Polemiche a Napoli sulla festa de l’Unità. Ma di chi è il simbolo del Pd?

Festa de l'Unità
Primo settembre - Bandiera Pd

Ci scrive il segretario dei GiovaniDem, che hanno organizzato la kermesse: “C’è un nuovo gruppo dirigente pronto per la sfida di governo della città”

La festa de l’Unità di Napoli organizzata per il secondo anno consecutivo dall’organizzazione giovanile del Pd, sarà l’evento politico più grande degli ultimi anni che la città abbia mai visto. Dal 10 al 14 settembre infatti, dibattiti, concerti, spettacoli, animeranno i giardini di Santa Chiara, nel cuore del centro storico del capoluogo campano. Un evento che agli occhi di qualsiasi iscritto o elettore del Pd abituato a vivere le feste democratiche della Toscana, dell’Emilia, della Lombardia, del Piemonte, della Liguria, può risultare qualcosa di estremamente normale. A Napoli invece, la festa de l’Unità il Partito democratico non l’ha mai conosciuta.

Tutto è nato quando girando il paese grazie all’organizzazione nazionale dei Gd, guardando quel patto generazionale-organizzativo tra vecchi compagni e giovani vogliosi di mettersi alla prova negli stand delle feste del centro-nord, abbiamo deciso di vivere e ricostruire nella nostra città quelle esperienze e quelle tradizioni.

Da quell’idea folle nacque la prima festa a luglio dell’anno scorso: siamo partiti da zero, dalle cose basilari, da un palco, un bar, e un paio di gazebo, e il successo fu clamoroso. Capimmo in quel momento che Napoli aveva voglia di partecipare, di confrontarsi, di tornare a vivere quei momenti che i nostri padri raccontano con le lacrime agli occhi, come la famosa festa della Mostra d’Oltremare, quando al comizio di Berlinguer erano presenti oltre un milione di persone.

Abbiamo deciso di farlo di nuovo anche quest’anno, non solo ampliando la piattaforma politica, saranno infatti nostri ospiti Raffaele Cantone, Guglielmo Epifani, Gianni Pittella, Vincenzo De Luca e tanti altri, ma soprattutto provando a lanciare un doppio messaggio: costruire una cultura politica della festa, e affermare che il veicolo di questa cultura politica dovesse essere un nuovo gruppo dirigente, fatto prevalentemente da ragazzi, pronto a lanciarsi nella sfida delle prossime amministrative napoletane avviando nel partito la rottamazione renziana che giù non abbiamo mai visto. Per realizzare le due cose è necessario aprirsi alla città.

Quest’ultimo passaggio non è stato evidentemente gradito dal segretario provinciale della mia federazione, che per qualche giorno sui giornali, è stato protagonista di una dichiarazione infelice, poi per fortuna dopo quarantotto ore rettificata, in cui prima si valutava la possibilità di non concedere il simbolo del Pd alla festa, poi aggiornata con un “non abbiamo alcun problema a concedere il simbolo, però nessuna richiesta è stata avanzata”.

Da qui il dibattito sul quale mi interrogo non solo da poche ore, ma da anni: di chi è il simbolo del Pd? Del suo segretario o del popolo che anima i dibattiti, che organizza le feste, i gazebo, che scende in piazza, che ci mette la faccia, e che ha sacrificato tempo, studio, lavoro, famiglia e affetti personali in nome di un sogno, di un progetto, di una prospettiva migliore per la comunità in cui ha deciso di vivere?

In attesa della risposta che proveremo a dare alla festa, noi a prescindere dalle posizioni degli altri, crediamo che il Pd sia casa nostra, una casa che alcune volte ci fa arrabbiare, ma di cui siamo orgogliosi, nella quale abbiamo deciso non solo di restare, ma anche di ampliare, migliorare e ad animare con la nostra passione, le nostre proposte e le nostre piccolissime ma bellissime feste de l’Unità.

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