedenza il papa aveva avuto un rapporto normale con il sindaco, da quel momento le cose andarono in frantumi.

Già un anno prima, verso la fine del primo sinodo sulla famiglia, un’assise combattuta e non facile per papa Francesco (era l’autunno del 2014), Marino pensò bene di chiamare in Vaticano poco prima che si chiudessero i lavori dell’assemblea mondiale dei vescovi per annunciare che avrebbe svolto una cerimonia di registrazione in Campidoglio di diversi matrimoni gay celebrati all’estero. La scelta si rivelò particolarmente inopportuna, politicamente goffa e controproducente, e il papa stesso dovette lamentarsi di quella telefonata con i vescovi che dovevano prendere le deliberazioni finale dell’assise in cui proprio il tema omosessualità aveva creato spaccature e dissensi. L’episodio dimostra soprattutto una certa incapacità di misurare il contesto delle situazioni e gli equilibri fra Santa Sede e governo cittadino, una sorta di insensibilità istituzionale.

Ma ci sono anche altri elementi. L’estate scorsa infatti, c’è stato il famoso episodio dello spettacolare funerale Casamonica, nota famiglia malavitosa romana, che inevitabilmente rimandava al problema mafia-criminalità-Roma già deflagrato da tempo. Il sindaco in quei giorni così decisivi, non si fece vedere nella Capitale, rimase in vacanza. Ed è noto quanto, su questo preciso punto – ovvero la denuncia della forza oppressiva delle organizzazioni criminali – il papa sia sensibile, un papa che, per altro, in ferie, nei primi anni di pontificato, non ci è andato e anzi ha deciso deciso di aprire al pubblico anche la celebre residenza estiva dei papi di Castelgandolfo. Sensibilità urtate e diffidenze, alle quali si aggiungono voci del Vicariato in cui si racconta che gli accordi presi con Marino su questioni concrete venivano smentiti nei fatti il giorno dopo. Che poi il culmine del caos amministrativo nella Capitale sia avvenuto nei mesi precedenti l’inizio del Giubileo per prolungarsi nel corso di buona parte dell’anno santo straordinario della misericordia, non è stato un vantaggio per il Partito democratico.

Quanto ha pesato infine il fatto che Roberto Giachetti fosse di scuola radicale? Certo non ha aiutato a procurargli la simpatia delle gerarchie, e però ben difficilmente questo è stato l’elemento decisivo, conta di più la sostanza. E del resto a Roma – come in molte delle città chiamate al voto – operano anche tante esperienze sociali cattoliche ed ecclesiali che, quasi naturalmente, s’incontrano più facilmente con il Pd che con altri schieramenti. Un altro aspetto che non va sottovalutato è la riforma delle banche popolari compiuta dal governo, strumento tradizionale della finanza bianca e del mondo cattolico in particolare nel nord Italia; il governo ne limitava di fatto le dimensioni avviando un processo di modernizzazione finanziaria contestato da chi vedeva in quella tradizione un modello virtuoso di risparmio legato al territorio. La realtà, come mostrano le cronache di questi giorni, era più complessa, e quel modello già da tempo era entrato in una profonda crisi rimanendo preda dei meccanismi speculativi più classici.

Insomma non è possibile una lettura univoca. Come del resto non è più possibile parlare di un ‘voto cattolico’ che si sposta in modo uniforme o quasi, anzi si divide dentro partiti e schieramenti grosso modo seguendo le tendenze nazionali; una certa differenza la fanno le organizzazioni, le associazioni laicali che cercano d mantenere un proprio ruolo, e però, al momento, momento una proposta riconoscibile del cattolicesimo politico, una proposta di contenuti e valori più che di forme partito, non sembra essere comparsa all’orizzonte, ma certo l’invito del papa è – al contrario – proprio quello di far sentire una voce laica ispirata ai valori del Vangelo.

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