Petrarca, Plutarco e Dante alla corte del re di Duluth

Cultura
epa05584517 US singer Bob Dylan's name and picture appears on a marquee complete with congratulations on his being awarded the Nobel Prize for Literature outside the Cosmopolitan of Las Vegas Hotel in Las Vegas, Nevada, USA, 13 October 2016. Dylan is scheduled to perform at the hotel, on the day he was awarded the Nobel Prize in Literature 'for having created new poetic expressions within the great American song tradition'.  EPA/PAUL BUCK

Le citazioni letterarie, i giochi di parole, i numeri (sbagliati) della Bibbia e i misteri che rendono unico il nostro amato Bob

Partiamo da un aneddoto che, se a Stoccolma fossero dei pedanti, potrebbe causare la revoca del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan. Lo si trova narrato in varie fonti: la nostra è l’imprescindibile La voce di Bob Dylan di Alessandro Carrera (Feltrinelli, 2011).

Tangled Up in Blue è una delle sue canzoni più belle e misteriose, inclusa nell’album Blood on the Tracks , 1975. Parla, come spesso in Dylan, di una donna “mutante”, enigmatica, inafferrabile. A un certo punto l’Io narrante dice: «Then she opened up a book of poems / And handed it to me / Written by an Italian poet / From the thirteenth century / And every one of them words rang true / And glowed like burnin’ coal / Pourin’ off of every page / Like it was written in my soul from me to you / Tangled up in blue».

Prendiamo la traduzione da Carrera, che ha eroicamente traslato Dylan in italiano in numerose occasioni: «Lei aprì un libro di poesie e me lo diede, scritte da un poeta italiano del XIII secolo. E ogni parola mi suonava vera e luminosa, come se dalle pagine traboccassero carboni ardenti, come se mi stesse scritta nell’anima, da me per te, aggrovigliati alla malinconia». In fissa per il XIII secolo La domanda che tutti i dylaniani si fanno da sempre è: chi è il poeta italiano?

Il XIII secolo, tanto per non sbagliarsi, è il Duecento. La scelta non è vastissima: Dante, Cavalcanti, Guinizelli, Cecco Angiolieri, pochi altri. Magari San Francesco? Jacopone da Todi? La cosa si complica sapendo, come scrive Carrera, che nella primissima versione della canzone Dylan cantava “fifte enth”, XV: quindi Poliziano, o il primo Ariosto. Ma rimaniamo al XIII secolo.

In un’intervista del 1978 sul New Musical Express, il giornalista Craig McGregor glielo chiede e lui risponde: Plutarco! Qui c’è uno dei misteri filologici più intricati del XX secolo: in inglese “Plutarch” suona molto simile a “Petrarch”, e quindi è assai probabile che Dylan alludesse a Petrarca ma che o lui, o McGregor, o tutti e due si siano confusi. Fermo restando che Petrarca è un poeta italiano… del XIV secolo! Del Trecento! Ve l’avevamo detto: se a Stoccolma se ne accorgono, ritirano il premio.

Mica finisce qui, questa storia. Tangled Up in Blue è uno dei pezzi che Dylan esegue più spesso dal vivo, e quel passaggio, negli anni, è cambiato più volte. In svariate occasioni il poeta diventa Charles Baudelaire, sicuramente uno degli autori che il neo-Nobel conosce meglio.

Altre volte (tutte documentate in concerto!) il poeta è diventato il Vangelo di Matteo. Carrera spiega che a Houston, il 26 novembre 1978, Dylan cantò: «…lei aprì la Bibbia e cominciò a citarmi Matteo, versetto 3, capitolo 33». Bella numerologia, tutta basata sul sacro numero 3: peccato che il Vangelo di Matteo abbia solo 28 capitoli. Un’altra volta ancora ha citato il libro di Geremia.

E finché è la Bibbia, sempre Carrera ha buon gioco nel ribadire: «Sarebbe troppo poco dire che Dylan legge la Bibbia, cita dalla Bibbia… Dylan è letteralmente attraversato dalla Bibbia, annega nella Bibbia e con la Bibbia risorge alla superficie». E naturalmente si parla della Bibbia di Re Giacomo, che fa capolino ovunque nelle sue canzoni e che in inglese è scritta in una lingua lirica e meravigliosa, assai più densa e pervasiva rispetto alle traduzioni italian e. Tornando al poeta italiano, nel 2000 – scrivendo un pezzo per la rivista Q – Bono, il cantante degli U2, ha tagliato corto: «Naturalmente quel poeta italiano è Dante. Ogni parola scritta da Dante era indirizzata alla sua musa, Beatrice, e c’è una Beatrice nella maggior parte delle canzoni di Dylan».

Le cose si fanno interessanti. In primis, Dante copre due secoli: nato nel 1265, morto nel 1321, è attivo come poeta sia nel XIII che nel XIV secolo. Inoltre, il riferimento a Beatrice è calzante. Sappiamo benissimo che la Beatrice dantesca è la sublimazione letteraria di una figura che, di storico, ha ben poco. In Dylan le donne a cui sono rivolte le canzoni sono fantasmi letterari: come la cameriera che, nel testo di Highlands, prima vuole che lui le faccia il ritratto e poi lo insulta perché non legge romanzi scritti da donne; e lui ribatte «ho letto Erica Jong», giocando sull’assonanza con il cognome di un amico e collega – Neil Young – che ha citato, caso più unico che raro, pochi versi prima all’interno della stessa canzone.

Che Dylan amasse Rimbaud, è noto da sempre. Che volesse essere Rimbaud è testimoniato dalla sparizione dopo Blonde On Blonde (il famoso, misterioso incidente in moto). Che sappia a memoria Baudelaire è altrettanto inoppugnabile. Studiosi/detective hanno rintracciato citazioni da Blake, Browning, Yeats, Whitman, Cummings, Ginsberg. E non dimentichiamoci di «Ezra Pound and T.S. Eliot fighting in the captain’s tower», i due poeti che «litigano nella torre del capitano» nel testo di Desolation Row. Tutto questo per dire cosa? Per dire che, quando pensa “letterariamente”, Dylan pensa da poeta. Con i romanzieri premiati dal Nobel, non c’entra nulla. Semmai c’entra con i poeti che hanno vinto, con Tagore, Yeats, T.S. Eliot (appunto!), Quasimodo, Pasternak, Seferis, Neruda, Montale, Heaney, Szymborska… Secondo noi Dylan, accanto a loro, non sfigura. Anche se forse una volta ha confuso Petrarca con Plutarco.

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