Pertini vive in molti di noi

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Sandro-Pertini

Il 25 settembre 2016 ricorre il 120esimo anniversario della nascita dell’indimenticato Presidente

I 120 anni trascorsi dalla nascita del compianto Sandro Pertini ci offrono l’occasione per riflettere un po’ sul suo ruolo nella crescita civile del paese.

Ricordo sempre, al di là delle letture psicologiche (la figura del vecchio padre o del nonno saggio), un’interpretazione della sua popolarità di quando ero poco più che un bambino: egli incarnava a suo modo quella rivoluzione “democratico-borghese” che l’Italia non aveva mai conosciuto fino in fondo.

In discussione non sono i suoi singoli atti presidenziali – non ne avrei la competenza – , bensì l’influsso che seppe esercitare nella vita pubblica. In un paese tragicamente minacciato dal terrorismo e sospeso fra il revival ideologico degli anni ’70 e il “riflusso” neoconservatore, Pertini permetteva a intere generazioni di compiere un salto culturale con pochi precedenti.

L’amor di patria, ad esempio, avrebbe dovuto affratellare tutti gli italiani. E così l’anelito verso la pace e verso il superamento dello sterminio per fame, in un mondo ancora dominato dall’equilibrio del terrore (“si svuotino gli arsenali, si riempiano i granai”). E ciò vale per le altre frasi che era solito pronunciare, le quali condensavano l’aspirazione a un paese più aperto e più giusto. “Come diceva ‘quel tale’, non condivido la tua idea e la combatto; ma sarei pronto a dare la vita affinché tu la possa sostenere”. E che dire dell’attenzione ai giovani e dell’apprensione per il “dramma della disoccupazione”, conosciuto in prima persona?

Pure per la sinistra Pertini rappresentò una svolta: in un’Italia nella quale così spesso era forte l’influenza delle ali estreme, egli rese popolare il fatto che “libertà e giustizia sociale sono un binomio inscindibile” e che è preferibile “la peggiore delle democrazie alla più perfetta delle dittature”. Milioni di cittadini, cioè, fecero propri concetti che erano stati a lungo vissuti come estranei. Le stesse radici del carattere di massa di una visione socialdemocratica e, nei fatti, liberalsocialista risalgono a lui: si pensi al riconoscimento della giustezza della posizione di Giuseppe Saragat, nel ’47.

Naturalmente egli fu più che un “divulgatore” di principi politico-culturali. Si affermava in quegli anni la “videocrazia”, è vero, ma fu grazie alla sua credibilità e alla sua coerenza che, come si suol dire, seppe bucare gli schermi televisivi, vivendo ancor oggi in molti di noi.

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