Philippe Petit, the Wallendas, Mustang Wanted. Fenomenologia del funambolo: chi ha paura del vuoto?

Cultura
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Funamboli entrati nella storia, equilibristi dei grattacieli e acrobati nell’era digitale: chi continua a stupire e chi è morto sulla fune. Ma cosa spinge l’uomo a giocare con il pericolo?

In questi giorni The Walk, l’ultimo film di Robert Zemeckis, ha riportato sotto i riflettori la memorabile impresa di Philippe Petit: percorrere ben otto volte la distanza che separa le Torri Gemelle, avanti e indietro, in bilico su un cavo di acciaio teso a 400 metri di altezza. La pellicola in questione non riesce però a indagare profondamente il senso di quell’impresa, focalizzandosi più che altro sulla storia romanzata del protagonista, presentata in un pirotecnico 3D, ma rimanendo a debita distanza da quelli che sono alcuni temi fondamentali. Cosa rappresenta quella camminata durante la quale ogni istante si divide in due possibilità simmetriche: la vita e la morte?

Provando anche noi a rimanere in bilico tra un riferimento colto e una citazione popular, ricordiamo come Martin Heidegger, uno dei filosofi più importanti del 900, intendesse la morte come la possibilità più caratteristica dell’essere umano: solo assumendo questa prospettiva possiamo avere una vita autentica. Dalla parte invece del patrimonio canzonettaro italiano, c’è un verso che suona bene per chi ha un capogiro affacciandosi dai piani alti: “La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare”.

Ma cosa c’entra Lorenzo Jovanotti con l’ontologia heideggeriana?

Quasi nulla, ma nella lirica del cantante è nascosta un’osservazione filosofica; la vertigine, la minaccia del vuoto che si apre sotto di noi, non è direttamente collegata alla possibilità di cadere, ma all’eventualità che la nostra voglia di volare ci faccia saltare giù.

Ed in fondo chi può garantirci del contrario? Solo noi stessi: ma se comunque ci sporgessimo e avessimo voglia di spiccare il volo?

Questo meccanismo di attrazione/repulsione verso il vuoto, quindi verso la nostra morte, sottende quella possibilità di cui parla Heidegger: siamo esseri umani quando assumiamo la consapevolezza del nostro essere mortali.

Il funambolo incarna in maniera plastica questa figura: l’essere umano che cammina in bilico tra l’assecondare la propria voglia di volare e il proteggersi dietro la propria paura di cadere: tra vivere e morire.

In questo suo essere rappresentazione immediata di una realtà profonda, la sua performance assume un valore artistico: è per questo che durante il film The Walk Philippe Petit parla di se stesso come di un artista. La sfida che il funambolo raccoglie non è quella di un individuo che vuole superare se stesso; l’equilibrista vuole restare in bilico sul filo non tanto per sconfiggere il vuoto, quanto per mettere in scena il suo essere per la morte: non è una vittoria soggettiva, è il compimento di un’opera d’arte.

Dalle parole dei funamboli capiamo che camminare sul filo è per loro l’unico modo di vivere autenticamente, l’unica cosa che si può fare.

Karl Wallenda, uno dei primi equilibristi a esibirsi sulla fune senza alcuna rete di protezione nel 1928 al Madison Square Garden, disse che “Stare sul filo è vivere, tutto il resto è aspettare”. E quel filo lo ha percorso fino a 73 anni, quando, complice un errore di chi aveva sistemato le corde che tendevano la sua fune, cadde per 40 metri durante la traversata tra una torre e l’altra dell’Hotel Condado Plaza a Puerto Rico. Da allora le televisioni trasmettono eventi del genere con 20 secondi di differita per poter staccare prontamente in caso di disgrazia, cosa che non accadde quel tragico giorno.

Oggi il suo testimone spirituale è passato al nipote Nick Wallenda, che, trascorse ormai più di tre decadi dalle imprese del bisnonno, attraversa lo skyline di Chicago camminando su una fune inclinata di 19 gradi verso l’alto e conversando amabilmente tramite auricolare e microfono con i cronisti della televisione.

Ma il prezzo da pagare per la loro famiglia di acrobati, chiamati The Wallendas, è stato molto caro: oltre a Karl almeno altri quattro componenti della famiglia sono morti durante le esibizioni sulla fune.

 

 

“Vivere con la paura di tutto è come stare chiusi sotto una campana di vetro, non è la morte la cosa peggiore che può capitare, tutti moriamo, ma non tutti riusciamo a vivere come vorremmo”. Un ucraino di 28anni che si fa chiamare Mustang Wanted, spiega cosa lo porta ad arrampicarsi dappertutto e, senza conoscere Jovanotti e probabilmente nemmeno Heidegger, ribadisce il concetto che la vertigine è una filosofia di vita.

Superstar del web grazie a dei filmati in cui si riprende mentre scala qualsiasi tipo di struttura architettonica, Mustang Wanted è quello che i colleghi roofers (neologismo traducibile come arrampicatori di tetti) non vogliono riconoscere perché troppo spericolato: l’uomo capace di lasciarsi penzolare dalla cima di un grattacielo reggendosi con una mano sola, e mantenendo un costante sorriso ebete e pacificato sul volto, magari vestito solo di un paio di bermuda mentre la temperatura è prossima allo zero e nel baratro sotto di lui si intravede un tappeto bianco di neve… provate a guardare questo filmato per credere

 

 

Viselnik è la parola che si usa nel gergo di questi funamboli per indicare colui il quale si tiene sospeso nel vuoto con le dita, la traduzione del termine è “uomo impiccato”; questa connessione alla possibilità di morire si presenta già nel lessico: Mustang Wanted non ne parla mai, tenta anzi di spostare il confine sempre più in là.

Meno di un anno fa, tra il 19 ed il 29 Agosto 2014, si è arrampicato sul Kotelnicheskaya Embankment Building, costruzione che fa parte della struttura delle Seven Sisters , un gruppo di grattacieli in stile staliniano, dipingendone di blu la guglia e issando in cima ad essa una bandiera del suo paese.

Ha dedicato questa performance al giorno dell’indipendenza ucraina, che si celebra il  24 Agosto, mentre in Russia venivano arrestati e sbattuti in galera i classici capri espiatori del caso.

 

 

Oltre che dei suoi filmati la rete pullula di tentativi di spiegare perché Mustang faccia quel che fa: “Per combattere la noia”, “Perché è matto”, “Per soldi, fama, popolarità”. Per capirlo basterebbe dare credito alle pochissime dichiarazioni che si trovano su internet: era un avvocato ma ad un certo punto ha deciso di non vivere più sotto la “campana di vetro”.

Ecco che possiamo tornare a Philippe Petit, alla sua mitica passeggiata tra le Torri Gemelle e al senso profondo dell’attrazione/repulsione che il vuoto esercita su chiunque: il paradosso dell’equilibrista, che riesce ad accedere alla pienezza dell’esistenza solo mettendo a repentaglio la propria vita, mentre quando è impegnato ad allontanare la paura di morire finisce per rinunciare a vivere. Questa dinamica, lungi dall’essere assurda come potrebbe apparire, ci insegna qualcosa che riguarda da vicino tutti gli esseri umani.

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