Più libertà (e più occupazione) vuol dire più maternità

Lavoro
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Con le misure previste del jobs act per favorire la conciliazione dei tempi, e la cancellazione della vergogna rappresentata dalle “dimissioni in bianco” si è avviato un percorso nuovo, che bisogna proseguire e rafforzare con decisione.

I l nostro paese si è rimesso in moto, sta cambiando. Non sono spinte univoche a segnare questo movimento, né rapido né indolore, ma un gioco di fattori diversi da distinguere con attenzione. Non è facile: il gioco di chiaroscuri che accompagna il racconto pubblico mette in luce alcuni aspetti e ne nasconde altri seguendo una dinamica che non restituisce sempre le priorità. E invece è importante, per la stagione di riforme avviata riuscire a focalizzare con chiarezza gli aspetti sui quali è necessario concentrare lo sforzo e intervenire, aggiornando le cornici delle nostre analisi. Molto è cambiato, se si guarda al terreno della parità di genere nella rappresentanza. Le nostre assemblee parlamentari si sono allineate ai parametri europei, le leggi elettorali a livello regionale e nazionale sono orientate al rispetto della democrazia paritaria, superando l’antico concetto di “quote” – del tutto inadeguato a dar conto dell’avanzata complessiva della cittadinanza femminile.

Il governo è finalmente di donne e di uomini, gli incarichi non seguono più una distribuzione funzionale ad assecondare antichi ruoli e anche le giunte locali puntano a distinguersi – non solo nelle zone tradizionalmente virtuose – per l’applicazione del “cinquanta e cinquanta”. Non parliamo solo del circuito della politica: in molti settori si è rotto – o almeno incrinato – un tetto di cristallo che qui sembrava più resistente che altrove. La presenza delle donne “dove si decide” è l’esito di un processo lungo, ma al contempo è condizione perché le conquiste ottenute vadano in profondità, superando una volta per tutte assetti arcaici che impediscono la via della crescita. L’Europa insegna: i paesi che hanno trasformato il welfare lo hanno fatto in seguito all’ingresso massiccio delle donne nelle assemblee elettive. La loro presenza, e soprattutto la loro alleanza, hanno ridefinito le agende politiche nazionali, liberando gli ostacoli che impedivano l’accesso pieno delle donne alla vita pubblica.

Da questi processi sono venuti equilibri sociali e politici più forti e più qualificati: le donne lavorano e la natalità ha il segno più. Eppure in Italia per lungo tempo si è ritenuto che l’occupazione – ossia l’autonomia – femminile, fosse un ostacolo alla maternità, e che il nostro paese sia segnato dal doppio primato del calo demografico e dalla picco di disoccupazione femminile, si comprende quale sia il rovesciamento di prospettiva da fare. Non si tratta solo di anacronismo e arretratezza culturale, ma di scelte politiche mancate, che hanno bloccato lo sviluppo di un paese. Non è un caso, dunque, che il gruppo Senonoraquando Libere, nato da un’esperienza che ha avuto un ruolo decisivo nel cammino appena descritto, abbia messo questo tema al centro della prossima campagna il nesso maternità/libertà. Leggere l’esperienza della maternità nel segno della libertà è qualcosa di più che rovesciare un ossimoro: come scrive Cristina Comencini sul nuovo sito del gruppo ‘“Chelibertà” -, si deve scrivere pagina nuova, nella quale la maternità diventi esperienza da condividere. Non si tratta solo di anacronismo e arretratezza culturale, ma di scelte politiche mancate, che hanno bloccato lo sviluppo di un paese. Con le misure previste del jobs act per favorire la conciliazione dei tempi, e la cancellazione della vergogna rappresentata dalle “dimissioni in bianco” si è avviato un percorso nuovo, che bisogna proseguire e rafforzare con decisione. Non c’è altro modo di guardare al futuro.

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